"Io e la mia grande famiglia" Kim Jones

Il nuovo direttore creativo di Fendi ci parla di muse ispiratrici, delle sue amiche da tempo e di quelle conosciute da poco. Donne che gli hanno fatto capire che la moda deve dialogare con la realtà.

kim jones per fendi fotografato da aldo castoldi
ALDO CASTOLDI

Diventare uno di famiglia può richiedere un attimo o una vita, e talvolta non ce la si fa. Ma se fare famiglia è il tuo modo di stare nel mondo, si capisce perché Kim Jones da Fendi a Roma è già di casa. Il nuovo direttore artistico delle collezioni donna, approdato alla maison dopo esperienze da Louis Vuitton e Dior Homme che dirige ancora, è socievole e spontaneo, e desideroso di farsi “adottare” dalla famiglia. Ha un buon sodalizio con Silvia Venturini Fendi, che continuerà a creare gli accessori e le collezioni uomo, e con sua figlia Delfina Delettrez, che disegna i gioielli per loro. Team non scontato che la dice lunga sul carattere di Kim Jones, nato a Londra nel 1979, infanzia in Ecuador e in diversi Paesi africani, esperienze che gli hanno aperto la mente e lo sguardo. Cosmopolita, ha passioni divergenti, dai libri antichi alle sneakers (che ama disegnare). Il suo grande talento è sapersi adattare ai codici e al patrimonio di marchi diversi, ed è quindi prezioso per il gruppo LVMH. Questa è la sua prima intervista con un periodico italiano, ci incontriamo su Zoom. A differenza di molti, non ha chiesto una traccia delle domande, e la sua velocità di risposta è sorprendente. È appena arrivato a Roma e spera, dopo sei mesi a distanza, di poter passare un bel weekend (il cielo è blu, la zona è ancora gialla), e di fare shopping. «Si può uscire, vero?». Mi chiede come sta andando il lockdown. Del suo dice: «Dopo 15 anni di corsa ho avuto tanto tempo per godere della compagnia di me stesso. Però ora siamo alla terza chiusura e ne ho abbastanza. Anche se lavorare aiuta».

Lei è famoso tra gli addetti ai lavori, ma meno conosciuto dalle donne, visto che finora si è concentrato sulla moda maschile. Si presenta?
In effetti sono nato come designer di moda maschile, ma ho lavorato anche su collezioni femminili dietro le quinte. Mi sono laureato alla Central St Martins di Londra nel 2001 e dieci anni fa sono entrato nel gruppo LVMH. Tre anni fa ho iniziato a disegnare Dior Homme e sei mesi fa ho cominciato da Fendi. C’è un percorso... L’opportunità che mi hanno offerto Silvia e il signor Arnault di diventare direttore artistico di una maison come questa è un grande onore, visto che per 54 anni c’è stato Karl Lagerfeld. Accetto la sfida. Ho molte amiche che amano il mio stile, sarà come avere un marchio pensato per loro.

Kate Moss con la figlia Lila, 18 anni, nella sfilata-performance Fendi Couture per la primavera-estate 2021.
Casper Sejersen

Per la sua collezione di debutto, la couture, si è ispirato all’universo di Virginia Woolf e dal suo Orlando ha citato: «Gli abiti cambiano la visione del mondo». In che modo?
Volevo esplorare la storia della maison, fare qualcosa di personale e riportarlo a Roma. Ho pensato a due donne forti degli inizi del secolo scorso, che poi è lo stesso periodo in cui è stato fondato Fendi. Una delle due era Vanessa Bell, sorella di Virginia Woolf, che dipingeva nei giardini di Villa Borghese. Quando sono arrivato a Roma per Fendi, visitarli è stata la prima cosa che ho fatto e mi è parso che tutto avesse un senso, c’era una circolarità. Una storia romantica che univa l’Inghilterra e Roma, e ho pensato fosse bello portarla avanti. Quindi abbiamo preso i personaggi del libro e li abbiamo calati nel set della sfilata. La collezione è nata velocemente, non c’era molto tempo, ma volevo assicurarmi ci fosse una storia che raccontasse da dove vengo e da dove partiamo.

