Re Robert Mapplethorpe e le sue donne (di fiori)

Androgino, manipolatore, dannatamente sexy: così le sue muse descrivevano il fotografo. A 30 anni dalla morte, tre mostre lo celebrano: nudi maschili, sesso gay, ma anche fiori sensuali e ritratti femminili. A partire da quelli di Patti, l'unica che ha amato.

Robert-Mapplethorpe
Kristopher McKay. Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Osceno e sublime, Robert Mapplethorpe è stato un fotografo sovversivo che, attraverso immagini pornografiche e raffinatissime, ha stravolto i concetti di moralità, razza e sesso nella società americana anni 70 e 80. Uno tsunami di scatti con masturbazioni, pissing e fist fucking. Famoso per bicipiti e tricipiti, pettorali e glutei, addominali e polpacci lucidi come il marmo di uomini neri. E poi, un’invasione di membri maschili, spesso formato oversize, ritratti ovunque e in qualunque posizione: dentro flûte di champagne o delicatamente poggiati su un piedistallo di marmo; in erezione o dolcemente addormentati; prigionieri del latex o liberi. Sì, è vero, direte voi, ha ritratto anche orchidee, rose e tulipani (forse i più belli mai fotografati) ma era come se non si discostasse mai dal tema dominante: il sesso. Perché Mapplethorpe era tutto arte, vita e sesso.

Calla Lily
Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Tantissimo sesso. Un “fuorilegge del sesso”, l’hanno definito. Bello e ambizioso, ha saputo giocare con gli estremi. La sua è stata una parabola durata 42 anni, celebrata oggi da quattro mostre: Implicit Tensions al Guggenheim di New York fino al 10 luglio, Coreografia per una mostra al Museo Madre di Napoli fino all'8 aprile, L’obiettivo sensibile alla Galleria Corsini di Roma, dal 15 marzo al 30 giugno e semplicemente Robert Mapplethorpe alla Galleria Franco Noero di Torino dal 27 febbraio al 20 aprile. E scandita da decine di uomini, molti dei quali raccattati negli inferi del Mineshaft, il club gay newyorkese del sesso estremo e pochissime donne. Ma se le figure maschili stanno alla sua vita come i lavori più torbidi stanno alla sua produzione artistica, le figure femminili hanno lo stesso spazio che l’artista riservava ai fiori che ritraeva. Non si può capire la sua arte senza aver visto i suoi still life. Non si può cogliere il senso della sua esistenza, senza conoscere le donne che l’hanno attraversata.

Patti Smith
Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Come Patti Smith, musa, amica e compagna. Era sinuosa come una calla. Si incontrarono nell’estate del 1967. Avevano 20 anni e decisero subito di vivere insieme. «Era la prima volta che mi innamoravo di qualcuno», raccontò Robert. «Patti era magica. Mi sosteneva in tutto ciò che facevo, e io facevo lo stesso con lei. Nessuno era geloso dell’altro. Sembrava una storia uscita da un libro di fiabe». Robert e Patti erano belli in modo non convenzionale. Lui emanava una sorta di sessualità androgina. E anche lei. Nel ’69 si trasferirono in una stanza, la 1017, del Chelsea Hotel a Manhattan. Facevano quasi la fame e passavano la notte a disegnare circondati dalle nuvole di elio realizzate da Andy Warhol. Lei lavorava allo Scribner’s Bookstore per permettere a lui di dedicarsi all’arte. E rubava dal ristorante dell’albergo le chele di aragosta, affinché lui potesse utilizzarle per i suoi gioielli-scultura. Erano in totale simbiosi: si dividevano i panini a Tompkins Square Park e uscivano con Warhol al Max’s Kansas City. Nonostante fossero spiantati, i salotti buoni se li contendevano e spesso mandavano un taxi a prenderli con una busta con 20 dollari per pagarlo. «Era pericoloso affezionarsi a qualsiasi cosa facesse Robert», ricorda Smith nel libro Just Kids (Feltrinelli). «Perché era come Picasso: ti innamoravi di un disegno, poi un giorno tornavi a casa e lo trovavi a fare qualcosa di totalmente diverso. Me ne andavo la mattina, mentre stava danzando con i santi, e tornavo la sera, che stava danzando con i freak».

