Trattato sulle notti di Lecce, la città salentina che non vuole i turisti alto-spendenti (o forse sì)

Lettera aperta (con indirizzi e motivazioni) alla città salentina: nuovi locali, antiche location risorte e B&B di cui parlare.

Street in Lecce, Apulia, Italy
ilbuscaGetty Images

Poche città turistiche hanno un rapporto conflittuale con i turisti quanto Lecce. Come se non bastasse, l’estate 2019 ha portato con sé un nuovo problema. Per la prima volta, dopo diverse stagioni turistiche vissute pericolosamente — vale a dire in modalità cicala di Esopo — i leccesi sono assediati dagli invasori più oscuri e insidiosi di sempre, perfino più dei turchi del 1480 o dei casertani del 2010: i turisti alto-spendenti. I leccesi, popolazione vanesia e orgogliosissima, stanno vivendo peggio del previsto la loro prima estate basata su un modello ricettivo post-gallipolino, e cioè inseguendo la qualità dell’offerta e non la quantità della domanda. È inutile difenderli sostenendo che non fossero preparati e che, prima dello scorso luglio, per un leccese, i turisti alto-spendenti fossero una specie di leggenda metropolitana, come gli Estranei nella prima stagione del Trono di Spade: presenze di cui si sentiva sì parlare più a Nord, a Monopoli o a Savelletri, ma niente di serio.

Imposizione di una contactless, anni scolastici dalle suore e maxi-rate di Range Rover

Prima che la piaga della destagionalizzazione alto-spendente si abbattesse su di loro, i leccesi tolleravano di buon grado che i turisti mettessero a ferro e a fuoco la loro città, purché ciò avvenisse mentre erano nelle rispettive case al mare o in campagna. Ora ai turisti non basta più il mese di agosto e, ai leccesi, di certo non sono bastati mai i risparmi. Chiunque fosse dotato di tre o quattro stanze libere, le ha trasformate in un B&B. Chi avesse la ventura di possedere un palazzetto, ha aperto un bellissimo urban resort. Va detto che alcuni sono diventati dei veri professionisti dell’accoglienza. Solo, anche per loro, è più facile accogliere che convivere.

Courtesy Photo Paride De Carlo

I leccesi ravvedono nelle genti alto-spendenti caratteristiche inaspettatamente sgradevoli. Il fatto è che agli alto-spendenti non basta essere capaci di prendere in affitto per mesi interi i palazzi e le ville altrui, per giunta senza trattare e pagando, con la sola imposizione di una contactless, anni scolastici dalle suore e maxi-rate di Range Rover. Quel che è ancora più insopportabile è che, a differenza degli ospiti degli scorsi anni, questi sono in grado di parlare, di vestirsi, di mangiare e bere meglio dei leccesi, in casa dei leccesi. A questo non sono abituati. Anche nelle migliori famiglie, che da sempre sanno affascinare con i loro modi e le loro dimore da romanzo decadentista, basta poco per diventare balzachiani, abilissimi a fare i conti in tasca ai loro ospiti quando rincasano dal ristorante stellato e gli intimano state tranquilli, ci pensiamo noi a differenziare gli scontrini. Non riescono a capacitarsi di come quel turista, venuto in prima classe da chissà dove, attualmente domiciliato nella stanza da letto della loro nonna prediletta, possa spendere tanto in crudi e champagne, senza sbagliare un solo indirizzo.

Cena alla Tipografia di Lecce
Courtesy Photo Paride De Carlo

Così, mentre, da una parte, gli autoctoni incassano ben volentieri i 200 euro a notte nella maison de charme di famiglia; dall’altra rosicano così tanto che, invece di chiedere scusa ai loro eredi per non aver saputo organizzarsi prima, incapaci atavicamente di autoaccusarsi di alcunché, rimpiangono i tempi in cui erano loro i più fighi di tutti e ai turisti di taglio barbarico potevano attribuire ogni male di stagione, inclusi il caro-cedrata e il traffico di tir sulla Maglie-Leuca.

Una possibile soluzione al problema è arrivata con un piano in due fasi, estremamente semplice, tipico frutto del genio collettivamente individualista dei leccesi. Il nome in codice del piano è mors tua, movida mea, dall’espressione ispanofona con cui affettuosamente i leccesi si riferiscono alle loro tradizionali attività notturne.

Fase 1: i leccesi favoriscono la nascita, nel centro storico, di alcuni parchi a tema Salento destinati ai turisti: fiumi di cartapesta, montagne di tufo, muretti a secco di pasticciotti, slanci di proverbiale accoglienza misti a birbonerie, tanto tipici e — in fondo — apprezzati quanto le loro controparti gastronomiche. Un esempio è il recentissimo exploit di piazzetta Castromediano, un tempo semplice retrobottega del Palazzo comunale e, da quest’anno, fulcro indiscusso della ristorazione all’aperto. Un’oasi di tranquillità per i leccesi, dove i bambini dei turisti, tra una portata e l’altra, sono liberi di provare a farsi male tra le installazioni, a forma di rampa da skateboard, che mettono in mostra le rovine archeologiche sottostanti; col vantaggio di potersi ferire scoprendo il patrimonio culturale e contribuendo all’evoluzione della specie. Il tutto, senza danneggiare neanche un bambino locale.

