Adorned - The Fashionable Show: la moda è in mostra e veste trasformazioni reali

Tu che relazione hai con la moda? Quella della fotografia è in mostra e sfida gli ideali superati di corpo e identità, cultura e bellezza

Arielle Bobb Willis, Fashionable Show, Foam, foto moda, moda contemporanea
Untitled, 2017 © Arielle Bobb Willis / courtesy of the artist

La moda non ha mai vestito solo il corpo ma da tempo la fotografia ne usa croci e delizie in modo provocatoriamente creativo, per rappresentare l’evoluzione di stili di vita e le sfide che lanciano a modelli ideali di corpo e identità, bellezza e cultura. Anche il fascino dell’imperfezione sta cambiando la relazione tra bisogni e aspirazioni, insieme alla moda che sfila con la diversità dalla strada al museo. Nuovi modi di essere e infrangere gli standard irrealistici di glamour e perfezione, stanno riconfigurando ben più del modo in cui vestiamo, insieme alla fashion photography di una nuova generazione di artisti visivi. Una vera terapia contro il disagio di vivere ed essere se stessi, per la fotografa di Manhattan Arielle Bobb Willis e le pose stilizzate dei suoi modelli. Pronti a danzare (o lottare) con le dinamiche del contemporaneo e un guardaroba di abiti, decisamente più ricco ed eclettico di quello della fotografa. Un Paradise, per l’eclettica artista newyorkese Catherine Servel, dove i modelli ci rappresentano tutti. Meravigliosamente troppo magri, morbidi, alti, bassi, ambigui, imperfetti. Prospettive diverse e complementari, perfette per riflettere davanti allo specchio e fare il punto sullo spettacolo della moda, con la collettiva Adorned - The Fashionable Show, al Foam - Photography Museum Amsterdam (13 dicembre 2019 - 11 marzo 2020), mentre i suoi progetti sono approfonditi nelle pagine del Foam Magazine #53.

Hadar Pitcho, Untitled, from the series Family Work, 2018
© Hadar Pitchon / courtesy of the artist

Alcuni degli artisti che arricchiscono questa conversazione, lavorano regolarmente con grandi marchi di moda, mentre altri la usano per stravolgere consuetudini culturali di genere, razza ed età. Nel suo progetto più personale e familiare, il fotografo di moda americano Hadar Pitchon, mette davanti all’obiettivo anche l’eleganza senza età, con la complicità della sua adorabile nonna (sopravvissuta all’Olocausto, alla povertà, un cancro e tante mode). L'eleganza che usa la moda a suo piacimento, come fa con il tempo, scelta non a caso per la copertina di questo ultimo Foam Magazine e il suo percorso espositivo, dedicati agli ornamenti del contemporaneo.

Tutti lavorano sulla percezione, puntando ad arricchire il coro di voci che partecipano alla discussone su standard e regole di bellezza. Il sudafricano Justin Dingwell con A Seat at the Table, lascia sedere al metaforico tavolo dell’industria della moda, anche l'estetica di albinismo e vitiligine, con il modello Moostapha e il trucco di Orli Meiri. Una questione di sguardo che sta cambiando la percezione della bellezza, ma chi ha indugiato su ogni centimetro del corpo della modella Winnie Harlow, questo lo sa già.

I colori restano gli stessi, è il modo di viverli a cambiare, mentre ogni scatto del fotografo di Brooklyn Tyler Mitchell, rischiara anche l’orizzonte della gioventù nera. Solare e positiva come il messaggio di speranza che trasmettono attraverso l’abbigliamento. In modo diverso ma altrettanto intrigante, lavorando per diversi stilisti e clienti che spaziano da Nike a Kenzo e Givenchy, il gruppo artistico parigino Suzie & Léo, usa tecniche miste e immagini generate al computer, per rappresentare l’evoluzione di fotografia, stili e identità.

