La spiaggia della Purità a Gallipoli, dove non senti fiatare un Bluetooth

La più popolare, la più instagrammata, la più incompresa del Salento, storia della spiaggia in cui devi concentrarti sul mare o tutt'al più su te stesso, anche perché c'è poco altro da fare

spiaggia
Giovanni De Stefano

Ci sono lagune blu che si trovano solo in posti esotici, la cui scoperta presuppone quantomeno un disastro navale ed è riservata a superstiti accompagnati da Brooke Shields. E ci sono lagune blu che puoi trovare sotto casa o a pochi passi dal tuo hotel, purché il naufragio sia esistenziale e ci vai la mattina presto, finché c'è ancora posto. Sul fianco occidentale del centro storico di Gallipoli la spiaggia del seno della Purità ritaglia una mezzaluna di palazzetti cinque-seicenteschi, arenile e acqua. Tutti e tre gli elementi appaiono miracolosamente liberi dal peccato, non tanto originale, del mare contemporaneo. La spiaggia è dominata dalla facciata della chiesa di Santa Maria della Purità. Questo nome deriva da una leggenda sulla vita della patrona di Gallipoli, Sant’Agata: una madre aveva ritrovato il figlio disperso mentre era intento a succhiare latte da un seno giunto miracolosamente sulla costa e appartenente alla suddetta Vergine e Santa (il cui martirio aveva comportato, tra gli altri supplizi, l'amputazione delle mammelle). Narrazione geniale della religiosità popolare che metaforizzava così l'etimologia della parola insenatura. Fra l'abitato che insiste sulla spiaggia della Purità e la battigia c'è una quinta di arcate in pietra che interrompe la linea dei bastioni dell'isola della città vecchia. La quale, pur essendo un'isola, suo malgrado, non è appartata quanto vorrebbe dal resto della città e del mondo. Quel muraglione fa da rete a un appassionante match di tennis tra il mare e la terra che dura da alcuni secoli e che sembra arbitrato da un Dio benevolo, ancora possibilista sulla felicità in terra (purché con vista mare) e dotato di un ottimo occhio per le location da selfie al tramonto. Per come la sua scenografia urbanistica parla al paesaggio marino questa infinity pool pubblica – digradante da un lato sul Mar Ionio, dall'altro sulla condizione umana – è probabilmente una delle spiagge urbane più belle d'Italia. Ma per quello che ci dice dei suoi frequentatori, locali e forestieri, è certamente l'ultima spiaggia che può assicurare un'esperienza del Salento com'era trenta o quarant'anni fa, cioè prima della sua suddivisione netta in due filoni narrativi: quello rural-chic e quello discotecaro. Cento metri più là e dieci più alto Gallipoli continua a essere l'Ibiza del nostro Sud: chiassosa, irruenta, sovrappopolata, i cui esponenti più temuti sono quelli marchiati dalla maglietta "Maturità 2021". Qui, invece, le categorie dell'aristocratico e del democratico si annullano a vicenda: una faccia, una spiaggia. Anche se più che democratico sarebbe meglio dire mazzaro, termine dialettale fortunatissimo che potrebbe tradursi letteralmente con grezzo, derivante dal nome di una pietra locale tufacea usata per costruzioni. Ed è notevole che si chiami mazzara la più semplice delle ancore da barchetta, fatta di un solo masso ben pesante munito di un foro per cui far passare una cima, sottile ma salda, come il desiderio che c'è negli habitué della Purità di restare attaccati alla loro amata sabbia. A lungo la Purità è stata la prima e unica spiaggia di Gallipoli. Successivamente, con l'avvento del turismo, divenne la Too good to go delle risorse balneari per le popolazioni autoctone prive di lido di riferimento e per i forestieri in fuga dai lidi di riferimento. Trovandovi rifugio quando tutto sembrava già prenotato o perso, così, gli indigeni che cercavano di sfuggire ai turisti e i turisti che cercavano di sfuggire a se stessi si sono scoperti a vicenda. Anche se il dialogo tra loro è stato spesso reciprocamente incomprensibile, davanti a quell'acqua si capivano benissimo. Oggi i gallipolini e i turisti alla ricerca di emozioni forti sembrano volersi riappropriare insieme di questa spiaggia, cercando di sfuggire come possono allo tsunami della modernità, che ha trasportato da chissà dove, a pochi passi da luoghi sacri come la basilica concattedrale o il mercato del pesce, negozi di calamite e cocktail dai gin chiacchierati. La Purità non è uno stabilimento alla moda, ma è comunque una spiaggia di grido: è di fatto autogestita dalle urla che i volontari addetti alla pulizia emettono non appena un pezzo di stagnola capita fuori dagli appositi cestini. È la spiaggia più popolare del Salento non solo perché è appartiene, come altre, al popolo ma anche e soprattutto perché è oggetto di cure da parte del popolo. Se ciascuna delle altre cento spiagge libere gallipoline si definisce in base alla categoria umana che la sporca, questa è l'unica che si definisce in base a quella che la pulisce. Dal momento in cui ci metti piede assumi, del tutto spontaneamente, un piglio modesto e partecipativo. Non è un caso se, grazie al lavoro dei volontari, questa è una delle pochissimi arenili pubblici della zona a mettere a disposizione dei bagnanti disabili delle sedie JoB.

