24 agosto 2016, Amatrice e Accumoli crollano sotto i colpi del sisma. Notiziari, immediatezza, riscontri, cause e accuse. Cinque anni dopo quelle due cittadine sono ancora lì, a fare i conti con le rinascite, le ricostruzioni e gli anniversari che si contano per non dimenticare e per guardare i progressi fatti. TerraProject, collettivo formato da quattro fotografi, Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli fotografa quei luoghi dal primo giorno. È un progetto inizialmente commissionato da Repubblica per raccontare non solo il fatto di cronaca, ma documentare stagione dopo stagione, per un intero anno, i tratti di Amatrice e Accumoli, comuni lasciati a fare i conti con il loro futuro. Cinque anni dopo in quelle macchine fotografiche si è sommata una memoria ingombrante, vivida, storica che è andata ben oltre ai 12 mesi pattuiti: il risultato è una mostra diffusa nei due comuni interessati intitolata Di semi e di pietre. Viaggio nella rinascita di un territorio, fino al 5 settembre, curata da Giulia Ticozzi (in collaborazione con Regione Lazio e Lazio Crea e patrocinio dei comuni di Accumoli e Amatrice, progetto diventato anche un racconto podcast curato da Mario Calabresi). Rocco Rorandelli ci racconta parte di questo viaggio, fotografico, territoriale, appassionato che resterà ben oltre questo anniversario.

TerraProject

Dov’eri il 24 agosto del 2016?
Quel giorno mi trovavo a Roma. Fui svegliato dalle scosse, iniziai a seguire gli aggiornamenti della situazione, preparai il materiale e partii. All’alba ero a Saletta, la prima frazione di Amatrice salendo dalla Via Salaria. Per tutto il giorno attraversai le frazioni distrutte, fino ad Amatrice, dove giunsi a pomeriggio inoltrato.

Cosa si prova a camminare ad Accumoli e Amatrice?
Amatrice non esiste più. Il vecchio centro storico è una spianata, dalla quale si ergono pochi cumuli di macerie. Il vecchio corso può essere percorso soltanto in auto. Sono entrato nella zona rossa a più riprese, sia immediatamente dopo il sisma che durante la rimozione delle macerie che recentemente. Per tentare di capire la portata di tutto questo mi affido alle parole di Michela, che vive a San Giorgio, una frazione di Amatrice, e che adesso, a distanza di 5 anni, teme di iniziare a dimenticare com’era Amatrice, le pare impossibile, dice, che quella distesa di polvere e calcinacci fosse una cittadina pulsante di vita.

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Quali sono le parole che avete sentito ripetere di più dagli abitanti di questi territori durante tutto il progetto?
Le nostre montagne. Chi abita quelle terre, ama le proprie montagne. C’è sempre qualcuno che elenca le cime, indicandole con il dito. E chi è partito, ne parla con nostalgia.
Noi proviamo a resistere. Lo dicevano gli insegnanti che ogni giorno aprivano spiragli di normalità agli studenti che aveva deciso di non trasferirsi sulla costa; lo dicevano gli abitanti costretti a passare il primo inverno in roulotte o container; lo dicono oggi coloro che vivono e lavorano senza sapere quando potranno uscire da questa emergenza.
Spero non si dimentichino di noi. Una paura più che lecita, in un territorio già difficile e isolato, in particolare nelle frazioni più piccole e meno accessibili. La pandemia ha acuito questo sentimento, e la nostra mostra diffusa vuole essere un contributo a riportare la memoria al passato e al presente di questi luoghi.

Il vostro collettivo racchiude quattro sguardi diversi: essere un collettivo permette di avere lo spettro più ampio per raccontare questa caduta e rinascita?
Siamo quattro fotografi e lavoriamo insieme dal 2006, abbiamo capito sin da subito le potenzialità e le sinergie che nascono da una scrittura collettiva, in cui ciascuno di noi porta energie e idee all’interno di un progetto deciso a priori. In un lavoro a lungo termine come questo, della durata di 5 anni, il gruppo si sostiene e si rinnova, e ci permette di realizzare un’indagine più approfondita.

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Avete mai perso la speranza di vedere rinascere Amatrice e Accumoli?
Sebbene cinque anni siano un periodo lungo, poi in retrospettiva ti rendi conto che i tempi di una ricostruzione sono di una scala ancora superiore - vedi L’Aquila. Per i residenti la ricostruzione è un desiderio e una necessità che deve necessariamente realizzarsi, quello che non è certo sono i tempi di attuazione. Il quotidiano è sempre un’aspirazione a quel giorno.

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Stagioni, quotidianità, costanza e ripresa: quale di queste parole è la più radicata nell’anima di chi vive in questi luoghi?
Le stagioni sono il metronomo di chi vive a stretto contatto con l’ambiente naturale, di chi lavora la campagna. Gli inverni rappresentano certamente una prova di forza per molti abitanti, alle difficoltà oggettive del territorio si sommano la precarietà delle infrastrutture, dalle abitazioni che già mostrano i primi segni di cedimento alle strutture temporanee che accolgono il bestiame. Poi arrivano i mesi più caldi, tornano i vacanzieri, l’atmosfera si fa più vivace. Ma poi anche questi lentamente se ne vanno, e le giornate diventano nuovamente grigie. Ci stiamo avvicinando al sesto inverno dal sisma, e ci si misura con la realtà di una situazione ancora molto complessa per chi ha deciso di rimanere.

Come TerraProject avete raccontato molti sismi e cambiamenti del territorio italiano: sono crepe di dolore che si potranno mai saldare?
Sin da quando lavoriamo con il nome di TerraProject abbiamo raccontato numerose volte il dopo sisma di terremoti vicini e lontani nel tempo, dal Friuli alla Sicilia, al terremoto dell'Aquila, fotografando luoghi e persone che raccontavano spesso vicende simili: un’Italia che faceva fatica a ricordare la storia recente, e dove gli errori delle ricostruzioni mancate parevano ripetersi all’infinito. Il nostro Paese è bellissimo e fragilissimo. I fenomeni naturali non si possono controllare, è necessario però gestire in maniera oculata il nostro territorio ed evitare altre tragedie. Quelle consumate siano se non altro un monito per tutti noi.

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