#Likes Style Geographie: l'epoca delle Newpolis

Coniamo un neologismo per le “smart city”: luoghi dove moda, arte, food, architetture (e sesso) trovano terreno fertile. Ecco una mappa per orientarsi

smart city
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«IL VENTUNESIMO SECOLO non sarà dominato da Stati Uniti o Cina, Brasile o India, bensì dalla città». Così scrivono Ayesha e Parag Khanna nel loro libro L’età ibrida, che pone una serie di questioni strutturali nel rapporto tra noi e la tecnologia, tra cui l’ascesa delle “smart city”, che hanno catturato l’immaginario collettivo con la loro promessa di servizi superefficienti e un ambiente gradevole ed ecosostenibile. Oggi più che mai le traiettorie della nuova classe creativa, e di tutto quello che si muove e si radica attorno a loro, si spostano sempre più verso nuove megalopoli, quelle che hanno investito nella propria immagine in chiave futuristica attraverso moda, arte, design e tutto ciò che ha a che fare con il tempo libero in epoca post-moderna: architetture d’autore, shopping, cibo, wellness, divertimento e sesso. Queste mete propongono stili di vita in un continuo aggiornamento che segue gli immaginari dei nuovi cittadini del mondo. Nelle parole del filosofo Gilles Lipovetsky, individui senza pregiudizi, mobili, con una personalità aperta e gusti in evoluzione continua: «Bisogna insistere soprattutto nella forza culturale del Nuovo, all’interno dell’impero della moda. La concorrenza delle classi è poca cosa se paragonata agli effetti sociali di questo valore che crea il gusto per la diversità, provoca la noia per ciò che è ripetitivo, fa amare e desiderare quasi a priori ciò che cambia». Diversamente dai luoghi della produzione, che si spostano seguendo la competitività nel rapporto qualità/prezzo, la lista delle città apripista, che mettono in discussione gusti e tendenze e che tracciano mappe indifferenti alle geografie degli stati, da una parte conferma alcune mete storiche (Parigi, Londra, New York, Milano) dall’altra subisce continui aggiornamenti, indicativi soprattutto della capacità di offrire negozi e strade dove fare ricerca (nessuno pare più interessato a Tokyo) e dove ci sono i nuovi addensamenti della classe creativa, che sceglie di vivere e di lavorare in megalopoli come Los Angeles, Seul, Shanghai, Pechino, Dubai, che offrono un’alta qualità di vita, di relazioni e di conoscenza. Città che sono diventate ormai stazioni di transito del business, della cultura, di una certa mondanità internazionale evoluta che viaggia attraverso i continenti per vedere la Biennale di Venezia, Art Basel Miami Beach, l’inaugurazione della Fondazione Prada, un’asta importante o l’ultima prodezza di una star dell’architettura per un grande brand della moda, il museo d’arte contemporanea in mezzo al deserto. Città che sono le nuove protagoniste degli immaginari contemporanei. Così, non stupisce che Dior, quando nel 2009 commissiona a David Lynch il fashion film Lady Blue Shanghai per promuovere sul sito del brand la “Lady Blue Bag”, indichi come clausola al regista quella di utilizzare lo skyline di Shanghai per ambientare la sua short story. Una nutrita compagine sempre più globale e interrazziale composta da direttori di musei, mercanti d’arte, galleristi, ricchi collezionisti, industriali, it girl, celebrities del cinema e della musica che cerca e raggiunge le mete che sono la sintesi dei gusti e degli stili di vita della contemporaneità nell’era del “Total Living”. Questi big spender, che leggono riviste come Monocle per essere informati sulle geografie variabili, viaggiano esercitando uno shopping evoluto e di ricerca. Uno shopping che tiene insieme la cena nel ristorante che offre nuove esperienze del palato, l’acquisto di un lavoro di una delle ultime star dell’arte contemporanea con quello di un abito o di un accessorio che non è un must have accessibile a molti, ma un oggetto unico. Come il profumo fatto fare su misura da un maestro profumiere che lavora solo su ordinazione. Le nuove interpretazioni dello shopping continuano a essere fondamentali per tracciare i percorsi