Arte, intervista a Helen Cammock

L'artista, vincitrice deil Max Mara Art Prize for Women, ha appena trionfato al Turner Prize: fino al 16 febbraio è alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia con la mostra Che si può fare. Ecco cosa ci ha raccontato.

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Sebastiano Luciano. max mara

A lezione di disegno era un disastro. Ha provato anche a scrivere un romanzo, poi le hanno svaligiato casa rubandole i testi, così ha smesso. Eppure Helen Cammock, classe 1970, ha sempre sognato di realizzare qualcosa di creativo. Così un giorno ha comprato delle vernici e ha iniziato a lasciare segni. Sulla tela e nel cuore dei critici. Oggi è una star. Talmente grande da vincere il Turner Prize (insieme agli altri candidati Lawrence Abu Hamdan, Oscar Murillo e Tai Shani)) e il Max Mara Art Prize for Women. Il premio, nato da una collaborazione tra la Whitechapel Gallery di Londra con Max Mara e la Collezione Maramotti, le ha permesso di viaggiare per sei mesi tra Bologna, Firenze, Venezia, Roma, Palermo e Reggio Emilia per esplorare «l’espressione del lamento e riscoprire le voci femminili nascoste». Questo tour è diventato la mostra Che si può fare, presentata prima a Londra e ora alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia fino al 16 febbraio.

La sua filosofia di vita in tre parole. Idee, ricerca, sperimentazione ed energia. Ma sono quattro!

Il suo video-progetto è pieno di cantanti, oratori, manifestanti. Che ruolo ha la voce nella sua arte? Sono affascinata da ciò che ci si può fare e da ciò che le viene fatto. Le voci sono spesso cancellate, inascoltate o esaltate e amplificate. Mi piace esplorare la loro relazione con il potere.

Perché si è concentrata su quella femminile? Perché quella maschile è stata molto più ascoltata nei secoli. Occorre riequilibrare la situazione.

Che cosa la scandalizza? L’apatia, la politica, il non capire che stare al mondo implica diritti e doveri.

Che cosa voleva fare da bambina? La tennista. Ma sognavo anche di diventare una cantante. Quando avevo 20 anni scrivevo e interpretavo.

E non ha mai studiato canto? Sì, anche durante la residenza in Italia.

Il brano che avrebbe voluto scrivere? Fast Car di Tracy Chapman e I Wish I Knew how It Would Feel to Be Free di Nina Simone.

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