Sarebbe forse anche divertente (se i tempi non fossero così cupi), trasferire quei termini che la pandemia ci ha costretto a imparare ai superdiffusori di inventiva ed estro che sono le scuole di moda italiane, nella convinzione che esista un virus in grado di battere per velocità e potenza anche il Covid-19: il virus della creatività. Che non vuole abbassare la curva dei contagi ma combatte il confinamento con progetti e iniziative volti ad annullare ogni distanziamento per stabilire tra studenti e docenti veri e propri affetti stabili, simili a quelli tra congiunti di ogni grado, ordine e tipo. E non intende delimitare zone rosse ma continuare a espandere con la forza di sempre la trasmissione di competenze, saperi, pratiche. Uscendo dalle metafore macabre, il ruolo dei luoghi dove s’imparano le mille facce del fare e saper fare nel campo dell’estetica vestimentaria è sì alle prese con una situazione totalmente imprevista a cui ha risposto con velocità attraverso nuovi modi di erogazione delle lezioni, ma anche con una serie di quesiti che sconfinano nel campo delle Grandi Domande esistenziali: com’è possibile divulgare il concetto di Made in Italy quando arrivano a Milano, a Firenze, a Roma giovani da tutto il mondo per apprendere non solo nozioni, ma l’incorporea e necessaria relazione con un territorio? Bastare la didattica a distanza, le dirette Instagram, i corsi in modalità blended, i tutorial, le lezioni sincrone e asincrone (in diretta o registrate così che ogni studente le segua secondo il proprio fuso orario), quando uno dei pilastri dello stile italiano è in quel mix inimitabile che sfuma dalla nozione all’azione, dal cervello alla mano, dall’arte all’artigianato? Abbiamo chiesto a direttori, responsabili, presidenti dei più prestigiosi istituti italiani il loro pensiero in proposito. Spoiler: non c’è solo un lieto fine, non c'è proprio la fine. Ma un'evoluzione che è il trionfo del ragionamento controintuitivo: quando il senso comune avrebbe fatto temere un effetto di dispersione, invece i periodi di riflessione forzata coinvolgono tutti nel costituire un forte senso di community, che ne è uscito rafforzata.

Danilo Venturi, direttore di Polimoda, Firenze

«La scuola ha una grande responsabilità, oggi più che mai, nel tramandare il saper fare e l’eccellenza del Made in Italy, ed è sicuramente un privilegio per una realtà come la nostra trovarsi in una città simbolo della bellezza e della cultura italiane, al centro di un distretto manifatturiero che ospita le più importati aziende del settore. Per questo Polimoda ha sede solo a Firenze, per questo studenti da tutto il mondo scelgono di venire a formarsi da noi (in apertura, un modello realizzato dalla studentessa Sanjana Pessina, ndr)».

La sede storica di Polimoda, nell’ottocentesca Villa Favard sulle rive dell’Arno.
Federica Fioravanti

«Non bisogna però cadere nella tentazione di guardare solo al passato, ma anzi è fondamentale saper integrare questo know-how con un contributo d’innovazione, con l’apertura ad altre culture e una visione internazionale. Diversità, inclusione, multiculturalismo, fanno parte del nostro Dna. Stesso discorso vale per la tecnologia e il digitale, parti integranti nella didattica e del lavoro di oggi, ma che non devono escludere l’importanza del laboratorio, del confronto umano, dell’esperienza sensoriale. Una formazione professionale deve includere tutto questo. È tutta una questione di equilibrio. La tecnologia negli ultimi mesi ci ha consentito di non fermarci mai e di mantenere compatta la community di Polimoda, restando vicini ai nostri studenti e anche di sperimentare nuove formule di didattica virtuale che potranno essere integrate all’interno dei programmi andando incontro alle esigenze di una popolazione sempre più internazionale di studenti e docenti. Oggi però celebriamo il primo importante passo per il ritorno alla normalità, ad incontrarci di persona, all’esperienza sensoriale, alla materia e alla fisicità, a tutti quei valori che nella scuola e più che mai nella moda ritengo imprescindibili. Vogliamo un mondo vero, certamente con tutti i benefici che la tecnologia porta, ma vero».

