Come il piccolo borgo di Calcata ha stregato la stampa americana (e migliaia di italiani)

A pochi chilometri da Roma c’è un paesino di mille abitanti che ruba il cuore (e l’anima) di chi ci si ferma un giorno (e che spesso non riparte più).

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Per la CNN, Calcata è uno dei posti che bisogna visitare assolutamente, quando si viene in Italia. Per il Guardian è una delle 10 mete più belle della penisola. Per il New York Times è un luogo “stupefacente”. Pochi anni fa il National Geographic ha girato un docufilm in cui racconta il mistero della reliquia più imbarazzante della storia cristiana, custodita qui. Calcata non è solo uno dei tanti paesini della Tuscia viterbese, con 900 abitanti di cui solo un centinaio nel borgo antico. È lontana da ogni cosa, circondata dal bosco ma raggiungibile dalla vicinissima Roma, con la Cassia Veientana o la Flaminia. Scarpe comode e intenzione di camminare devono far parte del kit di esplorazione del borgo, inaccessibile alle auto. Perché è bello scendere a valle nel bosco, seguire il greto del fiume Treja e imbattersi in fauna e flora protetta. Ma è intorno al borgo che ruota come un fuso e si dispiega come un filo il segreto mesmerico di un paesino che crea dipendenza e cattura i più sensibili in una tela di ragno. Dove invece di essere divorati, ci si dondola in un’indolenza beata alternata a picchi di creatività euforica. Qui, la notte d’estate, può succedere che un rapace notturno curioso si posi sul davanzale della tua finestra per spiarti.

I romani scaltri, che hanno fatto di Calcata la meta domenicale, la chiamano “il paese degli artisti”. La prima volta, rimangono a bocca aperta quando si supera l’ultima curva sulla strada nel bosco che la collega col resto del mondo, e ci si trova davanti a un maestoso cono di tufo mozzato che spunta da una distesa di alberi a perdita d’occhio, e su cui le abitazioni ultracentenarie sono poggiate fino all’orlo, affacciate sul vuoto (dite addio a un panno steso che sfugge dalle mollette). Una volta entrati nelle mura, un reticolo di stradine mozzafiato popolate da gatti (di proprietà collettiva) ti confondono le idee. È così che, spesso, a Calcata arrivano anche i giornalisti stranieri. “E la valutano meglio di chi ci abita. È nella natura delle cose, non c’è nulla che nasconda meglio le cose dell’abitudine”, dice l’architetto Paolo Portoghesi, che Calcata l’ha iniziata a frequentare nel 1956 e poi, nel 1973, c’è andato a vivere. “Chi viene da fuori ha la forza di vedere cose nuove di cui può apprezzare il significato, mentre l’abitudine ottunde le nostre capacità reattive. L’ho constatato ogni volta che porto qualcuno da Roma”.



Tra i “qualcuno” che ha portato in visita a Calcata il professore Portoghesi, autore del progetto delle Moschee di Roma e di Strasburgo e del Palazzo reale di Giordania ad Amman, ci sono mostri sacri come lo storico dell'architettura Henry-Russell Hitchcock e lo storico dell’arte Siegfried Giedion. Ci portò, per fare colpo, anche l’architetta Giovanna Massobrio, che poi è diventata sua moglie e che oggi è anche la vestale che custodisce il giardino spettacolare davanti alla loro abitazione, uno dei dieci parchi privati più belli d’Italia che da poco, su richiesta, si può visitare. Tre ettari di tappeto erboso tagliato al centimetro, messi insieme rintracciando dinastie di calcatesi emigrati negli Stati Uniti, ora sono colmi di roseti, piante rare, ulivi centenari a cui hanno dato nomi illustri, come quello – monumentale – portato dalla zona dell’Abazia di Farfa con un trasporto speciale. D’estate, la mattina presto, le rondini sfiorano l’acqua del laghetto artificiale che luccica nel mezzo del prato mentre, poco più in là, una decina di uccelli di specie esotiche tenuti come in un hotel a cinque stelle improvvisano danze d’accoglienza appena vedono arrivare il professore e sua moglie. Si rimane inebetiti.