Courtesy Photo Paride De Carlo

Ha sede qui Fresco, il primo e il migliore ristorante leccese a importare il trend generato dalla Pescaria di Polignano a Mare (panini al pesce e ai frutti di mare), che ha aspettato due anni prima di poter offrire ai suoi avventori la strepitosa vista sulla facciata della basilica di Santa Croce, scoperta proprio in questi giorni. A pochi passi resiste, immutato da cinquant’anni, il bar Prato, coi suoi banconi anni Settanta e il ventilatore perennemente puntato sulla faccia di Mario, il proprietario, riverito dai turisti come il curatore-artista di una mostra permanente di leccesità. Non ha niente da nascondere, ma neanche da esporre, tranne le Dreher, le Peroni, le vecchie scatole di cioccolatini e i dorsi dei registri contabili, presentati al pubblico non per un vezzo di trasparenza, come in una cucina giapponese, ma solo in mancanza di spazio nel retrobottega. Superata piazza Sant’Oronzo, in piazzetta Santa Chiara, sembra vinta la lunga battaglia del Fronte di Liberazione dai Giovani: i locali che, un tempo, servivano a generazioni di teenager locali sfilze di shottini iniziatici ora, non meno professionalmente, impiattano frise gourmet e mettono in fresco bottiglie di Verdeca.

Courtesy Photo Paride De Carlo

Solo più tardi — Fase 2 — in quartieri più defilati, lontano dagli occhi rapaci dei turisti, il leccese ha avocato a sé spazi riservati. L’obiettivo è migrare dal centro alle periferie, conquistando nuove porzioni di territorio in cui i turisti abbiano difficoltà logistiche. Un sistema pensato perché questi due mondi non si incontrino mai, se non per transare o guardarsi in cagnesco. È equilibrio win win*: da una parte, il vantaggio per i turisti di poter visitare Lecce, con i suoi servizi e le sue bellezze, senza incappare in Smart in doppia fila o risse per una precedenza dal parrucchiere; dall’altra, il vantaggio per i leccesi di potersi godere quel che resta della loro città senza turisti che chiedano ogni tot chilometri dove si trova il Supercharger della Tesla più vicino.

La nuova movida decentrata, a uso e consumo degli autoctoni, è altamente specializzata: i suoi poli simulano gli habitat tradizionali delle antiche villeggiature in provincia, opzionando il tema marittimo o contadino, secondo i gusti e in accordo con la tipologia abitativa che la crisi gli ha strappato dal patrimonio familiare.

Un marciapiede-molo, cui attraccare e da cui salpare con automobili-gozzi e Vespe-Jet Ski.

Il Barroccio, che insiste sulla rotatoria fuori Porta Napoli, è un unicum: nato dalle ceneri fritte e rifritte di una rosticceria ospitata da un modesto capanno in muratura, oggi permette di trascorrere una serata in bikini e pareo, senza muoversi da Lecce. Amato da studenti, intellettuali, giornalisti, fotografi, artisti offre al suo pubblico l’antidoto più garrulo e trasformista allo scirocco. Per ambientazione, selezione musicale, abbigliamento e visione del mondo degli avventori il Barroccio è un’isola pedonale, fattasi Chiringuito; un lido urbano posato su una striscia di viale dell’Università. Qualcosa di più: un marciapiede-molo, cui attraccare e da cui salpare con automobili-gozzi e Vespe-Jet Ski. L’obelisco borbonico che incombe sul piazzale è il faro che attira su quel mare asfaltato bevitori e danzatori da ogni parte della città.

Del Barroccio il BarRito è il cugino di campagna, identificabile grazie alle autentiche zolle di terriccio che bisogna calpestare per raggiungerlo, dopo aver parcheggiato lungo via Lodi. È l’esperienza rurale per i leccesi che restano in città, vogliono mantenersi a distanza di sicurezza dal Barocco ma, non per questo, devono rinunciare a generi di prima necessità quali cartucce alle mandorle, caffè in ghiaccio, malelingue. Pasolinianamente, si trova all’estrema periferia est, tra il mercato ortofrutticolo e l’Acaya Golf Club. Con le panche e i tavolini ricavati da pallet, la vegetazione rigogliosa che svetta dalle recinzioni del vivaio di fronte, il BarRito ha davvero il fascino del posto di frontiera. Già dal nome, dal simbolismo elefantino, si allude a una poderosa chiamata a raccolta di tutti i concittadini bisognosi di un punto di ritrovo che ponga tra loro e gli assedianti un complesso sistema fatto di ostacoli e tranelli, chiamato viabilità. (La Fiermontina, mutatis mutandis, è un resort urbano che riproduce, stavolta entro le mura, le fattezze di un pezzo di campagna salentina del tutto differente: ulivi-scultura freschi d’impianto, prato inglese, cene a lume di candela lungo piscine bordate di pietra leccese).

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Uno di questi poli è caratterizzato dal tema dell’età dell’oro, l’innocenza perduta dei leccesi: quando ancora il centro storico non era stato restaurato e la vita mondana era tutta compresa nella Lecce mazziniana (dintorni di piazza Mazzini). Quando la vacanza è il ritorno al passato. Qui avviene la rivincita di bar come Raphael, roccaforte degli anni Ottanta e Novanta. Raphael ha atteso, ragionando in decadi come la Chiesa ragiona in secoli, che la città antica si sfiancasse, per godersi il suo revival alla Stranger Things, sfoggiando la sua insegna nostalgica al neon e il suo “sottosopra”, rappresentato dalla toilette, collocata avventurosamente diversi metri sotto il livello del bancone. È la roccaforte dei “beggioni”. Semplificazione dell’accrescitivo di beddhru (“bello”), questa espressione identifica chi si riconosca in quella forma di yuppismo, di stampo meridionalista e a scoppio ritardato, che alberga ancora nel cuore di tanti leccesi il cui segreto, ormai è evidente, è la capacità di adattarsi a tutto, fuorché al tempo e al luogo in cui è dato loro vivere.

*Almeno fino alla pubblicazione di questo articolo disturbatore, con l’augurio che possa ispirare una guida ai luoghi leccesi preclusi al turista, dedicata al turista.


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