Studenti al lavoro nella nuova sede di Polimoda, nella seconda sede della scuola, l’ex Manifattura Tabacchi.
Serena Gallorini

Simona Ironico, Programme Leader Fashion Business Istituto Marangoni, Milano

«Nasco come sociologa di moda e, pur ricoprendo un ruolo di coordinatrice, questo periodo mi ha portato a pensare – e, di conseguenza, anche a parlarne con gli studenti – di come per esempio sia cambiata l’idea di “lusso”, alla luce di ciò che sta succedendo durante la pandemia. Dal consumo vistoso a quello consapevole: ed è stato molto interessante che proprio la situazione in cui viviamo scateni una serie di conversazioni simili. Ma il nostro approccio è, e deve esserlo, anche pragmatico: insegniamo delle nozioni, ma anche capacità che servano a inserirsi nel mondo del lavoro. Avere una grammatica culturale di moda serve, in parallelo ai corsi tecnici, a costruire un alfabeto estetico aderente alla contemporaneità. Le nuove modalità di lezione ci aiutano a rafforzare quella diversità che appartiene da sempre al nostro Istituto. Così la call con il docente accademico e il professionista che, uscito dal lavoro, si connette con noi - li chiamo “quelli del club delle 17,30” - non è altro che un rispecchiamento di quella eterogeneità di persone che da sempre sono intervenute nelle nostre aule e che, proprio perché parlano da casa loro, sono aumentate, elevando anche l’engagement degli studenti. Io mi trovo a Milano, ma abbiamo sedi a Firenze, Londra, Parigi, Shanghai, Shenzhen, Mumbai e Miami. Così la nostra difformità delle metodologie didattiche si è affiancata a un parco docenti internazionale, in un bilanciamento tra il racconto di ciò che accade nei singoli paesi e la velocità di un insegnamento ibrido che, paradossalmente, consente un’interazione molto più ravvicinata con gli studenti grazie alle chat, la possibilità di vederli in viso, in una moltiplicazione di canali di comunicazione».

La reception dell’Istituto Marangoni nella sede milanese in via Verri.
Sandro Carlini

«Abbiamo la possibilità di non avere più barriere, tanto da aver avuto come guest star Noonoouri, l’influencer virtuale amata da Dior. La tecnologia può aiutare anche nel corso di stilismo, con programmi che permettono di vedere in primo piano la mano del designer. Sospinti da una situazione di emergenza ci siamo ritrovati di fronte a un panorama stimolante, effervescente. In questo senso il concetto di Made In Italy si trasforma in quello che il sociologo Nello Barile definisce localizzazione globalizzante: valorizzare le radici culturali locali per innestarle in un contesto culturale globale. Per me lo stile italiano è una filosofia con un grande heritage culturale, fatto di storia e di frequentazione del bello, ma che non può prescindere dalla considerazione dell’identità di chi ci sta di fronte. Anche se dietro lo schermo di un computer».

L’aula di laboratorio sartoriale nell’Istituto Marangoni di Milano.
Sandro Carlini

Lupo Lanzara, vicepresidente Accademia di Costume e Moda, Roma

«L’Accademia ha un solido impianto culturale di base, perché è così che l’ha impostata - prima scuola di moda e costume in Italia - mia nonna Rosana Pistolese nel ’64. È la conoscenza della storia, delle abilità, dei saperi che permette di leggere il presente e interpretare i codici del contemporaneo. Con la tecnologia, certe materie teoriche possono avere, paradossalmente, un maggior impatto: e infatti, immediatamente all’inizio della pandemia ci siamo attrezzati con lezioni in remoto, ma anche talk su piattaforme con ospiti che provenivano da mondi disparati come il giornalismo, la sociologia, l'impegno sociale. Sulla parte pratica, invece, crediamo che la presenza sia indispensabile per lavorare con materiali. Già da luglio abbiamo richiamato, di fronte a grande investimento economico per mettere tutti in sicurezza, proprio per l’aspetto dei workshop laboratoriali. Non abbiamo forzato nessuno, sia chiaro: ma è molto importante per noi non perdere la parte più connessa alla manualità, attraverso cui passa la competenza e il saper fare. È nostro dovere tenere alto l’engagement dei nostri studenti, soprattutto se pensiamo ai giovani che sono venuti appositamente da noi, a Roma. Si è creata una forte comunità in cui si è continuato a parlare, tra lezioni in remoto ed esercitazioni dal vivo, ed è stato così che il “gruppo” si è mantenuto vitale, attento, teso verso gli stessi obiettivi. Che nel nostro caso sono quelli di creare professionisti a 360 gradi, egualmente preparati nel sapere cosa c’è "dietro" un prodotto ma sapendo anche come si confeziona».

