#Likes Diane Von Furstenberg. L’arte di essere se stesse

Con il suo “wrap dress” ha partecipato all’evoluzione della specie (femminile). Ma a tutti insegna ad andare sempre avanti ed essere forti senza rinunciare alla fragilità. Come scrive nella sua biografia

INCONTRO Ragione e sentimento

Diane è la performer della sua vita. La voce roca, le gambe lunghissime sotto una minigonna blu che tante trentenni non possono permettersi, le mani che si agitano, lo sguardo sempre attento e, su tutto, la curiosità. Diane von Furstenberg in quasi 70 anni di vita e in 50 di carriera oltre a un impero economico si è costruita il ruolo di icona, rimanendo però un donna ironica e generosa guidata più dall’ amore che dall’ ambizione. È questo che emerge dall’ autobiografia La donna che volevo essere (Marsilio): un viaggio dall’infanzia in Belgio, figlia di una sopravvissuta dell’Olocausto, fino alla realizzazione del sogno americano e all’invenzione del mitico “wrap dress”, passando per i favolosi anni 70 e lo Studio 54, attraverso disavventure private e professionali, seguite sempre dalla voglia di rinascita. Una vita a cui non manca niente, perché niente si è fatta mancare: un matrimonio con un principe, due figli, un altro matrimonio, ricchezza, nipoti, amici e incontri importanti. E come filo conduttore la frase che dà il titolo al libro: «Da ragazzina avevo le idee confuse, non sapevo bene cosa fare, ma ho sempre saputo il tipo di donna che volevo essere».

#LIKES Leggendo la sua autobiografia sembra che l’amore sia davvero il filo conduttore della sua vita.
D.V.F. È il mio motto: love is life. Quando ho iniziato a scrivere mi sono data una sola regola: onestà. Ormai sono nonna, ho cominciato a vivere molto presto e ho avuto una vita molto lunga, e proprio per questo motivo è ancora più importante per me raccontare come sono arrivata fino a qui, a essere la donna che sono.

Avrebbe potuto diventare un chirurgo?
No, è una di quelle professioni che richiedono anni di studio e vocazione vera. Ecco, io non ho mai avuto una vera vocazione, adoravo i libri, ma non sapevo bene a che lavoro mi avrebbero portato.

Per lei la moda è stata un mezzo per diventare quello che voleva?
Sì, ma l’aspetto interessante della mia carriera è che riuscendo a diventare la donna che volevo tramite un vestito, sono riuscita a restituire ad altre donne la mia visione della vita. Il “wrap dress” mi ha dato successo, libertà, stabilità economica: mi piace pensare che indossandolo altre donne abbiano raggiunto gli stessi obiettivi.

Quanto conta per lei la sorellanza?
Il dialogo con le donne è molto forte e continuo. Adesso ancora di più: la mia missione, oggi, è di dire a ogni donna di diventare la donna che vuole.

La sicurezza in se stessi si può imparare? Nel libro racconta che all’ inizio non si piaceva.
È vero. Adesso quando guardo vecchie immagini capisco che ero bella. Infatti se qualcuno mi dice che in foto non si piace, rispondo: «Aspetta dieci anni, vedrai».

Nel libro scrive: «Nessuno attraversa la vita dotato di un’unica rigida personalità».
La vita è come un viaggio in treno: il paesaggio cambia, il tempo cambia, c’è il sole, ci sono le nuvole, piove, gente che viene, gente che va…

Si cambia anche a seconda dell’uomo che si ha al fianco. A lei è successo.
Quando i miei figli erano piccoli dicevano: mamma è senza personalità. Mi vedevano cambiare, capisco che a loro sembrassi volubile. La realtà è che con gli uomini ho vissuto tante fantasie, ma non mi sono mai persa. Neanche quando ero innamoratissima ho mai perso di vista la relazione più importante, quella con me stessa.

A uomini diversi corrispondono guardaroba diversi?
Certo. Con Paulo, il brasiliano conosciuto a Bali, mi vestivo con sarong e sandali. Con Alain (Elkann, con cui ha avuto una relazione dal 1984 al 1988, ndr) mi vestivo di tweed e scarpe basse perché a lui non piaceva niente del mio guardaroba troppo sexy, neanche i tacchi alti, e mi costringeva a mettere abiti perbene, salvo poi tradirmi con una uguale a me. Qual è l’età che le è piaciuta di più? A 30 anni mi sono molto divertita. I 40 sono stati difficili, cercavo la mia identità. Poi c’è stata la malattia (un tumore, ndr), ma è durata poco quindi non ha influito molto. I 50, invece, sono stati belli, sei nella maturità della bellezza.

Nel libro parla anche di menopausa.
Una signora che conoscevo scrisse un libro sulla menopausa, lo buttai nel camino perché lo trovavo umiliante. Ora ne parlo: è un processo naturale. La mia, poi, è stata poco traumatica.

Per lei che cos’è il lusso, oggi?
Lo spazio. E il tempo.

E negli anni 70?
Una parola peggiorativa. Si parlava di glamour, non di lusso. E io ne ho avuto: i viaggi in barca con Gianni Agnelli, le feste a Venezia, le serate allo Studio 54.

Quando sposa il principe Egon von Furstenberg, nel 1969, ha 23 anni. Come ha imparato a muoversi in società?
Facevo la dura, ma perché ero insicura. Poi ho imparato che più ti mostri vulnerabile meglio è.

La vulnerabilità è un valore?
Sì, rende più umani.

La persona più importante?
Mia madre, una donna che ha vissuto il peggio con una forza incredibile.Quando gli americani l’hanno liberata e portata in ospedale, dopo essere stata in campo di concentramento, ha dovuto compilare un foglio e alla voce stato di salute ha scritto “eccellente”. Pesava 29 chili. Da lei ho preso la mia forza: qualsiasi cosa succeda, vai avanti.

Il primo pensiero del mattino?
Cerco di meditare. E la prima mail che mando non è per me, ma per aiutare qualcuno.

E l’ultimo della sera?
Ringrazio per quello che ho. Le piace la tecnologia? Molto. Uso Twitter e Instagram. Mi ritengo fortunata. Sono vecchia abbastanza per aver ballato allo Studio 54, ma ancora giovane per la rivoluzione digitale.

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