Michael Rakowitz, l'uomo che ricostruirà le opere distrutte dall'Isis

L'artista americano d'origine irachena sta riproducendo ottomila sculture e mosaici bombardati dall’Isis dal 2003 a oggi. Nel 2019 è protagonista di due mostre al Castello di Rivoli e a Londra.

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Getty Images

C’è Lamassu, toro alato dal volto umano, che si trovava alle porte dell’antica città di Ninive, nel Nord dell’Iraq, ricostruito usando undicimila lattine riciclate di sciroppo di dattero. E ci sono gli affreschi del Palazzo reale di Nimrud, sulle rive del Tigri, riprodotte affastellando migliaia di confezioni di tè.

Sono alcune delle creazioni dell’artista americano d’origine irachena Michael Rakowitz, che da dodici anni ha un sogno: riprodurre le ottomila opere distrutte dall’Isis dal 2003 a oggi. Un lavoro mastodontico, non ancora terminato, chiamato The Invisible Enemy Should Not Exist (Il nemico invisibile non dovrebbe esistere), il cui titolo si ispira a uno dei nomi della maestosa via che conduceva alla porta di Ishtar, a Babilonia. L’ultimo atto è stato l’installazione della statua di Lamassu a Trafalgar Square, a Londra. Resterà lì due anni, come monito per non dimenticare la scultura, bombardata dall’Isis nel 2015.

La statua di Lamassu sul Fourth Plinth a Trafalgar Square a Londra
Courtesy Photo

«Il mio desiderio», dice Rakowitz, che nel 2019 sarà protagonista di una doppia mostra a Londra (a giugno) e Torino (a ottobre) curata da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli, e da Iwona Blazwick, direttrice della Whitechapel Gallery di Londra, «è che gli spettri delle opere originali “perseguitino” i visitatori in modo che non dimentichino mai quello che hanno subito».

The ’Invisible Enemy Should Not Exist’
Courtesy Photo

Il poeta Octavio Paz diceva che «la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda». Perché per lei la memoria è così importante? Perché è il bene più prezioso che abbiamo. Non a caso quando si vuole distruggere un popolo e la sua storia, la prima cosa che si cancella è la sua memoria.

È cresciuto a Long Island, vive fra New York e Chicago, ma ha discendenze arabe ed ebraiche. Si è mai sentito un intruso? Sì. Sento di appartenere ed essere estraneo allo stesso luogo contemporaneamente. È una condizione che mi aiuta a capire che nella vita non c’è nulla di immutabile, nemmeno l’identità.

Un particolare della serie ’The Invisible Enemy Should Not Exist’ di Michael Rakowitz
Ketty Bertossi

Come è cambiata l’America negli ultimi dieci anni? Questione complessa. Più che in passato ci sono elementi strutturali nel governo che rendono la vita inospitale per gli stranieri, soprattutto per i musulmani. E l’attuale amministrazione di Donald Trump non ha fatto che peggiorare le cose.

Eppure l’immigrazione ha creato l’America e i migranti continuano ad arrivare. Secondo lei, è giusto chiudere i confini? No. È giusto aprire le frontiere e agire con empatia e compassione, cercando di capire perché la gente emigra.

’The Invisible Enemy Should Not Exist’ di Michael Rakowitz
Getty Images

Ha detto che «l’arte dovrebbe essere pericolosa e scorretta. E che l’artista non ha responsabilità se non quella di dire sempre la verità». Che differenza c’è fra un artista e un attivista? L’attivismo è concretezza, l’arte ha componenti tangibili e altre più misteriose, che non si possono spiegare. Una canzone può cambiare la vita ma non può avviare trasformazioni politiche.

Perché quasi tutti i suoi progetti sono work in progress? Se i problemi non hanno mai fine, perché le mie opere dovrebbero averne? Consideri la mia arte come un atto di resistenza.

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