Il circolo Bloomsbury, Fendi, gli amici che lei ha attorno di cui fanno parte donne che esprimono la sua idea di moda e femminilità, tanto che le ha fatte sfilare. Famiglia allargata?
A me Fendi richiama subito il concetto di famiglia. Conosco Silvia da dieci anni e l’ho sempre ammirata perché è una donna molto chic dal gusto immacolato. Della nuova generazione fanno parte le sue figlie Delfina e Leonetta. Delfina disegna dei gioielli bellissimi, quindi mi è parso logico chiederle di unirsi a noi. Sa, io ho perso entrambi i miei genitori, alla fine ci si crea una propria famiglia, composta dagli amici. La mia è grande, e rende la mia vita meravigliosa.

Kim Jones con Silvia Venturini Fendi, direttore artistico collzioni uomo e accessori donna, e sua figlia Delfina Delettrez, direttore creativo dei gioielli.
Brett Lloyd

Sicuramente ha una bella qualità: non teme le donne forti. Cosa significa per lei lavorare con Silvia?
Io amo le donne forti! Silvia ha il suo nome nel marchio, anche se è di proprietà di LVMH, e lei, la sua famiglia e Delfina devono essere orgogliose di quello che facciamo nel nostro sforzo collettivo. Sono circondato da compagne di lavoro incredibili in ogni situazione. È un’esperienza molto piacevole, un sogno.

Il ruolo degli stilisti è cambiato: siete passati dal creare un marchio a interpretarlo. Qual è la chiave per farlo al meglio?
Ascolto le donne intorno a me. Fendi è un marchio romano molto chic. Quello che proponiamo deve essere super lussuoso ma giusto per una donna intelligente, impegnata e indipendente che lavora, va a cena e vive la vita intensamente. Nella realtà c’è un lato pratico di cui dobbiamo tenere conto. Sono tempi diversi per la moda e io
voglio cogliere questo elemento. Che poi se ci pensi Fendi è da sempre una famiglia di grandi donne lavoratrici.

Christy Turlington, amica da tempo del direttore creativo, racchiusa in una "teca" di cristallo: l’installazione per la sfilata-performance Fendi Couture primavera-estate 2021, disegnata di Kim Jones.
Casper Sejersen

Per gli italiani sono una grande ispirazione.
Soprattutto se si pensa ai tempi che hanno vissuto. E per questo vedo un parallelismo tra le Fendi e Virginia Woolf e Vanessa: hanno spinto le frontiere del loro tempo più in là.

Lei è l’ultimo di una serie di grandi designer inglesi formati alla Central St Martins: da Alexander McQueen a John Galliano. Che cosa ha in comune con loro e in che cosa si sente diverso?
Loro fanno parte di un’altra generazione, ma li ammiro moltissimo. John ha anche comprato parte della collezione che ho presentato per laurearmi. Lee (così gli amici chiamavano McQueen, ndr) era una persona con la quale ho passato moltissimo tempo. Ora è tutto cambiato, la fantasia che John infondeva in Dior era drammatica, ma non potrei fare lo stesso oggi. E Lee era davvero unico, c’era un senso di rabbia in quello che faceva, che io non ho, ma quell’inquietudine unita alla bellezza stavano bene insieme. Io mi dico sempre che gli abiti devono essere reali e funzionali. Ma so che la moda è una forma di escapismo, di fuga, per molte persone e quindi quando crei uno show o un film devi pensare che è un momento di gioia e di sogno.

Kim Jones durante le prove per la sfilata Couture primavera-estate 2021 da lui disegnata, alle prese con Delfina Delettrez. Lei e sua sorella Leonetta, si sono prestate al ruolo di modelle d’eccezione.
Brett Lloyd

Della sua biografia mi hanno incuriosito due cose. Una la data di nascita...
Sono nato l’11 settembre, un evento dolente, ma la gente non si dimentica mai di farmi gli auguri.

Segno della Vergine come Karl Lagerfeld, Tom Ford, Stella McCartney...
Pierpaolo (Piccioli, ndr) è nato il giorno prima di me. Siamo tutti tipi organizzati.

Però volevo sottolineare che oltre a metodico, come le Vergini sembra essere sovversivo.
Mi piace un po’ di sovversione. Sono sempre stato attratto dal punk e dall’idea che puoi giocare con delle cose che soltanto le persone che sanno possono riconoscere. E credo che anche Silvia sia così. È per questo che lavoriamo bene insieme.

La seconda cosa è l’amore per l’Africa, il potere e la bellezza della sua natura. Che impatto ha avuto su di lei?
L’Africa non ti lascia mai e prima o poi mi piacerebbe avere un posto mio da qualche parte laggiù. Normalmente dopo una sfilata mi rifugio nel bush, a ricaricarmi. E sono impegnato in progetti di conservazione, sempre legati agli animali e alle comunità locali in tutto il mondo. Stiamo pensando di fare qualcosa anche con Fendi.

