Francesca Woodman, la fotografa che non voleva vivere

Chi era l'americana che rivoluzionò per sempre la fotografia in soli 23 anni di vita.

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In pochi riescono a tracciare un ricordo indelebile di sé con una vita tanto breve. Eppure Francesca Woodman ha avuto il tempo per farlo, grazie alla sua straordinaria bravura nell’arte della fotografia. Una personalità ossessiva e un fragile ego convivevano nell'animo della fotografa statunitense che ha messo fine alla sua vita suicidandosi nel 1981. Lasciando dietro di sé molto più che la promessa di un talento misterioso.

La sua arte. Nudi fantasmagorici, giochi surreali e la rappresentazione di una sessualità tanto intensa quanto eterea. Probabilmente pochi hanno svelato il disagio nascosto delle donne con la lucidità di questa artista, nata a Denver nel 1958, da un solido matrimonio bohemian (la madre ceramista e scultrice, il padre pittore e fotografo). Un bel ritratto di famiglia che verrà completamente sfasciato dalla morte violenta della giovane, il cui enorme lavoro (i suoi genitori hanno ancora un archivio di oltre 800 fotografie) è venuto alla luce grazie a un film documentario, The Woodmans, e diverse mostre nel Regno Unito e negli Stati Uniti. La più importante, al Museum of Modern Art di San Francisco, è stata esposta anche nel 2012 al Guggenheim di New York.

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La biografia. Cresciuta e formatasi tra gli Stati Uniti e l'Italia, Francesca era una ragazzina americana in Toscana, circondata dalle amicizie artistiche dei suoi genitori. Visse poi un’adolescenza burrascosa a Roma, dove trasse molta ispirazione per le sue opere. Probabilmente il suo gusto per gli scenari bucolici e decadenti non sarebbe venuto alla luce senza il contatto con il vecchio continente. Iniziò a fotografare all'età di 13 anni, in bianco e nero, in formato piccolo e quasi sempre con se stessa come protagonista. Quelle immagini che raccoglieva nei suoi quaderni e diari le immaginava poi raccolte in un libro. Natura (rami, foreste, uccelli) e case (muri, pareti, finestre) hanno giocato un ruolo chiave nella composizione della sua opera, c'era qualcosa di sinistro in quella densità simbolica, storie piene di malinconia e tristezza con lei unico centro di tutto. Riuscì a pubblicare solo un libro: Some Disordered Interior Geometries.

Il suicidio. Francesca si uccise a New York a soli 23 anni. Cinque giorni prima che suo padre, George Woodman, inaugurasse al Guggenheim un’importante mostra collettiva. Non si accontentò di un'uscita di scena discreta: pose fine alla sua vita con un salto spettacolare dalla sua casa di Lower East Manhattan e l'impatto deturpò il suo bel viso. L'ombra della figlia non ha mai abbandonato i genitori, che dopo la sua morte si sono interamente dedicati al lascito di un'artista che, nonostante la giovane età, è stata fondamentale per il crepuscolo della modernità del ventesimo secolo. The Woodmans, il documentario a lei dedicato diretto da C. Scott Willis, approfondisce la storia di questo dramma. Contiene interviste con i membri della famiglia (genitori e fratelli più grandi), amici, e studiosi della sua produzione. Comprende anche alcuni dei suoi lavori meno conosciuti. Scoprendo che, in quei diari, la fotografa cominciava già a rivelare le sue crepe interiori, l’uso di droghe, lo strazio di vivere.

La fama postuma. Sconosciuta in vita, Francesca Woodman divenne celebre nel 1986, cinque anni dopo la sua morte, grazie alla prima mostra del suo lavoro al Wellesley College. Per molti il suo tragico destino è codificato nelle sue fotografie, per altri è nascosto in esse. Anche per questo è considerata un simbolo del surrealismo femminile: a differenza degli uomini, le donne di questa corrente culturale tentano di riprodurre la propria immagine utilizzando l'arte e la letteratura come uno specchio. Un'auto rappresentazione che, come nel caso di Woodman, può risultare molto dolorosa. A volte fatale.

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