Sul frigo c’è una mia foto da bambina in cui faccio colazione assonnata, macchiata di marmellata e avvolta in una vestaglia di lana di tartan rosso. Adoravo quella vestaglia perché mi faceva sentire un po’ inglese. Mi piaceva quando mia madre mi metteva i kilt o qualche sciarpa a quadri, mi sentivo straniera, con un tocco di eleganza e di rigore che gia pochi anni più tardi avrei cercato di cancellare in tutti i modi dalla mia immagine. Guardando quella foto, adesso, mi trovo a fare questi pensieri e mi sorprendo di come un pezzo di lana potesse evocare un'identità così chiara nella mente di una bambina. Con i miei genitori facevamo molti viaggi, spesso nel Nord Europa e qualche volta proprio in Scozia, ma quando tornavo ero ossessionata dal mito del mostro di Loch Ness non certo dal tartan. Sicuramente però qualcosa di evocativo di quello che vedevo mi rimaneva nel mio immaginario per poi essere richiamato, costantemente, nella vita di tutti i giorni. Il tartan, infatti, è ormai onnipresente nelle immagini che mi circondano. Lo si trova ovunque, dalle sfilate di alta moda alle goffe statuette di porcellana inglesi, dalle minigonne delle scolarette dei Manga giapponesi fino all’estetica punk della prima ora. Ma com'è possibile che un tessuto nato dalle remote Highland scozzesi, molti secoli fa, sia così presente nella società in cui vivo? E soprattutto, come può avere un valore evocativo così forte? Per questo l’ho scelto come prima tappa di un viaggio attraverso il valore sociopolitico e la storia di alcuni tessuti che hanno fatto la storia del costume: il tartan, il tessuto della contraddizione.

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Il tartan è un tessuto composto dall’intersezione di fili di lana di diverso colore che formano grafiche geometriche di linee e quadri, la fantasia che comunemente chiamiamo “scozzese”. La sua nascita viene fatta risalire nelle Highland scozzesi, dove veniva usato per la fabbricazione degli indumenti. Esistono infiniti tipi di tartan che variano a seconda del colore e dei quadri. Hanno tutti nomi diversi, derivanti dal cognome del clan che lo produceva e lo indossava. Ogni clan, una struttura sociale equiparabile alla famiglia allargata o alla dinastia, vestiva e usava un unico tartan, distinguendosi dagli altri. È molto difficile risalire alla data di nascita del tartan ma aiutandosi con gli avvenimenti politici dell’epoca si può dire che le prime apparizioni di tartan risalgono al dodicesimo secolo, quando è stato introdotto il sistema feudale in tutta la Scozia. Da lì iniziarono a espandersi le diverse tipologie di tartan, rigorosamente tinte con quello che la natura metteva a disposizione (buccia di cipolla, foglie, legni) e fissate con mordenti minerali, ogni tartan ha un nome diverso che deriva dal Clan che ne faceva il suo vessillo, fra i più noti spiccano nomi quali McKenzie, Lennox, Menzies, MacPherson, Wallace, MacGregor, Shepherd’s Plaid, Culloden fra tantissimi altri.

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La prima data storica fondamentale per lo sviluppo sociopolitico del tartan è la battaglia di Culloden nel 1746, l’insurrezione dei clan scozzesi al governo britannico. Vinsero gli inglesi e per stare più tranquilli, misero al bando l’uso del tartan nella convinzione che avrebbe stroncato la ripresa del sentimento insurrezionale. Ovviamente ottennero l’effetto opposto e il tartan divenne famoso, trasformandosi in sinonimo di resistenza, nazionalismo, ribellione e forte identità. E non è tutto, con il passare degli anni e con i vari sviluppi politici britannici il tartan si è posizionato al primo posto come tessuto ufficiale della monarchia britannica e i sentimenti che evoca - che inizialmente erano solo appannaggio degli scozzesi - sono stati proiettati su tutto il Regno Unito, diventando tradizione e orgoglio anche, e soprattutto, a Buckingham Palace. Con tutte le sue contraddizioni e le diverse connotazioni il tartan è anche l’espressione di una nozione di comune appartenenza. Con la rivoluzione industriale il tartan ha iniziato a essere prodotto in grandi quantità e a costo ridotto, rendendolo più inclusivo e facilitando la sua diffusione nella nuova società urbanizzata. Da qua in poi il tartan ha avuto uno sviluppo rapido in diverse connotazioni ed evocazioni, se vogliamo chiamarle, oscillando perennemente tra la strumentalizzazione e la sua identità tradizionale.

