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Di nuovo, ieri, mai, domani, sempre

Difficilissimo fare profezie sulle oscillazioni del gusto che verrà. Ma è in arrivo un modo diverso di pensare la moda, che ricerca l’audacia ed esalta le contraddizioni.

NELLA MODA IL FUTURO È GIÀ PASSATO. Al massimo, è labile presente pronto alla fulminea obsolescenza. Gli sciamani capaci di prevedere futuri remoti, pertanto, sono solo imbonitori. Fashionisti & Co. sono proiettati in avanti nel futuro prossimo, inseguendo le lancette di un orologio che gira fuori fase: avanti di sei mesi se non addirittura, oggi che l’istantaneità si è imposta come qualità esclusiva e bruciata del contemporaneo, di qualche giorno appena. È così per ragioni pratiche, ma anche per spinta genetica. La dinamica della creazione nasce infatti dalla costante negazione e distruzione dello status quo, dallo slancio testardo e tenace a definire il domani, subito. Logica vorace e gioiosamente tragica, che ricorda la crudeltà cannibale e impietosa di kronos con i propri figli.

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La moda si nutre di futuro ma accelera imprendibile perché questo diventi passato il più presto possibile, e via spingendo massi in cima al monte per poi farli rotolare giù e spingerli nuovamente su, come Sisifo. Non è un caso che in una fulminante delle Operette morali l’insuperabile Giacomo Leopardi, osservatore lucido e icastico come mai ce ne sono stati, equipari Moda e Morte dipingendole addirittura come sorelle e sodali, prese a distruggere senza sosta quanto generato un attimo prima. Eppure, nello slancio verso il futuro che è bisogno di rinnovamento continuo, la moda si oppone costantemente alla morte: celebrando il valore rigenerante della nuova pelle, cui una più nuova presto si sostituirà, esorcizza la paura del sonno eterno, condensando la tenzone sulla superficie. Qualcuno obietterà: questioni di principio, fin troppo teoretiche e peregrine se si parla semplicemente di vestiti e di chi li crea. Ma senza siffatte premesse sarebbe impossibile offrire scorci su ipotetici scenari venturi.

Il futuro modaiolo è relativo, fragile, reso ancor più labile da ulteriori contingenze. In primis, la velocità folle delle trasmissioni: il sistema marcia oramai così spedito che quanto delineato tra queste righe potrebbe vanificarsi al momento della pubblicazione, superato dai fatti. I vaticini, oggi che si vive in costante streaming online, devono essere fulminei: tweet dal fronte, anche se poi, a ben guardare, la creatività, quella vera, si muove ad altra velocità, seguendo tempi di incubazione propri. C’è poi un’altra aggravante, ulteriore riflesso del presente iperconnesso: il culto dell’individualità assoluta, che rende tutti monadi - chiusi nello studio o solo nelle proprie teste, ma in apparente comunicazione con il globo - e disperde segni, movimenti e tendenze, perché ci sono tante proposte quanti sono i proponenti, tanti temi quanti sono i relatori. Infine, la visibilità scellerata dell’esistenza online porta a condividere tutto, anche il processo creativo, generando una saturazione dell’orizzonte visivo così rapida, nauseante e pervasiva da rendere vecchio il nuovo ancora prima che sia nuovissimo, se ci si passa il rocambolesco calembour.

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Ciò detto, lo Zeitgeist esiste davvero, e modella le cose con precisione inesorabile, oltrepassando la volontà dei singoli, piegando la fantasia dei creatori ai propri voleri. Il futuro è lì che fermenta, tra brandelli e tizzoni i cui barlumi offrono materia per ipotesi e ruminazioni. L’urgenza neorealista, nemica giurata del virtuale, è per esempio segno prepotente e dirompente: l’avvio già in atto di una inversione di tendenza foriera di immediati sviluppi. Messa da parte la ricerca di perfezione superomistica, si accettano le imperfezioni e le si glorifica, in una ricerca insistita e stimolante dello sgraziato e brutto artistico. Un futuro invero già visto, che ricorda troppo da vicino il falò delle vanità seguito nei primi anni Novanta alla fregola iperdecorativa del decennio precedente, e che trovò il riluttante messia in Martin Margiela. È dinamica modaiola di base, del resto, secondo la quale i brutalisti, appena assediato il mainstream, rintuzzano i decoratori nella schiera di obsoleti e reazionari. I bardi che adesso guidano la moda verso un futuro radioso fatto di scenari suburbani e guerriglie metropolitane da affrontare in felpe, mega-tailoring e disassortimenti di classici riconfigurati, sono un drappello di ragazzacci provenienti dall’ex blocco sovietico, cinicamente determinati a capitalizzare sul furto creativo e la fama du moment: Demna Gvasalia per Vetements, Gosha Rubchinskiy, designer di una linea di streetwear ma anche fotografo, la loro stylist Lotta Volkova, paladina di uno stile intriso di fetish e crudo trash. Si muovono con intelligenza e acume, affinando per esempio l’arte del cobranding: collaborano con eccellenze di settore - da Fila a Manolo Blahnik - per capi che mantengono da un lato il valore iconico del classico riconosciuto anche dall’uomo della strada, ma guadagnano dall’altro il fascino incommensurabile del moderno spinto. Una lezione di design/marketing che definisce un nuovo scenario - e aspettiamoci a breve i co-branding più assurdi e balzani per ogni dove.

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Ma nuovo realismo è anche, nelle declinazioni periferiche ed esoteriche, glorificazione del kaos, della confusione acida e allucinata alla Burroughs, perché la vita vera è imperfetta e l’estetica dei Millennials è un collage stordente di tutto e di più. È il caso di Y/Project, l’esperimento libertario del belga Glenn Martens, che affetta silhouette elisabettiane e perversioni da sex club, divertendosi a scardinare epoche e riferimenti. Il non rispetto delle gerarchie - alto e basso, nuovo e vecchio, bello e brutto - è del resto carattere evidente del nuovo che avanza, la cui conseguenza più logica e plateale è il rifiuto di definire con certezza maschile e femminile, almeno in termini vestimentari. Perché i vestiti non hanno sesso, oggi più che mai, sicché le possibilità si espandono: dai suit femminei, per lui ma disegnati da una lei e perfetti anche per una donna, di Wales Bonner agli sfalsamenti architettonici di Ximon Lee, dalle ruche e deliziose incongruità di A.W.A.K.E. ai nomadismi rarefatti di Craig Green. Alla meglio, è l’astrazione che dilaga, diventando modo per rivedere non solo il rapporto tra vestito e rappresentazione di genere, ma anche quello tra vestito e corpo, come suggerito dai gigantismi techno di Melitta Baumeister o dalla precisione fuori scala di Andrea Jiapei Li.

Eccola, la nuova grammatica del fashion design: materiali orgogliosamente sintetici; tagli ingannevolmente elementari; fluidità iconografica; assurdità permanente. Il futuro della moda, adesso, è suppergiù questo, con beneficio di inventario. L’esigenza condivisa è abbattere stereotipi, irruvidire, esplorare l’antigrazioso, ridisegnare il corpo, creando però sempre un senso di coesione tribale, di appartenenza al gruppo, perché mai come oggi che si è soli tra tutti ritrovarsi tra simili è sicurezza assoluta. Ed è qui che entra in gioco la variabile emozionale, quanto di più umano e analogico. Che il futuro vero, allora, sia offline, nello scambio tangibile di energie ed estetiche?

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