I sudafricani Kabelo Kungwane, Wanda Lephoto e Xzavier Zulu di The Sartists, nel progetto Our Tribe narrano storie d'ibridazione della cultura zulu, sempre più pop e occidentalizzata. Il direttore artistico sardo Roberto Ortu e il fotografo Giovanni Corabi, fanno qualcosa di analogo con il linguaggio visivo della loro Sardinia, frutto di un mix fashion di passato, presente e futuro.

The Sartists, Untitled, from the series Our Tribe, 2018
© The Sartists / courtesy of the artists


Arriva dalla comunità multiculturale di New York e dalla sua vivace anima LGBTQ, l’espressione fashion più liberata e liberatoria della serie Orograph di Mateus. Fotografata dall’artista brasiliano-americano, di notte e lungo la strada, insieme all’identità non binaria espressa anche dall’abbigliamento, realizzato da chi lo indossa o da chi ne condivide il background culturale. Il libanese Mohamad Abdouni estende la sua esplorazione iniziata a New York, alla comunità e la cultura queer del Medio Oriente, ma la sua rappresentazione dell'identità demonizzata sfiora l'angelico.

Sogni e fantasticherie di un uomo tranquillo (Dreams and Reveries of a Quiet Man), si concedono anche una tranquilla esplorazione della virilità contemporanea, con l’approccio fashion giocoso del fotografo olandese Casper Kofi. Il processo di formazione dell’identità di genere e della mascolinità, nei ragazzi di età compresa tra i 6 e i 16 anni, è esplorata anche da Blah Blah Genitals della fotografa austriaca Julia Falkner e della stylist inglese Lorena Hydeman (vissuta 10 anni in Qatar). Basta uno sguardo distratto a constatare quanto siamo lontani dagli stereotipi consolidati di altre generazioni e latitudini.

I ragazzi orientali non sono affatto tutti uguali, come continuano a liquidarli cliché e pregiudizi ma, tornando nella sua Hong Kong lasciata per Londra, la fotografa cinese Alexandra Leese, alla ricerca di cultura e identità, ha finito per inquadrare i tratti distintivi e più affascinanti della sua nuova generazione di uomini.

Alexandra Leese, Untitled, from the series Boys of Hong Kong, 2018
© Alexandra Leese / courtesy of the artist

Sneakers like Jay-Z degli artisti francesi Ambroise Tézenas e Frédéric Delangle, da voce e storie illuminanti, anche alla relazione che migranti e rifugiati instaurano con l’abbigliamento, in paesi e culture molto distanti e diversi da quelli di provenienza, vivendo condizioni di grande disagio. Il progetto sostenuto da EMMAÜS Solidarity, nasce proprio dalle testimonianze raccolte nel centro d’accoglienza parigino A Porte de la Chapelle. Qui, nell'inverno del 2017, il giovane afgano Zaman, arrivato in bermuda e infradito dopo aver camminato per sedici mesi da Kabul, ha chiesto a uno dei volontari, se nella pila di sneaker usate ne avevano un paio "non brutte", come quelle di Jay-Z.

Ogni scatto del progetto, già passato per Arles e il circuito intennazionale dei festival di moda e fotografia, condivide la storia degli ospiti del centro invitati a scegliere i capi da indossare, insieme alla funzione sociale che l’abbigliamento svolge nella loro costruzione dell’identità. Ahmed è un ventunenne somalo che arriva da Mogadiscio con le idee chiare su quello che rappresenta per lui l’abbigliamento. Il racconto che accompagna il suo ritratto fuga ogni dubbio. "Sono vestito con un ushanka (colbacco) e un cappotto che mi è stato dato in Russia. Adoro questo maglione e lo stile hip-hop. Se mi viene chiesto quanto l’ho pagato, dirò che era un regalo. Adoro Parigi, le persone sono belle rispetto a Stoccolma, Berlino o Varsavia. Se avessi dei soldi, comprerei una giacca nera e scarpe da ginnastica NIKE. Sto bene in nero perché ho la pelle color caramello."

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Magazine