Giovanni De Stefano

Altrove, sul lungomare della città nuova, è malcostume odioso ma ancora diffuso riservarsi piccoli appezzamenti di spiaggia libera conficcando basi di ombrellone nella rena. Alla Purità non accadrà mai. È più probabile che sia lo stesso corpo di un bagnante assopito a segnare, fin dalla sera prima, il punto esatto in cui l'indomani principierà un nuovo giorno di mare cristallino e dolori lombari. Nelle ore diurne alla Purità devi concentrarti sul mare o tutt'al più su te stesso, anche perché c'è poco altro da fare. Per via dell'isolamento rispetto al resto dello sterminato litorale della baia di Gallipoli e per la relativa lontananza dai parcheggi, qui non vige lo spolvero di attrezzature da campeggio e/o survivalism che è tipico delle spiagge libere dei paraggi. Per lo stesso motivo sono rari perfino i venditori ambulanti. Se vuoi un gelato devi salire dalla signora Tosca, la proprietaria del chioschetto sul sagrato della chiesa, che vende bibite e granite ma cede gratuitamente bicchierini da adoperare per raccogliere i mozziconi di sigaretta. Un'altra figura carismatica di riferimento è da rintracciarsi nel signor Salvatore, che mette a disposizione retini da pesca ai bambini che vogliano dedicarsi a piccoli interventi di pulizia in spiaggia invece che alle solite microtransazioni in-app. È bello disporre di un posto in cui tutto quello iodio sembra finalmente poter essere messo a frutto. Anche se non senti fiatare un Bluetooth, sei libero di girare a mente tutti i remake pauperisti e meridionalisti di Sapore di mare che desideri. Non ci sono docce, ma taniche d'acqua portate da casa. Per le nobildonne e nobiluomini del centro storico che bazzicano la Purità è ancora il palazzo avito a fungere da cabina. Non c'è uno spogliatoio (nemmeno uno di quelli di fortuna che, a volte, si rendono disponibili tra la macchia mediterranea del vicino Parco di Punta Pizzo) all'infuori degli enigmatici archi del muraglione. I quali, col sole battente, sembrano pittura dechirichiana, e dove anche un cambio costume può essere un momento metafisico. Ci sono, d'altro canto, le facciate e il loro riflesso sull'acqua; le onde e le loro piccole riproduzioni in vetro sulle finestre dei palazzi. Il lusso più sfarzoso è costituito, qua e là, da una spiaggina o una sporadica canoa gonfiabile; per il resto, solo teli e arenaria erosa o da erodere. In altre parole la Purità è un luogo magico in cui sporcarsi di sabbia e alghe e, al contempo, ripulirsi dalle scorie del presente e da qualche eventuale fettina di posidonia rimasta incastrata tra le fettucce delle Teva. Alle otto del mattino la spiaggia è ancora un sogno a occhi semichiusi. Nelle giornate particolarmente terse alle spalle del faro dell'isola di Sant'Andrea compaiono i monti del Pollino, come uno sfondo virtuale di Zoom che l'isola avesse scelto per stupire la collega Sant'Agata. La Purità è il luogo più instagrammato di Gallipoli ma in foto non compare mai tutta. Al minimalismo delle attività diurne corrisponde, col calare del sole, il progressivo disvelarsi di quelle notturne, ben più variegate e complesse. Al buio prendono forma iniziative di giorno impraticabili, come giocare a pallone, impennare in bicicletta, simulare falò con le torce dei telefoni, improvvisare bagni notturni in cui tutti si affastellano e sovrappongono a fare cose e a toccare gente come nei dipinti della chiesa più in alto fanno le figure dei pittori napoletani, che