Impronte digital

Viviamo in un’epoca post-internet: oggi la Rete non è più un contenitore neutro. Anzi, fornisce ispirazioni e dà vita a estetiche inquietanti

Impronte digital
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Confesso: ho un account Twitter ma non ho mai twittato nulla, ho un account Instagram ma non ho mai instagrammato nulla, ho un account Facebook che non aggiorno dal 2011. Vi prego di non pensare, però, che io sia uno di quei radical chic che vuol resistere a ogni costo agli avanzamenti tecnologici: se così fosse non avrei neanche sentito l’esigenza di aprire un account Facebook, Twitter e Instagram. Forse non ho capito bene come utilizzare tutto quello che la Rete ci offre: e questo nonostante la consapevolezza che con la Rete anche le opere d’arte, gli artisti, il sistema dell’arte hanno molto a che fare. Ridurre una questione così articolata in poche battute è complesso, anche perché le relazioni tra arte e tecnologia hanno una storia lunga che inizia circa un secolo fa, già con il Futurismo. Pertanto, che ci crediate o no, è un fatto molto italiano.

A Marinetti e al movimento futurista va dato il merito di aver compreso che nella società moderna la cultura è in gran parte tecnologica ed estetica. Agli occhi dei protagonisti del movimento (se pensiamo che si tratta di idee e tesi di più di un secolo fa, tutto assume una dirompenza straordinaria) appare lampante che il secolo - il ’900 - sta per diventare visivo, con una predominanza della funzione dell’immagine all’interno dei mezzi di comunicazione di massa, ed è anche evidente che la tecnica trasformerà in modo pervasivo ogni aspetto del quotidiano. Ma se questo è senz’altro vero, è anche vero che in quel momento la tecnologia era, e non poteva essere diversamente, solo un soggetto o un tema di un’arte ancora tipicamente tradizionale da un punto di vista tecnico e formale.

Gli intrecci tra le discipline artistiche e quelle scientifiche iniziano a radicalizzarsi con l’arrivo della modernità e del modernismo, nei 60. È questo il momento in cui il mezzo tecnologico si trasforma in oggetto d’arte. Negli anni 60 e soprattutto nei 70 e 80 innumerevoli artisti sperimentano prima su e con il film, poi su e con il video, camere a circuiti chiusi, e altro. Ma se anche questo è decisamente vero, è ulteriormente certo che uno shift decisivo in termini di diffusione e fusione tra linguaggio artistico e tecnologia avviene quando si passa dall’analogico al digitale. Ovvero a metà anni 90. È un cambiamento epocale che porta a un approccio al mezzo più duttile e più democratico, più sperimentale e soprattutto più veloce.

Per capire la velocità di cui parlo, basti pensare che ci erano voluti 20 anni dall’introduzione della Tv per permettere ad artisti come Nam June Paik di avere accesso a quelle tecnologie per produrre arte, mentre quelli che una volta chiamavamo Net Artists realizzavano progetti legati alla messaggistica istantanea persino prima che Internet diventasse un mezzo diffuso nel ’93, e l’otto per cento dei siti web nel ’95 era realizzato da artisti, che quindi avevano l’opportunità di modellare un nuovo medium sin dal suo inizio, quando era ancora praticamente sconosciuto. Da allora sono passati oltre vent’anni e già da tempo si assiste a un ulteriore e molto interessante scarto nel rapporto tra i due mondi, testimoniato non solo dalla quantità di artisti e opere che affrontano temi legati alle nuove tecnologie (praticamente quasi tutti nati dopo il 1985) e dalla seguente diffusione di progetti espositivi o editoriali a essi correlati, ma anche da un diverso approccio che hanno gli stessi artisti: siamo infatti di fronte a una nuova estetica, già definita come “post-internet”, in cui gli artisti vanno oltre al semplice gesto di realizzare opere che esistono solo online, come facevano i Net Artists, e utilizzano gli strumenti digitali per creare oggetti che invece esistono nel mondo reale. La dicitura “post-internet”, pertanto, sottolinea qualcosa di consapevolmente creato in un ambiente che dà per scontata la centralità della Rete e si nutre di tutto quello che le sta intorno e che sta ridefinendo anche i parametri estetici: dalla natura mutevole delle immagini alla circolazione degli oggetti culturali, dalla politica di partecipazione alle nuove modalità di comprensione della materialità. La parola “post” non intende perciò una definizione temporale di un periodo dopo-internet ma piuttosto uno stato mentale "condizionato" e imbevuto di internet, un oggetto d’arte creato con la coscienza delle reti all’interno delle quali esso esiste, dal suo concepimento e produzione alla diffusione e ricezione. Molti dei lavori prodotti da questi artisti impiegano la retorica della pubblicità e dell’advertising, graphic design, corporate branding, visual merchandising e software disponibili a tutti.

