La leggenda del Chelsea Hotel

Il libro Living in the Last Bohemian Haven racconta il mito che avvolge l'albergo newyorkese e le storrie degli eccentrici residenti che continuano ad abitarlo.

Chelsea-Hotel-Monacelli-Press
Colin Miller

Visto da Google Earth è una macchia rossa, persa tra il grigio dei palazzi di Chelsea, a New York. Sembra una goccia di sangue ma anche una dolce ciliegia. Perché il Chelsea Hotel, uno dei luoghi più celebrati d’America, è stato teatro d’arte sublime e dolore senza fine. Progettato nel 1883 dall’architetto francese Philip Hubert, un tipo originale che sognava di creare una comune in cui gli emarginati potessero vivere accanto ai ricchi illuminati, si trova al 222 West di 23rd Street, tra la Settima e l’Ottava.

Colin Miller

Nelle sue 170 stanze, spalmate su dodici piani, hanno vissuto, sofferto, amato i grandi del Novecento: Mark Twain e Jackson Pollock, i poeti Edgar Lee Masters e Dylan Thomas, Robert Mapplethorpe e Stanley Kubrick. Non c’è palazzo più leggendario nell’area compresa fra Hell’s Kitchen e il Meatpacking District.

Oggi l’albergo è chiuso. Non si sa se la ristrutturazione in corso lo trasformerà in un boutique hotel o in un residence di lusso. Ma cinquanta stanze sono ancora occupate da residenti storici, ritratti nel libro Living in the Last Bohemian Haven a cura del fotografo Colin Miller e del critico Ray Mock (ed. The Monacelli Press) all’interno delle loro case. Sono scrittori, ex modelle, artisti, dandy eccentrici. Alcuni sono arrivati qui per caso, altri hanno vissuto in prima linea gli eventi che hanno reso questo luogo mitico.

Il libro sull’Hotel Chelsea edito da The Monacelli Press
chelsea-hotel-monacelli

È qui che nel 1959 William Burroughs firmò la prima stesura de Il pasto nudo. È nella stanza 205 di questo edificio che nel 1953 Dylan Thomas trovò la morte dopo essersi scolato diciotto whisky consecutivi. È qui che Arthur Miller si rintanò dopo aver rotto con Marilyn nel 1962. Ci rimase sei inverni e pubblicò The Chelsea Affect, definendo l’hotel come «il punto più alto del surreale». Scrisse: «Potevi essere sballato tutto il giorno solo grazie al fumo di marijuana che trovavi in ascensore». Sempre nel 1962, ma qualche piano più su, Arthur C. Clarke completò la sceneggiatura di 2001: Odissea nello spazio. Mentre nel 1966 Andy Warhol scelse questo hotel per girare The Chelsea Girls, opera in dodici cortometraggi con Nico ed Edie Sedgwick (la sua parte fu tolta solo alla fine). In una di queste camere Art Déco dai soffitti alti Jimi Hendrix organizzava le sue orge, mentre Bob Dylan compose Sad eyed lady of the Lowlands, dedicata alla moglie Sara. A Janis Joplin invece Leonard Cohen dedicò Chelsea Hotel #2, dopo aver passato una notte con lei. I due s’incontrarono in ascensore, lei cercava Kris Kristofferson, lui le disse: «Sei fortunata, Kris Kristofferson sono io». E finirono a letto.

La 1017 è la stanza più piccola, ma divenne gigante perché Robert Mapplethorpe vi scattò la sua prima foto. L’elenco è senza fine, eppure una fine ce l’ha. Porta la data del 12 ottobre 1978, quando Nancy Spungen fu trovata priva di vita nella camera 100, uccisa dal compagno Sid Vicious, dei Sex Pistols. Sid fu arrestato e mai processato: un’overdose lo stroncò pochi mesi dopo.

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Magazine