Gli ultimi tesori della terra

Un bunker in Norvegia con i semi del mondo e un Frozen Zoo a San Diego con gli embrioni degli animali: per la Giornata della terra andiamo alla scoperta dei depositi di vita.

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Nel sottoscala del rifugio più a nord del pianeta, gli scienziati della Base Artica di Ny-Ålesund avevano allestito una piccola dispensa d’emergenza. Scatolette di carne, fagioli, frutta sciroppata e qualche medicina. In quell’avamposto dell’umanità si arriva solo con alcune ore di motoslitta e accadeva sovente che si venisse colti da una tormenta improvvisa, che cancellava il mondo ululando nell’aria. E più di una volta quelle provviste avevano salvato la vita di giovani studiosi.

Ny Alesund alle Svalbard in Norvegia sede della base artica.
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L’onere di mantenere quel rifugio efficiente era affidato a Marion Maturilli, una biologa dell’università di Berna che da anni studia i ghiacci e il cambiamento climatico e che ora, seduta sul pavimento di legno, si ritrova a buttare viveri e medicine, tutti scaduti, dentro un bidone. Da tempo il Generale Inverno non alza più la voce tra queste terre bianche e il loro fascino immacolato si scioglie sotto il sole. Marion se ne rende conto ogni giorno, con la malinconia di chi si conta le rughe allo specchio. Sull’uscio, prima di entrare in casa, batte forte i piedi per scrollarsi la neve di dosso, ma quel gesto ha più il sapore di una vecchia abitudine che di una necessità. Esce di casa senza giacca e se ne rende conto solo dopo molti passi, perché il freddo non è più lì ad aspettarla con i suoi artigli. Nella lentezza di un tempo inesorabile si lascia alle spalle il rifugio e in sella alla motoslitta attraversa il paesaggio candido, per tornare al villaggio. Insieme al sacco delle cose inutili, vorrebbe buttare anche le sue certezze.

Speravamo che tutto restasse come lo abbiamo conosciuto. I ghiacci con il loro vuoto furente e le foreste nelle loro ombre selvagge, mentre noi spostavamo il limite delle sfide per soddisfare le nostre nevrosi. Abbiamo raggiunto l’orizzonte e da lì ci siamo tuffati nell’universo, cercando la vita tra le stelle e su nuovi pianeti. Poi d’improvviso abbiamo aperto gli occhi, e per sopravvivere sulla Terra ci siamo ridotti a costruire delle Arche per superare l’abisso. La scienza ci ha detto di affidare a loro il nostro destino, con la stessa voce che un Dio severo usò per annunciare il diluvio. «I ghiacci dei Poli si sciolgono, il 60 per cento dei primati è a rischio estinzione, la biodiversità globale negli ultimi 100 anni si è dimezzata. Questo è il prodromo di un evento di portata maggiore», tuona un comunicato dello Stanford Woods Institute for The Environment dalla California. In questo panorama disperato abbiamo cercato di mettere al riparo i nostri beni più preziosi, nascondendoli sotto terra, come animali prima dell’inverno.

Semi della speranza: sono 160mila le varietà di riso (a lato) al sicuro presso Lo Svalbard Global Seed Vault, in Norvegia. A circa 1.200 km dal Polo nell’arcipelago delle Svalbard, è preservato il patrimonio genetico delle sementi più tradizionali.
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Nelle isole Svalbard, tra i ghiacci tanto amati da Marion, è stato costruito un bunker per conservare le sementi di tutto il mondo. Si chiama Global Seed Vault e da una porta d’acciaio affacciata sul Mar di Groenlandia si scende nel ventre della Terra per 150 metri, fino a raggiungere la temperatura costante di -27 gradi. Si cammina attraverso cinque comparti antiatomici prima di entrare nelle celle dove sono stipate le casse, divise per Paesi di provenienza, con le principali specie arboree e agricole del pianeta. Se mai dovessimo vivere una nuova genesi, da qui rinascerà la flora. Mentre dal Frozen Zoo di San Diego troveranno una seconda vita gli animali. Più di diecimila embrioni, affogati in congelatori pieni di azoto liquido. E tra tigri, gorilla e rinoceronti, ci sono anche molti mammiferi già estinti, pronti a rinascere in qualsiasi momento.

