Se siete alla ricerca di un posto da cui osservare come andrebbe a finire il mondo se vincessero gli svizzeri, fermatevi pure a Gstaad. Naturalmente, a patto di disporre della corretta quantità di tempo e denaro. Infatti, il celebre quesito posto dalla contessa madre di Downton Abbey: Cos’è un week end?, a Gstaad conosce una variante estrema: Cos’è una settimana bianca?

I padri fondatori che la tradizione riconosce a questa località del Canton Berna sono tutti e tre playboy: il collezionista d’arte Friedrich Christian “Mick” Flick, il re svizzero dell’acciaio Peter Notz e Gunther Sachs. Ma non lasciatevi ingannare da tutte quelle foto in bianco e nero con Grace Kelly e slittini. Sono ormai lontani i tempi in cui occorreva essere elegantissimi, milionari e accompagnati da Brigitte Bardot per godere appieno di un soggiorno nella Saanenland. Oggi basta essere miliardari in euro.

Brigitte Bardot e il marito Gunther Sachs a Gstaad
BettmannGetty Images

Fra le vette assolute della montagna di lusso, Gstaad vincerà sempre perfino sull’eterna rivale St. Moritz perché più autentica, più difficile da pronunciare e perché le Nazioni Unite non hanno ancora rinvenuto tracce di cocaina nelle sue tubature. Nota sulla pronuncia:

a Gstaad vale il detto se non sapete pronunciarla, non potete permettervela.

Per prima cosa, dunque, lasciate perdere chi vi suggerisce sbagliato “Shtad” e dite sempre “Kshtaad”, come i veri habitué o, semplicemente, un tedesco.

La vera bellezza di Gstaad, nonostante i panorami, non è di facciata. Il primo chalet che, in questo primo week end di dicembre, incontriamo sulla Promenade, da fuori ricorda il più bel magazzino di legname della Val Pusteria. I primi sospetti arrivano quando scopriamo che il suo piano terra, in restauro, è coperto da impalcature griffate Loro Piana, come se fosse un veterano della valle della Sarina: opportunamente bardato di cachemire. Avvicinandosi a piedi, senza SUV e quasi senza italiani, viene il dubbio che davvero si tratti della località esclusiva di cui tanti parlano. Ma, varcando una porticina intagliata, si apre un mondo; e questa malga non ha più pareti, ma Dubai. Se le strade carrabili di Gstaad sono perlopiù interrate, le sue ricchezze sono in gran parte murate.

A Gstaad vige una legge degli anni Cinquanta che impone che nulla sia costruito al di fuori dello stile Simmentaler a tre piani. A fronte di questo comunismo esteriore, che rende i prospetti della Promenade uniformi come collegiali passati in rassegna, i proprietari si sfogano sugli interni. Nello specifico: i privati con l’arte contemporanea e gli albergatori con i ristoranti giapponesi. Del resto, che senso ha fare possedere dei Picasso o assumere chef da 15 punti sulla guida Gault Millau e spiattellare tutto nel centro di Ginevra, quando potete nasconderlo nel cuore di una baita che sembrava abitata da un mandriano fino a ieri, e infatti lo era, fino a che non lo avete coperto d’oro dalla testa agli scarponi?

Questo fa sì che, nonostante Liz Taylor negli anni Settanta, nonostante Madonna oggi, Gstaad sia qualcosa di più del più alpino degli isolati di Hollywood. Gstaad a fine 2019 è un modellino di città ideale — a grandezza naturale — costruito con la direzione artistica di un banchiere zurighese che sta vivendo una seconda giovinezza mediante una storia d’amore tiraemolla con un’architetta nobile francese in fissa con i piani regolatori e il papier-mâché. È qui la grande vittoria di questa piccola nazione elvetica, che sarà stata pure neutrale nei conflitti novecenteschi, ma ha saputo dimostrare, successivamente, una discreta parzialità nei confronti dei fasti postmoderni.

Elizabeth Taylor e il marito John Warner
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Gli gstaader autentici si dividono in due categorie. La prima è costituita da quelli che si lamentano, in particolare, dei russi e di chi, in generale, pur senza sciando o senza essere un armatore greco, pretende un tavolo al Club Eagle, lo ski resort privato più esclusivo d’Europa. È idealmente capeggiata dal leggendario viveur e scrittore Taki Theodoracopulos, cintura nera di karate e di dissing di St. Moritz. La seconda categoria è costituita da quelli che ai russi vendono di tutto, compresi giacconi Stone Island e terreni.

Prendete la Maison Lorenz Bach, il cui proprietario è stato sì capace di creare un feudo del retail di moda da qui fino a Crans Montana, ma è ancora il fiero allevatore di una vacca di nome Bel Goldwyn Goldriana (già vincitrice del concorso di bellezza bovino più prestigioso della Svizzera). È particolarmente adorabile la linea editoriale del suo profilo Instagram: schizofrenicamente metà Kenzo e metà vacche.