La segnaletica stradale indica a chi arriva Calcata Vecchia e Calcata Nuova. Calcata è divisa in due. Nella vecchia, per un gioco dei contrasti, vivono i “nuovi” abitanti. Nella nuova, i nativi. I “nuovi”, come la belga Gemma Uyttendale che gestisce da un ventennio la sala da tè di Calcata, ispirata a Mariage Frêres di Parigi. Una scelta di 101 tipi di tè e una collezione di 400 teiere provenienti da tutto il mondo. “Sono arrivata a Calcata perché c'era già mia sorella”, racconta. “Non immaginavo che avrei lasciato il mio lavoro e il mio paese per restare qui, a coccolare migliaia di avventori con dolci appena sfornati, l’aperitivo della casa, il mio tè freddo o la limonata biologica. D’estate, apro anche la terrazza sulla valle”. Un altro ex straniero, Pancho Garrison, da giovanissimo, a Houston in Texas gestiva un ristorante italiano. Quando ha scoperto che i suoi soci lo stavano truffando e i suoi guadagni erano andati in fumo ha dato un taglio col passato, è partito per girare l’Europa ed è arrivato in Italia. Un pomeriggio, mentre prendeva l’aperitivo a Piazza Navona ha conosciuto il coreografo Bob Curtis che, forse perché ha la faccia da Nureyev, lo ha spinto a diventare ballerino, e lo è stato per lungo tempo. È ritornato a cucinare per passione quando nel 1999 ha aperto a Calcata il circolo La Grotta dei Germogli, interamente rivestito di mosaici ispirati al Parco Güell di Gaudì a Barcellona, diventato uno dei luoghi cult del paese. Pancho lo si vedeva sempre insieme a Paul Steffen che di Calcata è stato un altro personaggio chiave. Paul era di Chicago e negli anni 60, in Italia e negli Usa, aveva raggiunto una grande popolarità come coreografo. È stato lui a portare i balletti alla Rai. In casa teneva un vestito di Gloria Swanson e si vantava di aver insegnato a Rita Hayworth il balletto di Gilda. Paul e Pancho a Calcata erano capitati per caso e Anna Magnani aveva suggerito al primo: “mi pare il posto giusto per espandere la tua creatività”. Hanno finito per comprare tante casette dai nativi. Sono stati i pionieri della comunità di giovani attori, ballerini, musicisti, pittori e poeti che hanno attirato nel borgo. Paul Steffen se n’è andato nel 2010, amato da tutti, ed è sepolto nel cimitero del paese.

