Intervista a Koto Bolofo

Per il grande fotografo sudafricano, il razzismo esiste e resiste anche tra le modelle. Ma la sua anima tenace e la sua grande bravura sono al servizio di un (bel) cambio di prospettiva.

Tutto è politica, anche la moda OBIETTIVO: SCARDINARE I PREGIUDIZI. «Sarò sincero. Il mio essere nero è stato sempre un grandissimo problema». Talento poliedrico, documentarista e fotografo, scatta per riviste prestigiose e cura le campagne di celebri brand. È nato in Lesotho negli anni dell’apartheid. A causa dell’attivismo politico del padre, la sua famiglia chiese asilo politico in Inghilterra. Il suo nome, Koto, pur essendo tipicamente africano, è anche quello di uno strumento musicale giapponese e ha creato molti malintesi. «All’inizio, quando mi presentavo in una redazione dopo aver preso un appuntamento telefonico», ci racconta, «vedevo che la gente era sorpresa. Pensava “Mio Dio, ma è nero!”. Non mi lasciavano neanche vedere l’art director». Episodi spiacevoli gli sono capitati anche di recente, a conferma che c’è ancora strada da fare. Scardinare i luoghi comuni che nascono dai pregiudizi rappresenta per lui un punto fermo, un obiettivo.

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C’è stato un episodio che ha dato una direzione alla sua visione?
Andammo a Londra quando avevo 4 anni (era il 1963, ndr). Mandela fu liberato nel ’90 e i miei genitori decisero di ritornare in Sudafrica. Avevo dubbi e paure, ma mio padre mi convinse dicendo che il paese era cambiato: «È libero, questa è la nazione dell’arcobaleno!». Appena arrivato, sentivo che qualcosa non funzionava, c’era un apartheid mentale. Nei negozi certe persone non erano ben accolte. Piccoli segni, certo, non più le scritte “neri non ammessi” o “solo per bianchi”, ma era tutto sottotraccia. Mio padre è della generazione di Mandela, per lui era diverso. Mi diceva; «Sai, un tempo non potevo entrare in quel negozio, sedermi su quel prato o su quella panchina… Sono così felice che questo non esista più». Per me era solo apparenza. Atterrando a Durban tutto sembrava in ordine, bello. Ma dopo quelle sontuose case bianche con i giardini, lontane anche centinaia di miglia dalle città, c’erano le township, dove i bianchi avevano spinto la gente di colore. Vere e proprie riserve. Arrivammo nel Transkei, dove avevano vissuto i miei: le colline erano bellissime, ma tutto era estremamente povero. Mi sentivo sotto shock. Avevo con me la mia Bolex, una macchina da presa a carica manuale, pensando di andare a un safari per vedere i leoni e magari girare un filmino. Ma mi resi conto di come l’apartheid fosse crudele, nel privare la gente di educazione, cibo… Come nei campi di concentramento. Decisi di fare un film su mio padre. Volevo mostrare come era stato maltrattato. Questo lavoro nacque tutto spontaneamente, feci anche delle foto. Il risultato? The Land is White, the Seed is Black, un docufilm. Fu presentato al Festival di Berlino (nel 1996, ndr). Non era violento, ma poetico: un nuovo modo di presentare il problema dei diritti umani. Vinse diversi premi. Fu un punto di svolta personale e professionale. In me nacque una consapevolezza nuova.

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Ora con Marie Claire hai messo a punto un progetto molto significativo...
Mi è stato proposto di far qualcosa sulla New Black Generation e ho colto l’opportunità di fotografare delle ragazze alle quali non viene mai data una chance. Non le vediamo sulle cover e ci stupiamo se accade, come se fossero arrivate da Marte: «Ehi, c’è una donna verde in copertina!». Quando c’è una “Black Issue”, spesso è solo un fatto strumentale. Perché non pensare a un giornale multirazziale? Perché non mettere in copertina volti diversi ogni mese e non solo per un numero speciale? Esistono modelle nere bellissime, ma le usano solo come elemento esotico nelle sfilate: si muovono bene, sono eleganti. Ma non le scelgono mai per le campagne delle prime linee. Naomi sembra essere l’unica ragazza nera del pianeta. Ogni giorno così, è come un giorno di apartheid in Sudafrica, per me. Ma in questa occasione avevo un gruppo di ragazze nere a disposizione: è stata un’esperienza fantastica e spero non resti un caso isolato. Ho girato anche un piccolo film nel backstage, dove non uso lo stereotipo della musica hip hop, ma solo il blues delle origini, essenziale e pieno di anima. Spero che questo lavoro contribuisca a cambiare qualcosa. Le ragazze arrivano da ogni parte del mondo, da Parigi, Tolosa, dalla Repubblica Dominicana, dall’Angola, dalla Somalia, da Londra… Ma tutte hanno una cosa in comune: la stessa gradazione di pelle e sono state discriminate nel trovare buoni lavori.

Pensa che il mondo della moda sia consapevole della responsabilità dei messaggi che trasmette?
Dovrebbe esserlo. I media sono potenti, ma viviamo di superficialità. Abbiamo paura di cambiare. Come cittadini del mondo abbiamo la responsabilità di trasmettere messaggi positivi. Tutto è politica, anche le foto di moda.

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...E come si rapporta con questo mondo? Lo uso.
Sono noto, firmo libri, i miei lavori sono pubblicati. Mi chiedo: che posso fare con queste possibilità? Non amo lo shock, le cose scioccanti sono facili da fare. Penso che si debba esercitare l’intelligenza per comunicare. Dipendiamo dai social, c’è una generazione che usa solo immagini e non parole. Su Instagram trovi così tanta spazzatura. Sono molto cauto nel produrre immagini. Certo, uso tutti i media, ma solo se ho qualcosa da dire. Per me, “less is more”. È un principio, una disciplina.

Le sembra che le cose vadano meglio o peggio?
Direi peggio. Non puoi giustificare una minoranza di poliziotti che sparano ai neri con tanta facilità come negli Usa. Stiamo tornando indietro!

Cosa pensa di Obama?
Lo amo. Dopo Gandhi e Mandela, c’è lui. Una personalità universale che cerca di riequilibrare il sistema. Ne senti il carisma ed è fantastico avere simboli come lui. Ci sono voluti 500 anni per avere un presidente nero nel mondo occidentale, e sarà l’unico per i prossimi mille anni. Forse nulla è cambiato. Credo anche che il mondo politico dovrebbe essere più al femminile: avremmo meno muri e discriminazioni. Chi, meglio di chi dà la vita, ha il senso della vita?

La nostra società tende a dividere invece di diventare globale e inclusiva…
Si dovrebbe cominciare con i piccoli a scuola, insegnar loro che non esiste il bianco o il nero… Avremmo una generazione migliore. Ripensando alle mie origini, sono grato ai miei genitori anche per aver ricevuto una buona istruzione, senza la quale non potrei fare fotografie. E nemmeno parlare con lei.

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