La sede dell’Accademia di Costume e Moda a Roma, in via della Rondinella.
Louis C. Ph.

«Ciò che guida i nostri ragazzi è la passione, la determinazione, la resilienza, l’umiltà e la curiosità più che la generica definizione di sogno, parola troppo abusata: dovevamo fornire tutti gli strumenti educarli e rispondere a ogni loro esigenza. Tutto il nostro staff si sente molto responsabile nei loro confronti, e devo ammettere che siamo ricambiati dal loro interesse. Del resto, anche la nostra decisione di aprire una nuova sede a Milano, dove si studieranno nuove professioni legate sempre al mondo della moda, ma connesse alla diffusione e comunicazione, procede in questa direzione. Perché il Made in Italy, secondo noi, consiste nell’esperienza, come la intendiamo in italiano e contemporaneamente experience, nell’accezione anglosassone: da una parte la tradizione, l’eredità, il sapere. Dall’altra, l’artigianato, il prodotto, l’industrializzazione, la narrativa della comunicazione, l’abilità di conoscere il mercato e di prevederne le evoluzioni in fatto di gusto e comportamenti. Del resto, sono sempre di più gli amministratori di grandi brand che hanno strette connessioni con i direttori artistici. È da questo mix nasce quello che definiamo stile italiano, fatto di grandi maison ma anche di importanti manifatture, di creativi che tengono conto del management e manager che sanno di creatività».

Un allestimento di creazioni degli studenti nei locali dell’Accademia di Costume e Moda a Roma.
Courtesy Accademia Costume e Moda - Roma

Colomba Leddi, NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) Fashion Design Area Leader

«Abbiamo realizzato tutorial, lezioni a distanza, laboratori in presenza non appena è stato possibile durante il lockdown. Abbiamo tradotto i nostri decodificandoli in lezioni declinate in vari modi, fruibili attraverso il computer. Anch'io ho imparato molte cose di cui prima non ero a conoscenza, che mi hanno insegnato come la tecnologia possa affratellare le persone anziché allontanarle, soprattutto in un’esperienza come quella della pandemia che ha coinvolto, prima di tutto emotivamente, studenti e docenti in egual modo. Per cui seguire una lezione di drappeggio con un docente che aveva in testa un caschetto con una lampadina come quello dei minatori per far vedere più da vicino il tessuto che veniva seguito piega dopo piega dagli studenti in mezzo mondo, ognuno nella sua cameretta con davanti un manichino, mi ha un po’ commosso e mi ha anche fatto apprezzare quel senso di appartenenza al globo che ci è stato “offerto” dalla pandemia. Anche la piattaforma creata per sostituire la sfilata fisica di fine anno, affiancata da un magazine digitale, ha permesso alla giuria di vedere e rivedere i capi, realizzati dai giovani designer che avevamo seguito passo passo via computer, probabilmente rimarrà perché si è rivelata un dispositivo forse ancora più utile per il giudizio finale rispetto allo show che è più spettacolare, ma anche più volatile perché non permette di guardare un abito nella sua complessità di cuciture e design».

Il campus di NABA (Nuove Accademia Belle Arti) a Milano.
Courtesy Naba Milano

«Nel metterci di fronte a una contemporaneità inquieta ma ricca di opportunità nel potersi “sentirsi insieme”, penso che anche il ruolo del designer debba essere ripensato. Con la tecnologia oggi, per esempio, è possibile diventare “sarti digitali” che realizzano un abito su misura, un segno di modernità che riporta, se vogliamo, all’autentica dimensione del Made in Italy che cerchiamo di comunicare a chi frequenta i nostri corsi: è una metodologia che nasce come avanguardia estetica e tecnica, al di là della facile retorica della creazione unica, confezionata in atelier. Se lei pensa al vero boom del “vestire italiano”, ha coinciso con l’industrializzazione dell’abbigliamento, con la serializzazione unita alla memoria sempre viva dell’artigianato: volendo usare un’immagine poetica potrei dire che il Made in Italy abita nella connessione tra mani e cervello che traducono un’idea in un oggetto indossabile, nella ricerca di una corrispondenza tra l’impulso iniziale e l’oggetto finito. Il motore della nostra creatività ha da sempre avuto uno spirito moderno, in grado di interpretare i tempi, pur avendo noi una grande storia da cui possiamo imparare moltissimo, per poterla aggiornare e rendere parte della nostra vita di tutti i giorni. Oggi sono molti gli ambiti in cui la tecnologia può esserci alleata: considero, per esempio, la possibilità di usare i computer per stabilire in che modo mettere gli elementi di ogni cartamodello per evitare gli sprechi di tessuto, ma anche la ricerca di nuovi materiali che ormai si contamina anche con la scienza. Credo che, in futuro, questa compresenza dell’elemento manuale con quello apparentemente più “meccanico” possa garantire quella coerenza del progetto che non solo ci ha reso famosi, ma richiama da decine di paesi gli studenti nelle nostre scuole. Un atto di fede? No, una dichiarazione d’intenti».