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Ma perché la gente nata a Calcata se ne andava dal borgo? “Non fu una libera scelta, anche se là dentro la vita non era affatto comoda. Fu un regio decreto del 1935 che obbligò i calcatesi a trasferirsi in un nuovo sito”, spiega Sandra Pandolfi, sindaca di Calcata al secondo mandato. Dopo il terremoto di Messina del 1908, in Italia si varò infatti la legge per salvaguardare i centri abitati a rischio, e con quel regio decreto arrivò anche a Calcata l’ordine di trasferimento. “Il paese andava ricostruito in altra sede, ai cittadini venivano assegnati dei lotti di terreno dove avrebbero ricostruito le nuove case ed entro 10 anni dovevano demolire le abitazioni nella zona ritenuta a rischio”, spiega la sindaca. “Poi è arrivata la guerra e tutto si è fermato fino alla metà degli anni 50. Il trasferimento è iniziato negli anni 60, gradualmente”. Nel frattempo, la prima disobbedienza civile: “i cittadini, come le amministrazioni, non se la sentivano di demolire le case del vecchio borgo per motivi sentimentali, per non tagliare il cordone con un luogo pieno di ricordi”. Le case vuote, da quel momento, vengono vendute un po’ per volta agli estimatori che scoprivano l’esistenza di Calcata, che le restauravano e andavano a convivere con i vecchi abitanti non ancora trasferiti. “È stato il periodo più bello, negli anni 80: una contaminazione favolosa fra chi arrivava da fuori e riceveva l’eredità storica del paese, mentre trasmetteva la modernità agli anziani, di cui hanno finito per prendersi cura”, ricorda la sindaca. “Comprare una casa a Calcata era un gesto d’amore perché sulla carta non c’era abitabilità. Solo negli anni 90 una legge speciale l'ha riammessa al consolidamento, anche se il lavoro non è finito. Calcata è un borgo resistente per amore, l’amore di chi non l’ha demolita e di chi l’ha scelta per viverci, un luogo vivo e vivace. Abbiamo raccontato la sua storia attraverso una mostra fotografica, realizzata con la Sovrintendenza archeologica dell’Etruria meridionale, il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia e l’Accademia Britannica”. Fra i contributor, è quest’ultima la più sorprendente. “Gli inglesi hanno fatto una campagna di scavi molto importante in questa area negli anni 50 e 60, l’Accademia ha un archivio che comprende una quantità incredibile di foto storiche di Calcata, i vicoli fotografati da ogni angolazione o anche solo pezzi di muro. Hanno documentato paesaggio e riti sacri. Nell’archivio dell’Areofototeca nazionale ne abbiamo trovate alcune scattate dagli aerei delle forze armate francesi durante la guerra”. E così, le grotte che una volta ospitavano l’asino o la legna si trasformavano in studi d’arte, gallerie, case private, negozi e locali. Capitava di vedere Fabrizio De Andrè sui gradini della chiesa suonare la chitarra e cantare o gli Spandau Ballet in posa sui Troni di Tufo dello scultore Costantino Morosin, riproduzione di resti etruschi esposti in piazza. “Intanto, anche il paesaggio è cambiato ed è passato da terreno agricolo a parco naturale, quei luoghi che prima venivano arati per produrre, oggi vengono attraversati per emozionarsi”. “Calcata era un villaggio rurale dove l’agricoltura era la prima fonte di sostentamento. Nel nostro museo della civiltà contadina ci sono utensili che raccontano quell’epoca. “Stiamo lavorando ad un un progetto culturale per raccontare la storia, il territorio e la memoria di una comunità, vecchia e nuova, per tramandarla alle giovani generazioni e farla conoscere ai tanti visitatori che arrivano”.

Il laghetto artificiale nel parco dell’architetto Portoghesi
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Un altro pezzo di storia di Calcata è il lavatoio antico, nella parte fuori dalle mura che i calcatesi chiamano ‘la piccola Matera’. Il numero di abitanti al tempo era più o meno quella di oggi, ma vivevano tutti “appiccicati’ tra loro, con una vita che si svolgeva soprattutto all’aria aperta. A Calcata si tende naturalmente a vivere all’aperto. Si rimane a fissare l’universo seduti sui massi delle rupi che danno sulla valle, ipnotizzati. Silvana Sabelli è argentina ed è rimasta stregata dall’impulso creativo che si riceve da Calcata. In paese la chiamano La Cartonera perché fa da collettore degli imballi di cartone usati dagli abitanti del borgo. Li trasforma in gioielli incredibili, di cui solo dal peso si capisce che non sono di pietra o di metallo. A tutti quelli che entrano racconta candidamente la tecnica che usa, totalmente ecosostenibile: “tanto poi per copiarmi ci vuole la volontà e non tutti hanno la voglia fare”, scherza lei.

