"Pierre Cardin è davvero ancora vivo?", "Scusa, ma non ho capito: quindi mi stai dicendo che Pierre Cardin è una persona reale?": interrogativi amletici, che si perpetuano non sulle labbra di gente comune, poco avvezza a confrontarsi con il moderno passato degli Anni 60, e della sua enorme eredità in materia modaiola, ma anche architettonica e artistica – perché Pierre Cardin ha messo la firma anche su quello – ma su quelle di due registi di documentari, Todd Hughes e il suo compagno P. David Ebersole, che poi, in una sequenza di eventi che pare presa da una commedia degli equivoci statunitense, sono finiti a realizzare un documentario proprio sul futurista della moda, House of Cardin. I due hanno ammesso di essersi trovati per caso a possedere un vinile targato Pierre Cardin, in una delle migliaia di licenze che il couturier ha sperimentato, nella sua carriera, per poi scoprire, attraverso una chiacchierata con un addetto alla vendita del marchio, che dietro a quel nome c'era una persona in carne e ossa, tra l'altro ancora parecchio attiva. Così, presi dalla curiosità, si sono incontrati, piaciuti, e accordati per un documentario. Più innocente inettitudine che analfabetismo couture, la loro iniziale ignoranza: la moda è una delle poche arti che ha saputo creare, e mantenere intorno a se stessa, una mitologia che trascende da chi l'ha creata, tanto che nel presente, molte importanti maison si sono private del nome dei loro fondatori, lasciando bene in vista il cognome (Christian Dior, Cristóbal Balenciaga, Yves Saint Laurent). Che sia stata una mossa di marketing per permettere alle dorate e più antiche case di moda di rimanere rilevanti anche in un presente dominato dallo streetwear, o un tentativo di emanciparsi da padri ingombranti, il risultato è stato che la damnatio memoriae ha operato a livello profondo, tanto da portare i non addetti ai lavori all'idea che a quei cognomi non corrispondesse un nome, e un corpo, addirittura poi pervaso dalla vita, come nel caso del 98enne e vitalissimo Pierre Cardin. Presentato durante la scorsa edizione del Festival di Venezia, il lungometraggio House of Cardin sarà però distribuito online dal 15 settembre, rispondendo agli interrogativi non solo degli spettatori, ma anche dei due registi: chi è, davvero, Pierre Cardin?

Pierre Cardin nel 1996 al Maxim’s con alcune tra le sue creazioni
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"Un maestro", secondo Naomi Campbell, "un pioniere" per Kenzo Takada, "un genio" secondo Jean-Paul Gaultier: si sprecano le lodi per definire quello che, al secolo, in realtà si chiama Pietro Costante Cardin, nativo di Sant'Andrea di Barbarana, frazione del trevigiano, trasferitosi a quattro anni in Francia, dove i genitori, eredi di una benestante stirpe di proprietari terrieri andati in rovina con la prima guerra mondiale, cercavano un nuovo inizio. L'utilizzo dei superlativi, arte pressoché sconosciuta nella moda di oggi – dove si usano e abusano termini come "visionario", ma l'antico "bravissimo" si esercita poco – è dovuto al fatto che, in effetti, Cardin è uno di quei pilastri su cui si basa l'intero concetto del nostro guardaroba contemporaneo, nelle sue più variegate iterazioni. L'unisex – poi tramutatosi agevolmente in altra parola abusata, il genderless – l'ha inventato (anche lui), già negli Anni 60, con risultati a volte non particolarmente pratici, ma non si può richiedere la perfezione al primo, reale, tentativo di uniformare lo stile a dei corpi anatomicamente diversi; è stato anche un Marco Polo in versione couture, considerato che, l'Oriente, come mercato e come ispirazione tessile per giacche che riprendevano la tecnica degli origami, negli Anni 80, l'ha un po' scoperto lui, aprendo negozi di alta moda e organizzando pantagruelici show sulla Muraglia Cinese. In termini di apprezzamento della figura femminile è stato ben più che "inclusivo", termine che per il couturier non è mai esistito, considerando che la bellezza, certamente non ha una nazionalità sul passaporto: fu uno tra i primi ad assoldare delle modelle asiatiche, come l'amatissima Hiroko Matsumoto.

