Attivare gli scambi

Ci attende una circolazione di idee e prodotti che non ha più il suo fulcro in occidente. Ma in un mondo multicentrico.

OGGI LA MODA È ANTROPOLOGIA. Il secolo XXI si apre con il tramonto della prospettiva eurocentrica sulla moda e con l’intensificarsi degli scambi internazionali e globalizzati. La moda, un tempo considerata come prodotto squisitamente occidentale, è ora patrimonio universale. In quanto espressione culturale in senso antropologico, ho cercato di interpretare le molteplici manifestazioni della moda come idee e valori associati a forme. Senza dubbio un utile esercizio per comprendere il senso dell’ampliamento geografico della moda e le caratteristiche dei nuovi mercati. Ciò che la cultura della moda contemporanea insegna - le immagini e le parole parlano chiaro, basta sfogliare i magazine o navigare sul web - non è solo a «PROVINCIALIZZARE L’EUROPA», per citare il noto teorico indiano Dipesh Chakrabarty, di fronte alla crescita d’importanza dei mercati asiatici, quasi sostituendo un continente con l’altro - prima l’Europa, poi gli Stati Uniti, ora l’Asia - secondo uno schema ingenuamente evoluzionista. L’antropologia della moda ci porta piuttosto a riconsiderare quale sia il posto dell’Europa e dell’Occidente in relazione ai nuovi scambi attivati dalla globalizzazione.

Possiamo anticipare che ne risulta un quadro ancora parzialmente dominato dalle logiche dell’economia occidentale e delle grandi capitali del fashion, ma che l’Occidente non controlla più interamente per ciò che riguarda la creatività e l’ispirazione. La globalizzazione della moda ha infatti trasformato concetti di matrice eurocentrica, quali “etnico” e “folk”, che erano il frutto di un costrutto ideologico consolidato tra Ottocento e Novecento, in un’inedita configurazione stilistica che supera la dicotomia moda-costume. Che si trattasse di sari, áo dài, kimono o qipao, infatti, l’abito non-occidentale era un modo di vestire forse ammirato, ma in fondo considerato arretrato, quasi situato fuori dal tempo e dalla storia e soprattutto fuori dai cicli della moda. Non dimentichiamo che Winston Churchill accolse Gandhi in visita in Inghilterra, definendolo, come riferiscono i media dell’epoca, «un fachiro seminudo », in quanto il Mahatma indossava, come gesto politico (si era alla vigilia dell’indipendenza dell’India) un lungi drappeggiato sui fianchi. Viceversa l’abito occidentale, espressione del sistema produttivo e culturale della Haute Couture francese per la donna e di Savile Row per l’uomo, era il simbolo perfetto della modernità e della civilizzazione di Parigi e Londra. La prima incrinatura si verifica con la cosiddetta “rivoluzione giapponese a Parigi”, come l’ha definita la sociologa Yuniya Kawamura, per descrivere le conseguenze della celebre sfilata del 1981 a Parigi. Issey Miyake, Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto dichiaravano infatti di voler fare avanguardia e non tradizione, come ci si sarebbe aspettato dall’Asia. Niente fiori, farfalle, femminilità assoggettate, visioni coloniali. Decostruzione e innovazione entrano nella moda, grazie ai tre designer giapponesi.

A più di 30 anni di distanza la sintesi tra moda e costume è evidente. Energia e creatività provengono da un sistema divenuto palesemente policentrico. Non solo le capitali della moda - Milano, Parigi, Londra, New York - rivaleggiano tra loro per assicurarsi la leadership in termini di business, creatività, cosmopolitismo, ove un tempo c’era solo Parigi, ma paesi un tempo prevalentemente gregari, come India, Cina e Brasile, influenzano progettualità e consumi. La moda globalizzata, in altri termini, non può essere soltanto considerata come una espansione lineare di marchi e stilisti e multinazionali del lusso da Occidente verso il resto del mondo, che sia l’Asia, l’Africa, l’Australia e il Sudamerica, ma è il frutto di un processo interattivo a più livelli. Da un lato ci sono i brand storici alla costante ricerca di nuovi mercati, dall’altro ci sono le grammatiche del vestire e della produzione locali. La moda globalizzata è la risultante di questa interazione, frutto di un nuovo linguaggio che contiene entrambe.

Nel nuovo contesto il vestire etnico locale, adattato, ibridato, creolizzato, non è un fatto ideologico, politico, contestativo. O meglio, le istanze ideologiche oggi si contaminano con i nuovi flussi di significato indotti dalla potenza comunicativa e commerciale della moda e si confrontano con la forza comunicazionale dei marchi del mercato globalizzato, inglobando, adattando, e direzionando le mozioni più squisitamente identitarie, come nel caso del fenomeno dell’“Islam Chic”. L’emergere di altre culture e altre economie sullo scacchiere internazionale pone quindi nuovi quesiti e crea inedite configurazioni nel rapporto tra ideazione e produzione. Dal punto di vista del consumo i rivolgimenti sono altrettanto significativi: India e Cina sono mercati sempre più ricettivi, così come Arabia Saudita e Russia. Se da un lato è sicuramente molto presente l’attrattiva sul pubblico finale di sistemi moda di tipo occidentale, dall’altro i progetti che nascono dalla visione globale dei nuovi giovani stilisti stanno modificando l’assetto tradizionale di ricezione della moda. Diversamente da quanto è avvenuto per l’avanguardia giapponese di Yamamoto, Kawakubo e Miyake, il cui successo è passato necessariamente da Parigi, le diverse mode oggi operano in uno scenario in cui altre parti del mondo, prima di tutto l’Asia, godono di una posizione di primo piano. Non solo la Cina, per esempio, produce moda di ogni livello e qualità, dalla più bassa a quella di alto valore, per tutto il mondo, ma sta entrando in modo incisivo nella produzione di capi finiti, quindi nel design e nello stile. Anche l’India propone modelli estetici avanzati che intercettano il contemporaneo rapporto con l’artigianato.

Produzione e consumo rispondono ovunque a regole diverse rispetto a quelle che governavano il sistema della moda fino agli anni Ottanta del Novecento. In un’epoca di scambi globali il rapporto tra moda e identità nazionale, quindi, non perde significato con la scomparsa dei nazionalismi di stampo ottocentesco, ma si fa più stretto e coinvolto nella formazione di nuove gerarchie economiche e di gusto. I concetti di heritage, patrimonio e archivio sono nella moda, sia occidentale sia di molte altre parti del mondo, altrettanto rilevanti di quelli di innovazione e tecnologia. Si possono individuare, semplificando, due approcci da parte dei designer dell’attuale fashion system: l’esotico può essere, come in passato, un serbatoio di idee, un carnevale inesauribile di tecniche tessili, artigianalità e modelli da cui attingere per una rielaborazione creativa, ma convenzionale. Il secondo approccio porta invece i fashion designer di molte parti del mondo a mettere al centro la propria identità culturale, tessile e sartoriale, liberamente entrando e uscendo dalle proprie radici, in una ricerca di “autenticità”, la cui declinazione costituisce una delle tendenze più nuove e interessanti.

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