internazionali della moda. Emblema di questa ricerca sofisticata e concettuale continua a essere il lavoro di OMA/AMO Rem Koolhaas per Prada. Scrivono Miuccia Prada e Patrizio Bertelli nel volume del 2001 che pubblica i materiali della ricerca che coglie le criticità dell’era della moda globale: «Il contributo creativo di OMA/AMO Rem Koolhaas per i Prada Stores di New York, Los Angeles, San Francisco [...] nasce dal desiderio di indagare in modo sperimentale e innovativo lo sviluppo del concetto e della funzione dei luoghi dell’acquisto e del comunicare». E fra i concetti chiave che guidano il progetto, troviamo statement che affermano la «diversità tra i negozi», perché «i negozi non devono essere identici». Nell’era dominata da flagship store che fanno sembrare uguali le strade di tutte le grandi metropoli, il concetto di epicentro rilegge il paesaggio urbano in chiave globale, trasformando il brand Prada nel sismografo delle inedite differenze culturali fra un paese e l’altro, oltre lo stereotipo. E allora diventa fondamentale nel progetto di Koolhaas introdurre «tipologie non commerciali», «eventi culturali», «attività diverse dall’acquistare [...] dopo l’orario di chiusura». In questo panorama le mete, sia per vivere che per viaggiare, sono definite dal desiderio di stare nei luoghi della complessità e della produzione culturale ramificata e ibrida. Hedi Slimane, diventato direttore creativo della maison Yves Saint Laurent, ne ha modificato il nome - eliminando “Yves” - e ha traslocato l’ufficio stile a Los Angeles, la sua città d’elezione, pur mantenendo la sfilata nel calendario francese. Slimane, designer culto della moda contemporanea che, chiusa l’esperienza come direttore creativo di Dior Homme, si era trasferito da Parigi a Berlino perché in quel momento era considerata una città giusta per essere nel cuore delle cose e si dedicava totalmente alla fotografia - facendo mostre e pubblicando libri - accettando il nuovo incarico ha messo come clausola lo spostamento a Los Angeles, considerata in questo momento una delle città più interessanti per l’arte, la musica, la moda e gli stili di vita. Slimane, che si è formato con Yves Saint Laurent, ha capito che una certa allure e la modernità di YSL potevano impastarsi di un grunge marcatamente americano, per traghettare il marchio nel tempo sempre presente della moda. Anche Bernhard Willhelm, uno dei grandi guastatori del fashion, ha deciso di spostarsi a Los Angeles per uscire dalle traiettorie di una moda stereotipata, per cercare un tempo e una dimensione opposti a quelli di Parigi. Magari può succedere che celebrities come la coppia formata da Kim Kardashian e Kanye West decidano di sposarsi a Firenze o George Clooney e Amal Alamuddin a Venezia, con matrimoni da favola. Città blindate per l’occasione e usate come set di un evento di comunicazione straordinario. Ottimo fondale per le foto che devono soddisfare i fan e la rete, ma non per quella vita intensa sempre connessa che si può vivere solo in quelle città che si avviano a diventare gli skyline delle nuove generazioni di creativi. Quelle città che sono già per loro natura frammentate in una miriade di scenari che riescono a tenere insieme tutto, e che si ricompongono magicamente o, meglio ancora, virtualmente nell’infinita sequenza di selfie di un profilo instagram. La fantascienza, in special modo quella di William Gibson aveva immaginato che nel futuro le persone avrebbero scelto di vivere nella dimensione affettiva delle immagini condivise e nei grandi sprawl, spazi della dispersione urbana, capaci di tenere insieme molte città esistenti in una mescolanza disordinata ma affascinante. Come forse sarà quella della nuova città che stanno costruendo in Cina, La Città. Unica e totale da centotrenta milioni di abitanti. Una “supercity” che sancirà definitivamente la vittoria dello spazio urbano nel tempo che ci stanno raccontando i futurologi.

MORE TO KNOW Un libro: The Singularity Is Near, di R. Kurzweil. Un sito: trendwatching.com. Un film: Equals, con K. Stewart e N. Hoult.

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