Ma una delle leggende più affascinanti su Calcata è quella sul prepuzio di Cristo. Ne parlano anche James Joyce nell’Ulisse e Stendhal in Le chiavi di San Pietro. Secondo la documentazione dell’archivio vaticano, durante il sacco di Roma del 1527, la sacra reliquia, unico reperto biologico di Cristo, fu trafugata dai Lanzichenecchi. Quando lasciarono la città fecero tappa anche a Calcata e qui il soldato che aveva rubato l’ampolla si ammalò di una febbre infettiva e morì. Prima di morire scavò una buca e ci nascose lo scrigno. La leggenda dice che per 30 anni gli asini che passavano da lì si inginocchiavano, finché nel 1557 i paesani scavarono per vedere cosa c’era e ritrovarono il prezioso reperto. Si fece aprire il cofanetto da una vergine e il Vaticano concesse l’indulgenza plenaria a chi veniva a Calcata a ossequiare la reliquia nella chiesetta principale, in cui ancora oggi una targa ricorda la donazione del cardinale spagnolo De Sandoval per i lavori. Dai primi del 1900, però, la reliquia viene considerata scomoda dal clero e il culto fu sospeso. “Io ho fatto in tempo a vederla”, dice la sindaca Pandolfi. “A Calcata anche i parroci hanno sempre esercitato la disobbedienza civile e nonostante il Vaticano non approvasse più, continuavano ad esporla il primo gennaio con una processione”. Poi, negli anni 80, l’ampolla sparì.

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Secondo la versione ufficiale, il prepuzio di Cristo è stato rubato e rivenduto a collezionisti di oggetti sacri. L’altra, ufficiosa, è che il Vaticano l’abbia ritirata per porre fine a un culto che oltre a essere imbarazzante, con le nuove scoperte scientifiche del decennio poteva spingere qualcuno a cercare di clonare il Nazareno. Il prete dell’epoca, Don Dario, oggi non c’è più e da vivo non ne ha mai voluto parlare. Un mito che ruba la scena ad altri protagonisti della storia di Calcata: i Falisci. Erano una misteriosa popolazione stanziata lungo il paleoTevere. Così come gli etruschi, di cui erano alleati, sono stati sconfitti dai romani che hanno poi deviato il fiume per portarselo a casa. Dalla città falisca di Narce provengono reperti archeologici sparsi nei musei di tutto il mondo prima del 1800, quando i ritrovamenti si potevano vendere ai privati. In giro per il paese, sui massi che fanno da fondamenta alle case, capita di scorgere delle iscrizioni millenarie e affacciandosi da una delle rupi si intravedono ancora, fra il verde, le rovine di un altro insediamento urbano avvolto nel mistero. Per questo si dice in paese che Calcata è nata prima di Roma.

Il resto della storia di Calcata, da allora al XX secolo, scorre come parte della Domusculta, l’azienda agricola di approvvigionamento del Vaticano, e feudo degli Anguillara, dei Sinibaldi e dei Massimo. Oggi ospita mostre, festival cinematografici, concerti, feste private nei due hub culturali del posto: il Palazzo Baronale e il Granarone. O semplicemente gente felice. Sedendo in piazzetta si vedono passare ancora star italiane e internazionali in incognito, che gli abitanti lasciano in pace. Dal 2019 è anche la sede di un premio giornalistico digitale, Calcata 4.0 - Una Nuova Storia di Resistenza e Disobbedienza che ha riscosso subito molto successo. Ovviamente, la domanda più frequente di chi arriva nel borgo è: dove dormire a Calcata? Perché se nessuno trova online i nomi di alberghi o pensioni è perché, okay, non c’è ne sono. Ma gli abitanti si sono organizzati con una rete di camere in affitto, un po’ b&b, un po’ albergo diffuso. I ristorantini e i locali sono imperdibili, tutti a km zero decenni prima che esistesse il concetto. Niente è finto, tutto di ispirazione per chi passa, come i concerti spontanei in piazza, o come nella caffetteria gestita dall’attore di tutti i film cult degli anni 70 Gianni Macchia, in cui l’arredo è una sedimentazione delle disposizioni d’animo del proprietario negli anni. Calcata è un’esperienza da provare provare provare, come diceva in Non ci resta che piangere Amanda Sandrelli. Che guarda caso di Calcata, per un bel po’, è stata una di quei tanti, giovanissimi artisti che l’hanno colonizzata.

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