La collezione di Pierre Cardin presentata nel 1963. La terza da sinistra è Hiroko Matsumoto, musa dello stilista e una tra le prime modelle asiatiche
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Certo è che, più che dal presente terrestre, Cardin è sempre sembrato interessarsi di più al futuro spaziale: il Neil Armstrong del ready-to-wear è stato in effetti lui, tra completi che inquadravano alla perfezione l'entusiasmo per l'allunaggio futuro, coniando la moda Space Age, anticipata da quel bubble dress, del 1954, una bolla sinuosa di tessuto che voleva proteggere e schermare chi lo indossava. Hubert de Givenchy prima, e Christian Dior, poi, lo trasformarono in un più urbano e meno voluminoso abito da cocktail con gonne a palloncino da educanda, mentre Pierre lo faceva sfilare indosso a consapevoli esploratrici del futuro. Gli inizi della carriera di Cardin, in effetti, "a bottega" dal sarto Manby – nella Vichy più famosa per certi infausti accordi presi durante la seconda guerra mondiale che per una certa inclinazione allo stile – sono subito caratterizzati dall'incontro con donne dalla personalità fortissima. Va a lavorare da Elsa Schiaparelli e Jeanne Paquin, dopo essere stato rifiutato da Cristóbal Balenciaga, e, forse per caso, o forse per dispetto, aiuterà l'unico sarto a livello dello spagnolo, Christian Dior, a concepire il New Look all'indomani della fine del secondo conflitto. Del 1950 è la fondazione del suo brand, con l'aggiunta della couture nel 1953. Mani da couturier e mente sopraffina, Cardin fa sembrare gli idoli dello streetwear di oggi dei dilettanti allo sbaraglio: è il primo a mettere il logo sui suoi vestiti, ben visibile – altro che nascosto misteriosamente da quattro punti sull'etichetta, come suggerirà invece, molto più tardi, il profeta del minimalismo Nineties Martin Margiela – lanciando a pieno titolo la logo-mania, medicinale tornato in auge anche di recente, placebo stilistico per chi lo indossa, e che crede di validarsi nella terra promessa dell'eleganza, semplicemente ostentando delle iniziali.

Nel 1986, Pierre Cardin presenta la sua collezione a Mosca
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Altro ambito nel quale è indiscusso pioniere è nel girone dantesco delle co-lab – oggi escamotage di marketing per far parlare di sé anche lontano dal momento delle sfilate, in barba ai proclami di sostenibilità – e che però Cardin lancia nel tentativo di democratizzare la moda: la sua collezione realizzata nel 1959 per i grandi magazzini Printemps fa arrabbiare parecchio la sofisticata Chambre Syndicale – li si immagina già, vegliardi autorevoli rinchiusi in palazzi nobiliari invasi dalle ragnatele, con la missione eterna di vegliare sull'esclusività del buon gusto, offesi mortalmente dall'ardire di Cardin – tanto che si esibisce addirittura il cartellino rosso: espulso. Il couturier sarà riammesso poco dopo, appena le eminenze grigie della Chambre si renderanno conto di aver fatto un passo falso, ma sarà lui stesso, poco incline alle regole, ad auto-eliminarsi nel 1971, preferendo sfilare nell'Espace Cardin, teatro dove si esibiranno e canteranno le stesse figure mitologiche che si avvicendano allo Studio 54, da Dionne Warwick, che indosserà un suo vestito sulla copertina di un album, ad Alice Cooper, cultore affezionato della sua Eau de Cologne, passando per Mick Jagger e Jerry Hall, con i quali si intrattiene spesso a cena al Maxim's, indirizzo di culto parigino. E proprio al Maxim's è legata l'altra avventura di Cardin: a svelarne i dettagli, durante il documentario, è lo stesso Jean-Paul Gaultier, che da Cardin mosse i primi passi, assicurandosi un lavoro nella maison il giorno del suo 18esimo compleanno. Innamorato di quello che oggi è l'ultimo ristorante parigino in stile Art Nouveau, Cardin lo acquistò, aprendone altri a Tokyo, Shangai e Pechino, comprandolo nel 1981 da François Vaudable, erede riluttante del marchio, più interessato al mondo scientifico che alla parata di stelle in mostra ogni sera nelle sue sale (da Jeanne Moreau a Onassis passando per una scandalosa Brigitte Bardot, che, forse appena arrivata dalle spiagge di Cannes e ancora "lost in translation", si presentò al locale a piedi nudi). Se l'esercizio commerciale oggi, nei suoi tre piani, ospita anche un museo di Art Nouveau con pezzi di inestimabile valore, di sicuro irrigidì la sua policy rispetto al dress code, tanto che, secondo i ricordi di Gaultier, accadde al suo stesso proprietario di vedersi rifiutato l'ingresso, con scandalo conseguente.