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Un altro momento cruciale per lo sviluppo sociopolitico del tartan è l’avvento degli anni Settanta in cui diventa non più un tessuto ma un oggetto inserito nell’abbigliamento di alcuni movimenti culturali, uno tra tutti: il Punk. Indelebili le immagini dei Sex Pistols vestiti di pelle, tartan e simboli politici. Inizialmente il tartan si mescola al Punk perché si trova nello stesso terreno delle periferie inglesi, fertile al nazionalismo e alla ribellione ma anche perché è facile da trovare. Il movimento punk è spesso visto come una cultura giovanile basata sull’angoscia adolescenziale. Tuttavia, il Punk come sottocultura va molto oltre la ribellione anche cercando uno stile di vita alternativo divergente dalle norme di società. Il DIY, ovvero l'etica del "fai da te", di cui il movimento punk fa bandiera, promuove la self sufficiency in ogni ambito, anche nel lato estetico, dove il DIY attinge a quello che trova nei vecchi armadi, nei cassonetti e nei banchi di carità e trova sempre un pezzo di tartan. L'aspetto del punk è uno dei fattori più importanti che alimentano la sottocultura e il tartan vi si lega indissolubilmente e riallaccia alcune delle sue antiche associazioni di ribellione.

Come non citare Vivienne Westwood che insieme al compagno Malcom McLaren trasforma la cultura punk in un'incarnazione di vendita al dettaglio, aprendo nel 1974 il famoso negozio SEX, al 430 di Kings Road di Londra che diventa il fulcro della subcultura e la vetrina dell’estetica del movimento, in cui si vendono abiti di tartan, di pelle e di latex, interpretati in una versione ribelle e feticista. È il tartan del nazionalismo rigurgitato, rivolta e dissenso contro la monarchia e il governo inglese per via di tutti i crimini di cui si era macchiato nel corso della storia. Erano gli anni della Thatcher, il primo ministro più contestato della storia inglese e incarnazione del conservatorismo più duro che cambiò per sempre la faccia del paese con grandi crisi, politiche, economiche e militari. Il tartan è soprattutto il tessuto della contraddizione, può sia onorare che reprimere chi lo indossa, ed è similmente considerato come la quintessenza della tradizione e dei ribelli.

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Se il tartan usato dalla monarchia britannica, dall’esercito e dai nazionalisti, viene rubato dalle subculture oppresse, strappato e vestito per incarnare l’anarchia, l'alienazione e la sedizione, per la società consumista ha un valore opposto. Diventa evocazione di un’appartenenza condivisa, di omogeneità, da cui ne deriva la diffusione per le uniformi scolastiche. Negli anni il tartan ha trovato il suo posto anche in America, arrivato inizialmente con gli immigrati scozzesi, diventata un'uniforme per il working man americano e la camicia di tartan a quadri viene usata alla stregua delle tute overall o dei jeans. Lascio per ultima la relazione tra tartan e alta moda. Nelle mani dei Designer di più alto livello il tartan ritrova il suo valore originario e ne amplifica la voce di protesta. Sono davvero molti i designer che hanno attinto a questa storica fantasia in funzione dei suoi riferimenti sociopolitici. La grande complessità del tartan e i suoi mille riferimenti lo rendono perfetto per essere declinato in infiniti modi ed essere rivisitato da designer europei ma non solo. Tra le più riuscite re-interpretazioni del tartan nell’alta moda è assolutamente da ricordare Vivienne Westwood nelle collezioni Portrait A/W 1990, Dressing UP A/W 1991 e Anglomania A/W 1993 in cui ne fa un uso ironico in riferimento all’uso convenzionale e storico del tartan.

Inarrivabile è la collezione di Alexander McQueen A/W 2006, Highland Rape A/W 1995, che presenta delle modelle con seni nudi, abiti di tartan lacerti e strappati, veli evanescenti che trasmettono un senso di fragilità e abuso, espressione - secondo McQueen - della barbarie ai danni delle fragili Highland scozzesi - sia nello stile di vita che nell’ecosistema - compiute nel Diciannovesimo secolo per mano degli inglesi, a cui McQueen si riferisce come riferendosi a un genocidio. Ma anche la collezione di Jun Takahashi Melting Pot A/W 2000, in cui le modelle sono vestite da capo a piedi in tartan, con testa e capelli dipinti dello stesso check.

Pool ARNAL/GARCIA