Chi sono i begpackers, non un errore di battitura ma una stortura del turismo

Indagine sui viaggiatori scrocconi che stanno diventando un caso endemico nel Sud Est asiatico.

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Fare le vacanze quasi gratis facendosi sostenere da gentilissimi locals impietositi dalla voglia di conoscere il mondo. Sembra bello? Non lo è. E in Sud Est asiatico sta diventando una piaga sociale non da poco, con tanto di prese di posizione da parte di governi e divieti sempre più rigidi e sottili per contrastarne la diffusione. Gli inglesi, nella loro infinita capacità di condensare concetti in un singolo lemma, hanno coniato il termine perfetto: begpackers. La deviazione etimologica da backpackers, i viaggiatori zaino in spalla e avventure da spuntare, che prende in prestito il verbo to beg (pregare in ginocchio, elemosinare). Chi sono i begpackers? Niente altro che scrocconi, a voler usare un termine forte. Turisti di alta classe sociale in grado di sostentarsi da soli durante il viaggio ma comunque spinti a chiedere soldi ai locali per procedere con le scorribande nei paesi accanto. Fare un'esperienza diversa (e inquietante al solo pensiero). Molti non si limitano a chiedere pochi spiccioli per un breve viaggio in bus, ma pretendono di raccogliere denaro per garantirsi un volo in un paese vicino, o un soggiorno in un cinque stelle a prezzo (occidentale) stracciato.

Una definizione di begpackers asciutta e puntuale ha iniziato a circolare su Medium già nel 2018, condensata da Majda Saidi editor di Efiya. “Sono viaggiatori, solitamente occidentali, che viaggiano in paesi dove il costo della vita può essere più basso (di solito nel Sud est asiatico). Una volta lì, pur di continuare a viaggiare, fanno elemosina, diventano busker, vendono abbracci o cartoline…”. L’antica arte di arrangiarsi ma con un conto in banca spesso molto florido e nessuna necessità di doverlo fare davvero. Per molti critici del fenomeno begpackers si tratta di un’estensione vergognosa del white rich privilege, il privilegio dei ricchi bianchi che vogliono fare l’esperienza di "diverso", di nuovo, di "insolito", solo per provare com’è. Chiedere soldi a persone del posto spesso povere di denaro ma in grado di essere solidali e gentili, senza avere la stretta necessità di farlo: non c’è nulla di francescano nel begpacking. Potrebbe esserci in alcuni unici casi particolari, ma in linea generale sembra proprio il simbolo del capriccio esperienziale da ricco millennial annoiato. “Se non puoi permettertelo, non viaggiare” sostengono gli anti-begpackers. Poco democratico, certo: tutti dovremmo poter viaggiare consapevolmente e scoprire il mondo fuori dal nostro cortile. Viaggiare è un diritto inalienabile? Non necessariamente. Il problema è sempre come viaggiamo, con che spirito, e non solo con quali soldi. Al di fuori di certe circostanze sfortunate che possono accadere anche nel più sicuro dei viaggi -contanti rubati, emergenze dell’ultimo minuto, casi rari e occasionali che non si augurano a nessun viaggiatore- fare il begpacker somiglia davvero ad uno schiaffo alla miseria.

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Di fronte al numero sempre più crescente di persone, tendenzialmente giovani, che popolano le strade sorridendo mentre stringono cartelli creativi di richiesta soldi come “Aiutami per il mio viaggio di 5 mesi in Asia” o “Ciao, giro per il mondo senza soldi, per favore sostieni il mio viaggio” e altri slogan più o meno accattivanti (o raccapriccianti, a seconda di come li leggiate) la reazione è stata di chiusura totale. Dalla Malaysia a Singapore, passando per Hong Kong e Indonesia fino all’isola di Bali, i casi di presenza dei begpackers sono aumentati esponenzialmente e le contromisure non si limitano all’inventiva cautelativa. Intanto perché entrare in un paese straniero con un visto turistico e -tecnicamente- guadagnare soldi è illegale. Poi perché a tornare in discussione è un antico concetto colonialista del bianco cui tutto è concesso, tanto ci sono le spalle dei più poveri per appoggiarsi. Proprio per questo - e altri motivi- in Thailandia è entrata in vigore una regola per cui si deve dimostrare di essere in possesso di almeno 20mila baht in contanti (poco più di 500 euro), oltre al visto di ingresso, per garantirsi di entrare nel paese, a riprova dell’autosufficienza durante il soggiorno. In linea generale poi, valgono le regole internazionali che garantiscono protezione e supporto: in caso di problemi economici in viaggio all'estero ci si rivolge alla propria ambasciata o consolato nel paese, sostengono funzionari e personale governativo.