Una creazione di uno studente NABA per l’esame Fashion View - Sound of Fashion comunicato tramite una finestra virtuale sui progetti dei futuri talenti della moda.
Mario Zanaria

Mark Anderson, Director of Education di Domus Academy, Milano

«Ritengo che questa crisi abbia generato riflessioni trasversali che rimarranno nella storia. Attraversiamo tempi che ci hanno trasformato profondamente, e che origineranno nuovi modelli di vita. Se dovessi dirle l’unico risvolto positivo del lockdown, è l’aver rivalutato l’aspetto umano. Abbiamo trasformato la nostra sede in un campus online, grazie anche a una piattaforma che già usavamo per scambiarci dati e trasferire informazioni: questo ci ha permesso, in poco tempo, di trasferire la didattica nella sfera del digitale. Normalmente si pensa alle lezioni online in modalità asincrona, che vengono cioè registrate e possono essere seguite in qualsiasi momento da ogni studente. Noi abbiamo affiancato quelle “in diretta”, anche da remoto, in modo da mantenere la stessa atmosfera di una lezione reale, per salvaguardare la preparazione di chi segue i nostri Master. All’inizio, temevamo che l’insegnamento sarebbe stato penalizzato dall’impoverimento di incontri, ma in verità è stato ampliato grazie ai webinar, alle conference call, alle dirette su diversi canali social. Abbiamo quindi potuto contare sulla presenza di ospiti che non sarebbero mai riuscite a venire da noi, che parlavano con noi dagli Stati Uniti, dall’Europa. Abbiamo inaugurato una serie di talk con direttori creativi di varie aziende, perché Domus Academy si focalizza su una grande varietà di specializzazioni di design. Ma quello che è più importante, secondo me, è che la pandemia ci ha portato a discutere di vari argomenti di cui non avevamo ancora parlato ma che erano sottotraccia nella società. Come se questo evento ci avesse aiutato, con “resoconti” dalla crisi, a far uscire fuori temi che poi si sono rivelati urgenti, necessari, inevitabili: docenti e studenti hanno attraversato insieme la pandemia per indagare tutti i livelli che poteva coinvolgere, da quello psicologico a quello produttivo. E tutto ciò ci ha portato a cambiare il nostro focus sulle attività degli ultimi due workshop dell’anno, deviando il tema sul Covid: abbiamo dato indicazioni agli studenti di osservarsi intorno per lavorare su lavori in grado di rispondere a varie domande: come potrebbe essere il nostro futuro? Come poter rispondere a un evento globale così potente? Ci siamo avvalsi di pareri come quello del filosofo Emanuele Coccia, Jeffrey Schnapp, fondatore del metaLAB ad Harvard, dell'architetto e studioso Stephan Petermann, che hanno contribuito al progetto online The New Normal: Context Perspectives».

La facciata del building di Domus Academy a Milano.
Courtesy Domus Academy Milano

«Come designer professionista credo che nell’interdisciplinarietà risieda l’essenza del Made in Italy, che per me non corrisponde a un’identità, ma a un particolare approccio al design. Viviamo in un mondo connesso, che vive eventi globali, e quindi deve cambiare il modo in cui li si analizza, li si guarda. Ed è la permeabilità ad altre materie che, secondo me, può definire “italiana” una visione che sia critica, analitica ma anche visionaria. Così gli studenti che frequentano i nostri undici Master hanno collaborato, si sono scambiati idee e suggerimenti. Del resto, se guarda all’evoluzione delle grandi industrie - e non parlo solo di quelle di moda, anzi - sono sempre più quelle che applicano questo “sistema italiano” che superano l’iperspecializzazione per giungere a un pensiero più completo».

Un progetto di Shagun Choaria e Jamila Zhankovic del Master in Fashion Styling & Visual Merchandising alla Domus Academy.
Courtesy Domus Academy