Fulminacci a Santa Marinella: dovevate esserci anche voi, tutti voi

A Santa Marinella l'estate non è iniziata e non è finita per davvero, sembra di essere già a settembre o a maggio, di aver cancellato i mesi perduti e quelli a venire, il tempo è una fisarmonica.

Le sedie sono scomode e non riesco più ad applaudire, mi fanno male le mani. La piacevole abitudine al clap è stata riassorbita da pelle e muscoli, ma la memoria del corpo procede imperterrita a sgranchire gesti e contesti che sembravano perduti nel 2020. Come imboccare l'Aurelia troppo fredda quando è sera, o in alternativa i 40 minuti di autostrada veloce col sole in faccia, sbocciando in una visione celestiale di mare e costa. A Santa Marinella Fulminacci suona in trasferta e chiude il semicerchio tirrenico che dalla spianata di Fiumicino disegna l'ultima curva del litorale laziale nord, prima di riprendere la corsa dall'agglomerato portuale di Civitavecchia. "Che poi siamo a Santa Severa ma mi hanno detto che il comune è lo stesso" ci tiene a specificare Fulminacci prima di illanguidire le corde della Taylor con l'intro della canzone, a metà scaletta. Ed è come se solo in quel momento il Castello di Santa Severa, riqualificato negli anni Dieci del terzo millennio dalla Regione Lazio, baciato dal sole e dal mare, si incastoni veramente nella geografia del litorale. La luna fa capoccella sugli smerli del castello e il rumore del mare si ripete con poche variazioni: certezza incrollabile, dogma confortante come il vento perenne, cattivo solo quando vira sul mistral aggressivo dalla dirimpettaia Corsica. Ai lati si aprono le spiagge di rena fine, paradisiaca per le famiglie, panatura dei corpi che si sciolgono in goffi abbracci notturni. Un teatro naturale di amori destagionalizzati che nascono, crescono, regolano la frequenza di struggimento con le onde. È lo scenario fresco dove il cantautore romano Filippo Uttinacci in arte Fulminacci, classe 1997, già Targa Tenco con l'album di debutto, in gara a Sanremo 2021 con la canzone che porta il nome "di dove siamo adesso", tiene la sua unica data della stagione estiva. E chiude anche il suo piccolo semicerchio personale di riferimenti umani on the road, topoi del diventare grandi restando bambini (o viceversa essere giovanivecchi, funamboli tra nostalgie e speranze, che questo è il barcamenarsi tra il passato e il futuro senza scordarsi del presente).

Luca Perazzolo

Santa Marinella è una storia d'amore. Di due persone amiche di Fulminacci presenti tra il pubblico, rivela lui nel presentarla. Ma è anche la liaison proibita e universale che lega da sempre Roma al litorale: la metropoli che ama travestirsi da città di mare con piglio imperiale, screziata dai suoi paradossi morfologici. Quella Roma ovest che nessuno nomina mai, dove il fiume incontra l'autostrada e i mezzi pubblici sono casuali come passaggi di meteore, è in realtà la via più facile per toccare il mare. Grande raccordo anulare uscita 33/solo se vieni dal mare passami a prendere (e tante care cose a Roma Est). Un gioco eterno di contraddizioni urbane che si ritrovano tutte in una serata più fresca del solito, con un pubblico punteggiato di canottiere teenager e pullover millennials (e oltre). A Santa Marinella l'estate non è iniziata e non è finita per davvero, sembra di essere già a settembre o a maggio, di aver cancellato i mesi perduti e quelli a venire, il tempo è una fisarmonica. La birra spillata in contanti, il banchetto del merchandise, i pass rossi al collo (peccato non averlo avuto) e il biglietto-timbro sulla mano, da proteggere dai colpi del gel disinfettanti, si lubrificano di iodio e ossigeno tornando ad essere vivi, veri, autentici. I gesti dimenticati vengono rinvigoriti dalle sequele di daje, sprone romano per eccellenza, da una tensione elettrica di gioia condivisa nel ritrovarsi ad un concerto. Live, le piccole gemme musicali che sono le canzoni di Fulminacci dipingono una scaletta che sembra prospettiva di vita: pop ritmato, ballad delicate, dolcezze soffuse, ironie irresistibili. La costrizione delle coreografie si limita alle braccia in aria, ma i piedi sbattono incontrollati a terra come di fronte una cotta estiva, le frequenze invadono il corpo di scosse, la gola si arriccia cantando al cielo. La vita veramente, io vorrei fosse sempre così: sotto un tetto di stelle (seppure non vicino San Giovanni, abbiamo cambiato protezione religiosa), l'ultimo goccio di birra intiepidita in mano, i piedi impolverati su un prato, una tattica fallibile in testa, e un concerto di Fulminacci dal vivo.

Luca Perazzolo
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