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Sui begpackers sembra esserci una stretta distinta, anche se i paesi hanno reagito in modi differenti. “Abbiamo visto parecchi casi di turisti problematici” ha rivelato al Sun Setyo Budiwardoyo, del dipartimento immigrazione di Bali. “Sono solitamente australiani, inglesi o russi. Segnaliamo questi casi alle rispettive ambasciate in modo che abbiano un quadro completo sui propri cittadini in vacanza”. Se nell'isola si è scelta una linea dura contro l’invasione degli scrocconi in un’isola che negli ultimi anni ha visto un aumento esponenziale di presenze turistiche e, di conseguenza, di soldi stranieri in patria (che hanno garantito comunque lavoro e introiti), in altri paesi si cerca di essere più morbidi. E come in ogni polarizzazione, c’è anche chi ha preferito indagare il fenomeno sociologico con strumenti di analisi diversi. Uno studio intitolato “Encountering begpackers” è stato pubblicato a metà 2018 nel Tourism Recreation Research, e il coautore Denis Tolkach ha avuto parole decisamente comprensive: “Molti media mainstream e post sui social condannano questi begpackers senza aver mai parlato con loro o conosciuto le loro storie personali” sostiene il professore. Nello specifico, parlare di Hong Kong non è certamente il classico quadro del ricco-bianco-occidentale-in-paese-povero-asiatico, anzi. Molti begpackers scelgono di visitare Hong Kong per il suo fascino incredibile, perché è un hub strategico per i trasporti in Sud Asia e perché ottenere il visto è molto più facile rispetto ad altri paesi, cosa che facilita così l’ingresso ufficiale in continente. Ma è altrettanto vero che Hong Kong è uno dei paesi dove il divario ricchi/poveri è tra più estremi al mondo: azzerare il budget prima del previsto è un attimo.

Ciò che disturba sempre, però, è che in un paese dove più di un milione di persone è sotto la soglia di povertà ci siano persone che chiedano soldi per continuare a viaggiare. Alcune distinzioni però vanno fatte e sono quelle che hanno fatto optare alcuni paesi per una linea più morbida: i begpackers non sono tutti uguali. C’è chi si esibisce cantando, recitando, mettendo in mostra la sua arte, chi si inventa qualcosa di buffo per attirare l’attenzione dei passanti e affascinarli: il South China Morning Post ha intervistato un musicista giapponese e un artista di strada polacco che hanno scelto Hong Kong come base logistica per i loro sogni di viaggio intorno al mondo. Loro non si definiscono begpackers ma più buskers, o comunque viaggiatori creativi. Scappatoie sugli incasellamenti di categoria? In ogni caso, i soldi non sono mai abbastanza per restare nel paese. Anche i begpackers più scafati, nonostante a volte i guadagni giornalieri siano discreti, sbattono contro la realtà del costo della vita di Hong Kong: che resta comunque altissimo, sia per i locali con scarse entrate, sia per i turisti speranzosi. “C’è un ampio dibattito su come la legge e le regole dovrebbero essere modificato per garantire libertà ai buskers a Hong Kong, quando sarà conclusa capiremo come applicare gli standard anche ai begpackers. Non vedo come turisti che fanno l’elemosina possano avere un impatto positivo sulla città, ma è vero che i turisti che si esibiscono o vendono oggettini e souvenir possono rendere la città più viva” conclude la giurista Tanya Chan intervistata dal SCMP. La sottile linea tra artisti buskers e scrocconi impenitenti è in corso di traccia. E di begpackers si continuerà a discutere, tirando sempre più fili nel dibattito sul turismo distruttivo.

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