E se facessimo rewild?

Per recuperare le proprie radici e la connessione con la natura non serve attraversare continenti. Il viaggio può essere intimo iniziare a pochi chilometri da casa.

The Mystic Lake
Norwegian Outdoors / 500pxGetty Images

Ho provato l'impulso di uscire. Ero in campagna, nella zona meno frequentata della Maremma, più vicino alla boscaglia che a centri abitati, il mio “Canada”, in quella fine d’autunno in cui il mare è grigio come ferro, e ogni foglia caduta conferma che l’anno sta per finire. Avvicinandosi al solstizio d’inverno, il paesaggio aveva abbassato le difese, chiedendo di fare altrettanto. Questa fragilità spinge di solito a rinchiudersi, a restare vicini a familiari e amici, in piccole attività rassicuranti, felici che le incertezze restino fuori dalla porta. Invece mi sono alzato e ho detto: vado a fare una passeggiata, anche se gli sguardi, il buonsenso, la pioggia che poteva ricominciare portata dalla burrasca di vento, il buio incombente sulle stradine vicinali che scomparivano dietro le colline, tutto diceva che non era il momento, il caso di uscire a camminare. E i cinghiali? E il freddo?

Dopo una mezz’ora di marcia spedita, la silhouette del paese era avvolta in una nebbia rotta da bagliori arancioni, emessi dalle luci sotto le mura. Mi sono fermato in un avvallamento infangato, mentre uccelli simili a ombre si alzavano in volo senza un rumore. Sapevo che attorno a me, dietro i cespugli spinosi, transitavano cervi, istrici, cinghiali, volpi e forse quei mezzi lupi che in Maremma si avvicinano sempre di più. E lì, mi sono scoperto felice e in pace perché, più forte del freddo e dell’apprensione da cittadino, ho cominciato a sentire il conforto della natura nel suo insieme, delle canne che il vento piegava fino a sfiorarmi, di uno stupore che sorgeva dal basso, dall’erba schiacciata, e mi sovrastava. Era il richiamo a farne qualcosa di mio, non più l’oggetto distante e che abitavo in modo distratto.

Mi sono seduto sul ceppo viscido di una quercia e ho capito che cosa mi avesse condotto lì, mentre avevo dimenticato che ore fossero, le previsioni del tempo, la tentazione del calore e della cena. Era stata una parola che macinavo da un po’, un termine che leggi una volta e intuisci che è stato inventato per te. Rewild. Nato negli anni 80 in California per descrivere la necessità di lasciare alla natura la conservazione e la gestione dell’ecosistema in modo da ripristinare la sua condizione selvaggia, il termine vale anche per noi. Il messaggio del rewilding - rinaturalizzazione - aiuta a riconoscere che, se ci sentiamo fuori luogo in routine e fantasie vissute con il pilota automatico, non è colpa nostra. Anzi: scoprirsi perduti nelle abitudini artificiali è la prova di aver mantenuto un contatto con la nostra umanità. Di pari passo all’urgenza di proteggere l’ambiente, c’è allora quella di un rewild intimo. Suolo e anima (o pensiero) sono legati e l’oggetto che li unisce ha un suono bello e che le fotografie di Meryl McMaster evocano bene: radici.

La vaga paura che provavo lasciando il paese, era scomparsa: percepivo una forza che riportava la mia irrequietezza esistenziale al posto che, osservata da una prospettiva più grande, meritava. In fondo alla valletta in cui non passava nessuno, sotto la pioggia ripresa con vigore, io non ero un uomo di mezza età, bianco, un giornalista, un italiano con tanti difetti e altre qualità. Nel momento in cui avevo rinunciato mentalmente alla protezione di ciò che mi definiva, fatto valere il mio diritto all’incertezza, avevo acquisito un punto di vista più ampio e saggio. Mi sono immaginato attraverso l’espressione benevola delle piante, di animali indifferenti a me, con i loro rumori più antichi. L’effetto di quel minimo rewild dell’abitudine non si limitava a quello di una passeggiata fuori orario. Essere “salvato” era l’ultima cosa che desiderassi.

Respirata per un po’ l’aria gelida e gocciolante, sono tornato a essere un padre freddoloso e abituato a cenare. Ad accelerare il mio passo era però il desiderio di raccontare, di contagiare con l’incanto prodotto da una prospettiva nuova.

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