Pierre Cardin con Lauren Bacall nel 1968
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Si immagina però che l'italiano naturalizzato francese – con quella faccia che ricorda il volitivo Gian Maria Volontè, padrino del cinema d'impegno civile tutto italico – non se la sia molto presa, anche se, il suo nome ormai appariva su tutto, in un vortice di licenze, che, di nuovo, fu il primo a moltiplicare ad libitum, mettendo la firma su prodotti alimentari, elettronici, vinili targati Les disques Pierre Cardin – gli stessi attraverso i quali i registi del documentario hanno scoperto la sua esistenza corporale, acquistandone alcuni in un mercatino vintage parigino – e persino carta igienica. Prodotti commercializzati per la maggior parte solo in Cina, dove Pierre, di nuovo, è stato il primo ad arrivare e farsi conoscere. La fama raggiunge l'acme in un aneddoto raccontato durante la pellicola, dalla designer di gioielli Siti Zheng, che riporta la notizia, secondo la quale in un compito in classe, di fronte alla domanda "chi è il presidente della Francia?", molti bambini risposero compitando con una certa naturalezza "Pierre Cardin". Attivo e poco disposto alla pigrizia, ancora oggi, all'alba dei 98 anni, l'opera che forse riassume meglio la sua figura non è un vestito quanto un architettura, quella del Palais Bulles, costruito dall'ungherese Antti Lovag per l'industriale Pierre Bernard, e poi acquistata da Cardin, che di quei 1200 metri vista mare, organizzata a moduli a forma di bolla, fu subitaneamente sedotto, e come poteva essere diversamente, per l'uomo che aveva inventato il bubble dress? Incastonato nella baia di Cannes, ognuna delle sue 10 stanze da letto ospita opere d'arte di un diverso artista, tra cui Patrice Breteau, Jerome Tisserand, Daniel You, François Chauvin, Jêrome Tisserand e Gerard Cloarec. Se gli happy few che possono posare le stanche membra sui letti saranno però al massimo una ventina, tra l'anfiteatro all'aperto, la sala panoramica, le terrazze e le varie piscine esterne, si stima che al suo interno possano intrattenersi per esclusivi party circa 500 persone.

L'ossessione per la rotondità si infila, ovviamente sinuosa, anche negli arredi, nei letti, nelle mensole nei divani, nei caminetti e nei televisori, sempre curvi, sempre concupiscenti. Location di sfilate – come la cruise di Dior del 2016, quando alla guida del marchio c'era ancora Raf Simons – e casa vacanze per bon vivant affluenti – Simon Porte di Jacquemus vi ha soggiornato a marzo, illustrando ovviamente con grande orgoglio l'avvenimento su Instagram – più che un'abitazione, è una leggenda che si moltiplica nei feed Instagram con necessario hashtag #archilovers. Talmente visionaria da apparire frutto di un graphic designer con parecchia fantasia, sono in molti ancora oggi, a pensare che il Palais Bulles abiti solo nell'immaginazione di chi l'ha concepita. E invece esiste davvero, da sempre. Un po' come Pierre Cardin.

Pierre Cardin nel 2003, in occasione dei festeggiamenti per il suo 80esimo compleanno, al Palais Bulles
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