«Signorina, luogo di nascita?». Panico. Tutte le volte. Provo a dirglielo tutto d'un fiato e vediamo se l’azzecca o vado diretta per lo spelling? Vabbè ci provo. «Greenville, South Carolina - Stati Uniti d’America».

Quando esce che sono nata negli USA la maggior parte delle persone reagisce così: ma dai? New York o Los Angeles? Magari Chicago. Ecco, non proprio.

Ventisei anni fa sono nata in una cittadina dalle case con vialetti verdi, o driveway come li chiamano loro, nella profonda Carolina del Sud. Non è la Greenville citata in Django se vi viene il dubbio. Sono abbastanza sicura che di questa Greenville non ne avete mai sentito parlare, nemmeno per sbaglio. Di base è esattamente una di quelle città in cui sono ambientate la maggior parte delle serie tv che passavano su Italia Uno. Se può aiutare a dare un’idea, tutti i drammi romantici di Nicholas Sparks sono ambientati da quelle parti. Ma in quei film c’è sempre una qualche storia d’amore con tragedia annessa che distoglie l’attenzione dalla location, quindi niente.

A ogni modo per mia fortuna, i miei genitori – italiani - hanno ben pensato dopo qualche anno di tornare in patria e crescermi da italiana, a Prato in Toscana (una volta mi hanno fatto notare che se ci pensi Greenville tradotto vuol dire Prato, LOL. Coincidenze? Credo proprio di sì).

Detto questo, buona parte delle mie estati da bambina e teenager le ho trascorse lì. E attenzione, ribadisco, in una cittadina ignota agli italiani, irraggiungibile con meno di due scali aeroportuali dove il piatto tipico è il low country boil. Tutto sommato, anche buono. Volere o non volere, per quanto di americano nel DNA non abbia un bel niente, il passaporto blu ce l’ho. E insieme a quello tutta una serie di sfumature a stelle e strisce che ormai fanno parte di me.

H. Armstrong Roberts/ClassicStock

Tra queste sfumature – ahimè – il mio palato. Potrei scrivere un libro sul mio gusto culinario indubbiamente traviato dai numerosi pomeriggi passati ad assaggiare ogni forma di cibo offerta nel Food Court della mall di Greenville. Ma mi limiterò a parlare delle conclusioni che ho tratto: per quanto mi riguarda, in Italia i condimenti sono estremamente sottovalutati e la glassa dei cupcake si fa con la crema di formaggio e non con quella di burro, dai. Ma passiamo oltre perché alla fine tanto il mio cuore batte sempre e solo per la pasta.

La lingua. Se penso a Greenville la prima cosa che mi viene in mente è la frase clou che apre un qualsiasi saluto, pronunciata indistintamente dagli abitanti di qualsiasi età. Come il primo passo varca la soglia di una qualsiasi attività commerciale, che tu sia solo o in compagnia, lo staff ti accoglierà calorosamente con un «Hey! How are y’all doin’ today?». Devo rispondere? Quando entro in un negozio in Italia nessuno mi chiede come sto. Nel dubbio, sorrisone. Di quelli belli grandi con dentatura completamente in vista, come solo loro sanno fare. Insomma, ho avuto la grande fortuna di crescere bilingue. Ho passato quindi l’adolescenza indovinando più o meno quasi tutti i lyrics delle canzoni che cantavo a squarciagola (a tredici anni comunque ti prendi bene) e dando un senso a buona parte dei testi. Questo non per forza ottimale considerando che ho sempre avuto un debole per pop e rap i cui testi non sono esattamente alta poesia, ma è andata così.

Preferisco soffermarmi sul fascino che ai miei occhi ha sempre avuto il genere musicale più amato d’America, quella vera. Quella che dice y'all e che con la chitarra in mano sulla sedia a dondolo sotto il porch, batte il tempo a suon di tacco-punta. Non riesco a pensare al momento esatto che ha segnato la nascita della mia passione per il country. Non c’è un giorno X, un evento specifico. Ricordo solo che a un certo punto ho iniziato a indossare solo jeans e texani. E quel periodo non è mai finito.

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La mia collezione di stivali cowboy adesso ammonta a un totale di 12. 3 nuovi, 5 pre-loved (parola preferita) e 4 vintage. Shoutout alla mamma e alle sue amiche per non aver mai voltato le spalle ai primi 2000 e aver messo da parte tutte le punte all’insù del loro repertorio moda (per le versioni sabot poi, non so veramente come ringraziarvi). Il mio paio preferito rimane comunque uno dei primi. Pelle morbidissima, altezza sotto al ginocchio – non particolarmente alleata del mio metro e sessanta di silhouette ma ok – colore rosa big bubble.

Dolly Parton, mi ricevi?

Alla fine, casco sempre lì. Mi ha rubato il cuore con Jolene – ecco questa è una di quelle canzoni per cui sono grata di gustare e assimilare ogni singola parola, la sua trasparenza mi spiazza – e continua a farlo ogni giorno con i video che pubblica sul suo profilo Instagram a 75 anni, per non parlare delle sue gesta nel sociale. Insomma, il mio spirit animal. Quindi, un po’ per colpa di Dolly, un po’ perché sono una grande fan dei texani, il passo successivo della mia ossessione country è stato inevitabile. Mi sono iscritta a un corso di danza country. Precisiamo: non durante una delle mie estati negli States quando avevo dodici anni ma l’anno scorso, a Milano.

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Per un annetto, perché poi il lockdown mi ha privato di questa gioia, il lunedì sera dopo cena mi sono presentata nella palestra di una scuola elementare con un’amica, insieme a un’altra ventina di persone a ballare danze country, per l’esattezza Country Line Dance. Di queste venti, tutte donne e due poveri mariti visibilmente costretti senza voce in capitolo. La prima lezione l’abbiamo approcciata così, con curiosità per tastare il terreno. Sono bastate due ore, un paio di shuffle ben riusciti (il doppio passo un po’ al galoppo per intenderci) e la voce profonda di Kenny Chesney in sottofondo per far sì che noi, tutti i lunedì sera per un anno eravamo lì.

Inutile dire che ogni weekend post lezione ho costretto tutti i miei conoscenti a imparare la nuova coreografia della settimana. Con qualcuno ci sono anche riuscita. È un ballo di gruppo, va ballato in compagnia, facendo anche un po’ di casino. L’highlight del mio anno di lezioni è stata infatti la coreografia in cui in chiusura c’era addirittura un urletto da fare, seguito da un caloroso applauso di incoraggiamento. Perché sì, ci siamo divertiti, ma il talento è qualcos’altro. Alla fine si fa per ridere, per fare una sudata, per sentirsi per tre minuti e mezzo all’after-party di un rodeo. Per questo mi manca molto. Per curare la nostalgia lascio che sia una playlist di Country Essentials a scandire la mia giornata di smart working. Che poi, a noi tutto questo mondo sembra una cosa così lontana ma basta dare uno sguardo alla playlist Top Global di Apple Music per confermare che qualcuno che porta il cappello da cowboy il podio se lo aggiudica sempre.

E quel cappello da cowboy ho intenzione di indossarlo il giorno del mio matrimonio. Perché se mai mi sposerò, voglio che sia il cliché dei cliché, rigorosamente in Vegas. La quintessenza di me: abito sottoveste di seta bianca della nonna – italiana - con stivali del cuore rosa.

Unico problema: per me il matrimonio lì vale davvero.