occupano ogni centimetro quadro che non sia dorato o stuccato delle pareti; e che anzi talvolta, baroccamente, sconfinano, mantenendosi sempre in movimento per non farsi intaccare dalla salsedine. Le arcate fra i bastioni, che di giorno forniscono occasione di piacevoli effetti chiaroscurali, di notte ispirano esplorazioni misteriosissime, seppure quest'anno in parte neutralizzate dalla nuova illuminazione a led. Per fortuna questa luci, pur contribuendo a rendere più difficile calpestare un adolescente veneto mentre incedi alla ricerca di un'alcova in quarta o quinta fila, tutto sommato non snaturano l'insondabile profondità di quelle che un tempo erano rimesse per imbarcazioni e che oggi sono perlopiù riparo di fortuna per monopattini, stuoie, pezzi di sopra di bikini, colli, labbra. Dalla mezzanotte in poi, in alta stagione, gli archi della Purità sembrano un piccolo Colosseo per innamorati. Puntualmente da quelle cavità vengono evocati, non acclamati dalla folla ma sussurrati da un solo spettatore tremante, nomi di battaglia pieni d'amore. Come la maggior parte degli affetti estivi consumati in luoghi non convenzionali è tutto molto operistico e spontaneo al tempo stesso. Per esempio: amore è quando il tuo partner, dolcemente disteso sulla sabbia, para una pallonata diretta alla tua testa, con un guizzo a mano aperta, alla Donnarumma, mentre tu continui a trasudare sicurezza (del resto sei una ragazza seconda dose), ma sai benissimo di essertela vista brutta, alla Immobile. A quest'ora l’acqua di mare non è mai stata così potabile e il Covid così lontano. Potresti bere alla goccia un chiaro di luna nell'incavo di mani altrui e sbronzarti così dello stesso liquido che, di giorno, ti ha salato frisa e pomodori (cuore di bue o San Marzano) e sarebbe il migliore simbolo possibile di questa straordinaria interconnessione tra la dimensione domestica e la marittima, la vita e la vacanza. Nel frattempo un monello locale guarda la spiaggia dall’alto del parapetto dei bastioni. Avrà sì e no una dozzina d'anni. Verso le scene sottostanti sembra avere lo stesso interesse distaccato e professionale di un marchese parigino ottocentesco che scruta la platea da un palco dell'Opéra. Quanta precoce saggezza nel suo sguardo che conosce tutto della Purità, ma che ancora non sa quasi niente di Tik Tok. È proprio questo il punto. Ai piedi speranzosi di quella piccola vedetta gallipolina, che deve avere appena svuotato la soffitta paterna, c'è un assortimento completo di chincaglierie retrò e cianfrusaglie low-tech: palline rimbalzine glitterate, action figure di infanzie precedenti, best seller di Bruno Vespa. Un cartello completa l'esposizione: "Sto raccogliendo i soldi per comprare il mio primo smartphone". Non sappiamo se augurargli o meno fortuna con le vendite, anche se il suo piglio da crowfunder sembra già avere la meglio sull'orgoglio da lettore di fatti quirinalizi o mussoliniani di almeno qualche passante. Nel frattempo gli altri continuano a fare il bagno. E chissà se qualcuno di loro sta pensando a quanto c’è di insolito e di imprevedibile nel raggrupparsi, stasera, di persone che ancora stamattina non si conoscevano e che per alcune ore, tra il cielo illimitato e il mare vastissimo, vivranno nella massima intimità, sfidando insieme lo scirocco dall'abbraccio mortalmente umido, il futuro incerto e la calma sorniona dell’acqua addormentata.

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