Ad Amsterdam c'è una mostra sul cibo (e sull'eros) da VEDERE

Il menù espositivo del Foam guarda in faccia la nostra fame e la relazione che abbiamo con quello che consumiamo, con parecchi spuntini di food photography

Food Photography, Ouka Leele
Peluquería Limones, 1979 © Ouka Leele / courtesy Foam

La fotografia nutre un sacco di cose, anche grazie a chi gioca seriamente con il cibo, sandwich di realtà e delicatessen da mangiare con gli occhi, serviti insieme a riti e stili di vita, gusti e desideri, moda, marketing o femminismo. Manicaretti che usano il cibo per dire tutto e mostrare anche di più, dalla natura morta con pesche e ananas di William Henry Fox Talbot del 1845, alle tavole Ikea imbandite da Carl Kleiner, passando per la sensualità del peperone trasfigurato da Edward Weston, o i paradossi visivi delle abbuffate del contemporaneo di Martin Parr. Un menù per tutti i palati, servito al Foam - Photography Museum di Amsterdam con Feast for the Eyes – the Story of Food in Photography (fino al 6 marzo 2019) e gli ingredienti della storia della fotografia da gustare con tutti i sensi.

Martin Parr - New Brighton, England, 1983 - 85
© Martin Parr / Magnum Photos

Una festa con pietanze sfiziose, preparate con dedizione e ironia, passione e parecchio estro, da grandi artisti e sperimentatori di nuove tecnologie, professori, visionari e rivoluzionari incalliti. Harold Edgerton insegna ingegneria al MIT quando realizza l'immagine di una goccia di latte sospesa nell'aria, o quella della mela, attraversata da un proiettile (con un tempo di esposizione di dieci nano-secondi). Fotografie abbastanza note, esposte vicino al piatto di piselli di un'artista visionaria come Sandy Skoglund.

Lungo il percorso espositivo ci si può imbattere in qualsiasi cosa. Nella Monna Lisa raddoppiata da Vik Muniz con burro di arachidi e gelatina di frutta (dopo Warhol), o la morbidezza del camembert con pera e formica di Irving Penn. La carne in scatola SPAM di Ed Rusha, la bistecca sfregata sugli occhi di Jerry Hall da Helmut Newton, o la performance Meat Joy di Carolee Schneemann. Chi si nutre di cliché e chi li sfida, chi fotografa ostriche per evocare altro come Hannah Collins, insieme a tutto quello che divoriamo e ci divora.

Ed Ruscha Spam (Cut in Two), 1961
© Ed Ruscha / Courtesy of the artist and Gagosian Gallery

L'universo femminile meso in scena da Guy Bourdin è esposto davanti al vivace femminismo olandese di Dolle Mina, mentre l'inno video al 'ciclo femmminile', con la campagna #BloodNormal della svedese Libresse, è celebrato dalle provocatorie metafore vaginali al ritmo del Take Yo 'Praise di Camille Yarbrough (celebre campionatura del Praise You di Fatboy Slim), premiate all'ultimo Cannes Lions.

Il percorso espositivo attraversa il tempo e i generi, creatività e sperimentazione, mettendo a frutto quanto raccolto nelle pagine del libro omonimo di Susan Bright, pubblicato da Aperture. La stessa fondazione newyorchese organizza la mostra, curata dalla Bright con Denise Wolff, per proseguire il viaggio nel contemporaneo, senza negarsi la riflessione sul food-porn dei social network, o sulle politiche migratorie di Trump, sfidate dalla tavolata conviviale dell'umanità, apparecchiata dall’artista JR con il Giant Picnic al confine Stati Uniti-Messico.

Lo sguardo di oggi da nuove prospettive alla colazione con il sogno americano on the road di Stephen Shore, alla Semiotics of Kitchen di Martha Rosler, i primi piani alimentari di Rinko Kawauchi, i clementini di carta di Daniel Gordon o la dieta cromatica di Sophie Calle. In qualche caso, perché quello che abbiamo mangiato ieri, fa riflettere su quello che non digeriamo più. Le sperimentazioni di Wolfgang Tillmans ronzano (insieme alla coscienza) con mosche ghiotte di aragosta, il pasticcio dei Disaster di Cindy Sherman (# 175 disaster) resta a terra, come l'anguria erotica di Nobuyoshi Araki, mentre la sua ballata di amore e morte si concede gli ultimi pasti con la moglie-musa Yoko. Una mostra croccante da gustare a ogni ora del giorno, con ciambelline per tutti.

Joseph Maida - #fishy #donut #divers #thingsarequeer, December 1, 2015
© Joseph Maida / courtesy Foam

Esaminando il ruolo del cibo nell'arte e nella moda, nel fotogiornalismo e nei libri di cucina, nelle pubblicità o i social network, la mostra riflette sulla nostra relazione con quello che consumiamo. Si nutre di stili di vita. Guarda in faccia la nostra fame e non mette mai nel piatto solo cibo, così come non si limita alla passione per gli spaghetti il fotogiornalismo tabloid di Weegee (alias Arthur Fellig), con omicidi e incendi considerati il "pane e burro" quotidiano.

Weegee - Phillip J. Stazzone is on WPA and Enjoys His Favorite Food as He’s Heard That the Army Doesn’ t Go in Very Strong for Serving Spaghetti, 1940
© Weegee / International Centre of Photography, Courtesy of Ira and Suzanne Richer

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