Adottata dal Frozen Zoo di San Diego, la femmina di rinoceronte bianco meridionale conta pochi esemplari viventi. L’ultimo maschio della sottospecie settentrionale, Sudan, è morto recentemente.
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Stiamo vivendo nell'Antropocene, dicono e ne sono convinti molti scienziati. Un’era nella quale le attività umane sono la causa dei cambiamenti strutturali e climatici del pianeta. Gli studi indicano che siamo andati oltre il punto di non ritorno e non ci resta che traslocare, salvando il salvabile. E gli Stati Uniti, se da una parte si ritirano dagli accordi di Parigi sul clima, dall’altra sono i primi a preparare i bagagli. Nella Milk Bank dello Smithsonian Zoo di Washing-ton stivano campioni di latte di ogni animale esotico e nella Amphibian Ark mettono in salvo rane, salamandre e tritoni, perché nonostante la specie anfibia abbia superato ogni estinzione dal Paleozoico, oggi sono la specie più minacciata dai cambiamenti del clima. In una nursery nelle acque della Florida vengono cresciuti i coralli tra le cure materne di decine di esperti perché in natura, dagli anni 70 a oggi, li abbiamo praticamente portati all’estinzione. Per evitare lo stesso destino, nei sobborghi di Denver, in Colorado, il ministero dell’Agricoltura ha creato una banca genetica nella quale 150 ricercatori archiviano i codici della vita di foreste, mieli, animali, piante e batteri. E una manciata di chilometri più a sud, il governo ha voluto il National Ice Core Laboratory, dove sono stivati migliaia di campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo: strati di storia chiusi in cilindri d’acciaio e disposti su scaffalature alte fino al soffitto. Nelle particelle di polvere che il tempo e il freddo hanno intrappolato, siamo in grado di leggere anche il nostro futuro.

Global Seed Vault, alle Svalbard in Norvegia, a circa 1.200 km dal Polo nell’arcipelago delle Svalbard, è preservato il patrimonio genetico delle sementi più tradizionali.
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«Qui c’è il più bel libro della vita», scherza Marion, seduta nel suo laboratorio di Ny-Ålesund, tra fogli zeppi di numeri e provette dai colori delicati. «È una ricerca composta da centinaia di campioni di ghiaccio, lunghi e sottili, estratti dal cuore dell’Antartide. Le loro piccole crepe sono come le linee della vita in una mano», aggiunge spiegando che questi carotaggi sono stati fatti su un altopiano soprannominato Circe, perché come la maga omerica ci danno consigli per affrontare il viaggio. Studiando questi campioni siamo stati in grado di tornare indietro nel tempo di 800mila anni, scoprendo che il pianeta ha vissuto fasi cicliche e ricorrenti. A 100mila anni di glaciazione ne sono sempre seguiti 11mila di clima temperato, che sul finire del ciclo si riscaldava improvvisamente.

Secondo questi studi, noi ci troveremmo esattamente in questa fase. Il caldo scioglie i ghiacci che mescolandosi ai mari ne abbasseranno la salinità, permettendone così il congelamento nella prossima glaciazione. «Le attività antropogeniche contribuiscono al cambiamento climatico, ma non possiamo affermare con certezza che tutto sia colpa nostra», precisa Marion con una smorfia di rassegnazione.

Nell’immensità del paesaggio che qui avvolge ogni cosa, è difficile persino immaginare che l’uomo possa qualcosa contro la perfezione della natura. «Certo le cose stanno cambiando, e molto più in fretta di quanto ci si possa immaginare», continua la scienziata, uscendo a fine giornata dal laboratorio. «Se si pensa che qui come in Antartide un tempo crescevano le foreste e che neppure 30mila anni fa nel Sahara correva l’acqua ti senti piccolo e impotente. La natura riesce sempre a riprendersi ciò che le appartiene».

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