Le signore locali vendono raclette spalla a spalla coi commessi di De Grisogono. Questa è Gstaad: birchermüesli a colazione e diamanti per cena. Pernet Comestibles (da notare l’ironia del naming, quando dispone da tempo di un humidor calpestabile per i sigari cubani), al numero 75 della Promenade, ha un bancone dedicato al caviale ma non disdegna trattative in materia di frutta e verdura.

Un cugino di Lorenz, Marcel, ugualmente figlio di contadini, ora è proprietario dell’Alpina Hotel insieme al signore dello zucchero ebreo marocchino Jean-Claude Mimran. Tra servizi che offre l’albergo, oltre ai tre ristoranti e alla collezione d’arte rifornita personalmente da Larry Gagosian, c’è un cinema privato da 20 posti. Per 600 franchi a film, è incluso il popcorn gourmet senza limiti. Naturalmente, per rispetto dei contrasti, così cari a Gstaad, scegliete solo o James Bond con Roger Moore (che qui era di casa) o Christmas in Love.

Se, dopo una visita alla spa di ispirazione romano-imperiale del Grand Bellevue (tremila metri quadri con diciassette zone), foste in vena di una fusion ovidiana tra umano e bovino, da Stallbeizli potreste gustare un attimo cappuccino svizzero, attentamente osservati da alcune mucche, posizionate dietro una vetrata. Il Rialto è un bar relativamente economico, molto frequentato dai giovanissimi, dove per 15 euro è possibile mangiare una margherita, attentamente osservati dalle loro guardie del corpo.

Lo Chalet Marie dell’Olden Hotel potrebbe essere il migliore manifesto poetico di Gstaad. Ogni dettaglio è d’epoca o sembra d’epoca, e la modernità e la vita reale non si negano di certo, ma sono a scomparsa, come i televisori a schermo piatto, che vengono fuori solo se evocati. Come, ci si augura, anche Bernie Ecclestone, uno dei soci.

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Il Palace Hotel, che incombe dall’alto con le sue forme turrite, è l’unica costruzione locale che sfugga alle regole urbanistiche, inventandone di sue. Non puoi dire di essere stato a Gstaad se non sei stato squadrato dai suoi concierge. È puro feudalesimo capitalistico, con la sua pista da ballo retrattile che rivela la piscina, ovviamente riscaldata, in cui gli allievi dell’ultimo anno dell’Istituto Le Rosey, per tradizione, si gettano vestiti, non prima di aver controllato accuratamente di avere tutti i gioielli di famiglia e gli smartphone indosso. La leggenda racconta che una sera Harvey Weinstein, all’epoca novizio del posto, fosse allontanato dalla sala grill perché aveva la camicia fuori dai pantaloni.

Il Rosey è un po’ la versione teen drama del forum di Davos. È la scuola più costosa del mondo: 130.000 dollari l’anno. Ha sede a Rolle, ma d’inverno si trasferisce a Gstaad perché la sua didattica, ispirata al Metodo delle intelligenze multiple di Howard Gardner (la Montessori dei rich kids of Instagram) prevede almeno tre mesi di sport invernale. Fra gli ex allievi ci sono i Grimaldi e gli Al-Fayed, i Benetton e i Rockefeller, i Rothschild ed Emanuele Filiberto di Savoia. È l’opposto del tradizionale collegio che si sceglie per eredi che si dimostrano discoli o svogliati. Qui si manda un figlio quando mostra sintomi preoccupanti quali senso della misura e spirito di solidarietà.

Se la sorprendente ricchezza interiore degli edifici di Gstaad può deliziare, il contrasto tra le due anime del posto è più violento quando dal centro ci spostiamo in altura. Sul monte Wispile, d’inverno, l’interesse zoologico per i cavalli falabella e le capre nane che domina la stagione estiva, lascia spazio a quello per la moda sci. Non è impossibile imbattersi in turbinii di monogrammi in discesa libera. Sono bomber Vuitton in collaborazione con Supreme.

Ad alta quota si nota meglio una certa Gstaad che non c’è più.

Il mitico trampolino Mattenschanze, in località Eggli, è stato smantellato nel 2008, ma sembra ancora di percepirne l’ingombro, come se fosse un arto amputato. Della nuova Gstaad, invece, si sente fin troppo la presenza. Il vero spauracchio di Gstaad non sono i russi, ma i loro figli che frequentano il Camp d’Hiver del Rosey. Per loro il lusso estremo non deve consistere nell’accesso alle migliori suite dell’Alpina o del Palace, ma nel prendere la Bentley Bentayga per arrivare alla “Silentiumplatz” e, con semplicità, fare casino.

Dopo lo sport consigliamo di evitare la terrazza con self-service della rinomata Berghaus Wispile. Perché andare a Gstaad e servirsi da soli è come andare all’Ariccia e chiedere Krug Clos d’Ambonnay. La migliore ordinazione qui sono i maccheroni delle Alpi con composta di mele su veduta di Gstaad che, improvvisamente, sembra più accessibile, più verosimile, mentre un cameriere ricco di famiglia ti adagia sulle gambe una coperta di pelle di pecora, chiedendoti in italiano perfetto se i rösti sono arrivati abbastanza caldi. La fondue scorre magmatica, come se non ci fosse un conto da pagare. Ma c’è sempre.