Dal punto di vista concettuale o contenutistico affrontano temi come il corpo post-umano, il controllo dei dati e delle nostre vite, la privacy, la diffusione di immagini sessuali e commerciali, la compenetrazione di vero e falso, la dispersione e l’incontrollabilità delle informazioni. Un esempio è Jordan Wolfson, la cui parabola è paradigmatica: nato nel 1980 in USA, Wolfson si è distinto da subito per un approccio concettuale e poetico. Una delle sue caratteristiche era inizialmente l’utilizzo di vecchie tecnologie analogiche, film in 8 o 16 mm su tutti, perfettamente in linea con il revival di tecnologie digitali, un po’ anacronistico, che aveva dominato l’arte contemporanea per anni. A un tratto, nel 2009, Wolfson inizia a dedicarsi ai mezzi tecnologici più avanzati, video dove mescola tecniche di animazione digitale con tecniche cinematografiche, collage digitali di immagini del web stampate su tela come fossero opere di una sorta di neo pop art che si nutre della Rete tanto quanto quella degli anni 60 faceva con lo star system di Hollywood.

Un ruolo molto singolare, tra gli artisti fortemente votati alle nuove tecnologie, lo occupa Miranda July con il suo progetto Somebody. Lanciato a settembre 2014, Somebody era un’app gratuita in cui gli utenti potevano inviare messaggi non agli amici, ma ad altri iscritti all’app che si trovavano nelle vicinanze e fungevano da “surrogato umano” per consegnare di persona dei messaggi al destinatario desiderato. L’idea della July era quella di ristabilire la necessità di un’interazione fisica all’interno di un mondo digitale: al posto dell’impersonale sms/WhatsApp era un utente sconosciuto - quello che si trovava più vicino alla persona che si stava cercando - a recapitare di persona il messaggio. Il progetto è fallito, visto che la stessa July ha annunciato che Somebody avrebbe smesso di esistere il 31 ottobre scorso. Ma ha comunque aperto un ulteriore canale in quell’arte partecipativa, che tanto si era distinta negli anni 90, quell’“estetica relazionale” che sembrava sorpassata per lo strabordante potere della Rete e per la sua prerogativa di diminuire il valore dei rapporti “dal vivo”.

Lo spostamento che sta vivendo l’arte che si basa sulla Rete, da indagine sulla Rete stessa alla sua materializzazione nella vita reale, apre una questione di stretta attualità e grande urgenza. Ma se mi si chiedesse che cosa succederà a queste forme d’arte tra 50 anni, quando tutte le tecnologie che gli artisti usano, commentano, imitano e creano adesso saranno soppiantate da nuove tecnologie e nuovi linguaggi, davvero non saprei cosa rispondere. Solo il tempo potrà dare risposta a questo quesito. Pertanto, se c’è una cosa di cui posso essere certo in merito all’arte post-internet è che essere del presente è, per ora, la sua caratteristica più definitiva e vera. Ma in fondo è sempre stato così, per ogni arte che fosse davvero del presente.

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