Lisa Lyon, 1982
© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by Permission. Courtesy Franco Noero Gallery, Torino

Holly Solomon sembrava una gardenia. Fu la prima gallerista di Mapplethorpe. Aveva uno spazio su West Broadway e quando i due si conobbero, lei gli chiese subito di farle un ritratto. «Vidi la foto e mi resi conto che Robert era un vero artista», racconta. «Ma capii anche che era una persona capace di manipolare le persone. E sottolineo la parola manipolare». Nel 1977 fu organizzata la prima mostra. Solomon non voleva esporre i lavori sadomaso, così il fotografo allestì un’esibizione parallela con gli scatti più estremi al The Kitchen, in Broome Street. «A volte è meglio separare i vari temi», disse Robert allora. «Perché quando li mischi, la parte sessuale prevale. Tutti guardano le immagini erotiche che diventano l’intero show e si perdono il resto».

Deborah Harry
Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Debbie Harry, voce femminile del gruppo new wave Blondie, era sensuale come un’iris. Voleva bene a Mapplethorpe. Lo considerava dannatamente sexy. La prima volta che lei posò per lui fu sul tetto dello studio dell’artista nel Lower East Side. «Indossavo una maglietta rosa», ricorda la cantante. «Quel giorno c’era un sole incredibile che non mi faceva tenere gli occhi aperti. Lui parlava poco, sorrideva ancora meno, ma continuava a ripetermi di non chiudere mai gli occhi. La luce naturale è spesso spietata, ma alla fine Robert mi fece un ritratto meraviglioso. Ero bellissima, ma con gli occhi socchiusi».

Ganymede, 1988
© The Robert Mapplethorpe Foundation. Used by Permission.. Courtesy Galleria Franco Noero, Torino

Susan Sarandon era invece una di famiglia. Lei e sua figlia Eva erano parte della vita dell’artista. Due anemoni ritratti molte volte. «Ci si vedeva per cena, si parlava di me, della scuola di Eva (avuta con il regista italiano Franco Amurri, ndr), della sua crescita. Robert ha sempre disapprovato il fatto che non mi fossi sposata con il padre di mia figlia. Era molto protettivo nei suoi confronti. E, sorprendentemente, aveva idee conservatrici sul modo di educarla». In uno dei suoi lavori, la piccola aveva tre anni. È completamente nuda e si copre il sesso con le due manine. «Guardando lo scatto», spiega Eva, «la cosa che mi colpisce di più è l’ambiguità. È interessante la reazione della gente, il loro fastidio. Ricordo che la mia posa è il risultato di una serie di domande di mia madre: dove è il tuo nasino? Dov’è la bocca? Dove sono le ginocchia? Dove è la tua vagina? E proprio in quel momento scattò la foto».

Lisa Lyon
Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Lisa Lyon è stata la sua modella preferita. Californiana, pioniera del body building, fu immortalata decine di volte dall’artista, che la paragonava a una scultura di Michelangelo. Il suo corpo fasciato di muscoli la faceva assomigliare a uno di quei tulipani carnosi che Robert scolpiva con il suo bianco e nero. Lisa si definiva il prototipo di una nuova specie. Una specie di perfezione animale. «E io vedevo in Robert la versione maschile della stessa cosa», racconta la donna, oggi 65enne. «La nostra ambizione era esplorare l’infinita gamma delle possibilità di come si può guardare una femmina. In abiti storici o contemporanei. In modo stereotipato o inedito. Il tipo dea del sesso o da lingerie. Il tipo bondage o quello vergine sposa». Il risultato del loro lavoro divenne il libro Lady Lisa Lyon, pubblicato nel 1983. Mapplethorpe cercava sempre il lato diabolico in tutte le persone. Diceva che il diavolo e la bellezza sono la stessa identica cosa. Ci ha lasciato il 9 marzo del 1989, stroncato dall’Aids (Freddie Mercury se ne sarebbe andato due anni dopo). Non aveva paura di morire, ma non voleva andarsene sul più bello, quando le cose per lui stavano decollando. «Spero di poter vivere abbastanza per conoscere la fama», disse un giorno. Non ci riuscì. Ma divenne immortale.

Lisa Lyon, 1982
© Roberto Mapplethorpe Foundation. Used by Permission. Courtesy Franco Noero Gallery, Torino
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