La modella Adwoa Aboah, inglese di natali aristocratici, durante la sfilata-performance (visibile online) di Fendi Couture primavera-estate 2021, disegnata da Kim Jones.
Casper Sejersen

Della famiglia di amici che si è creato fanno parte Kate Moss e sua figlia Lila, e le ha volute alla sua sfilata couture. Così parla a generazioni diverse: come gestisce il dialogo madre-figlia rispetto allo stile?
Sono fortunato perché ho un rapporto molto stretto con Kate e Lila, guardo come si vestono e come i vestiti di Kate finiscono nell’armadio di Lila. Chiacchiero molto con la gente, vedo molte ragazze interessate ai pezzi vintage delle mamme, a delle borse molto cool. Sono circondato da donne fantastiche, che hanno un gran bel gusto, e io adoro stare con loro sia che abbiano 16 anni o 60.

Lila è molto fortunata, non oso pensare che armadi abbia Kate Moss.
Passiamo parecchio tempo insieme, a guardare nel guardaroba! Mi piace chiacchierare con lei. Ma succede anche con altri figli di amici.

Lei riesce ad adattarsi a brand diversi in modo molto morbido, lasciando però un segno audace. L’influenza della street culture nel suo Louis Vuitton, per esempio. Come pensa di lavorare su Fendi?
Mi sto concentrando sulle donne e sugli archivi. Abbiamo in cantiere progetti con personaggi sorprendenti, persone che ammiro. Che devono avere una relazione anche con Silvia, naturalmente, non solo con me.

È bello che Silvia sia coinvolta in tutti i progetti.
Lei conosce a memoria la storia della maison, io no. È una casa difficile da esplorare dall’esterno perché è abbastanza misteriosa, e lo trovo bellissimo. Quindi c’è molto da scoprire con lei. E comunque il nome è suo, io non sono Kim Fendi, non ho questo ego!

Una preziosa minaudière con citazione dell’Orlando di Virginia Woolf per la collezione Couture Fendi primavera-estate 2021.
Brett Lloyd

In effetti c’è molta umiltà in lei, inusuale nel mondo della moda.
Lavoro per altri, non ho un mio brand. E devo dire che a me piace lavorare seguendo un brief, lo trovo divertente.

Fendi ha una tradizione nella pellicceria, ma si sta adattando a una sensibilità che tiene in considerazione gli animali. Che cosa ne pensa?
Stiamo cercando di utilizzare pelli di cui sappiamo la provenienza. Stiamo riciclando e riutilizzando vecchie pellicce, che tra l’altro sono più sostenibili di quelle finte. Ci sono molte contraddizioni legate a questo tema, e Silvia è pioniera nella discussione e anche nel modo di affrontarlo. I clienti le richiedono, è una porzione piccola di quello che facciamo. Se però mangi la mucca credo tu possa indossare una pelliccia, io la penso così. Ma come vivono e muoiono gli animali è sicuramente importante.

La moda è sempre più digitale. Lei, che colleziona prime edizioni di libri, come la pensa?
Digitale e artigianato sembrano essere antitetici ma in realtà sono diventati complementari. Ci domandiamo quanto siano importanti il tocco umano, il talento, l’artigianalità e come possa aiutare la tecnologia.

Un trench disegnato da Kim Jones per la collezione prêt-à-porter Fendi autunno-inverno 2020-2021, con orlo ajour come i fazzoletti e i tovaglioli dei corredi delle signore eleganti.
Brett Lloyd

Sul Palazzo della Civiltà, sede di Fendi a Roma, c’è una scritta che definisce gli italiani (poeti, artisti, eroi e santi...). Cosa abbiamo in comune con voi inglesi?
Ho sempre amato l’Italia e vado d’accordo con gli italiani, c’è una certa logica che è simile alla nostra. Questo palazzo, poi, ha una luce incredibile nei diversi momenti del giorno e mi sento fortunato a lavorare in uno degli spazi più belli del mondo.

Be’, è a un ottimo punto della sua vita.
Sono un privilegiato e sono grato di tutto quello che ho. Continuerò a lavorare duro per mantenere il passo, ma ringrazio di avere questa posizione. Soprattutto in questo periodo.

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