Domenico Dolce e Stefano Gabbana "è sempre come la prima volta"

Il duo di stilisti più famoso al mondo risponde a 50 domande sull'arte, la moda, l'Italia, il food, il futuro. Non necessariamente in quest'ordine.

dolce  gabbana
Courtesy Dolce & Gabbana

Vanno oltre il made in Italy, il loro amore per l’Italia è percepibile in ogni creazione. E Domenico Dolce e Stefano Gabbana mantengono intatta la passione per la moda. Insieme hanno debuttato con la collezione Geometrissimo nella primavera-estate del 1986 e, 35 anni dopo, Dolce&Gabbana esprime uno stile di vita sempre riconoscibile, il loro. Le 50 domande (a testa) rivelano la forza della differenza, il rispetto e il bene che li unisce. Come dice Domenico: «Noi siamo lo yin e yang».

1) L’Italia riparte?

Domenico Dolce Sì, e ripartirà benissimo.

Stefano Gabbana Sicuramente.

2) Pandemia a parte, di che cosa vi liberereste?

D. D. Della maleducazione.

S.G. Non lo so, l’unica cosa che non vorrei più è il virus.

3) Che cosa vorreste ritrovare nella normalità?

D. D. L’educazione e il senso civico.

S.G. La famiglia.

4) Che cos’è l’italianità per voi?

D.D. Amore, passione e genio.

S.G. Il saper fare, l’accoglienza, l’artigianalità, l’unicità, la forza e la creatività.

5) Siete stati tra i primi influencer del made in Italy. In che cosa dovremmo migliorare?

D.D. Credere di più in noi: siamo geniali e unici.

S.G. Nell’elogiare noi stessi. Possiamo realizzare qualsiasi idea: dal bullone per i missili che vanno nello spazio ai bottoni, al formaggio... È un Paese meraviglioso.

L’arte del ricevere, la tavola che stimola tutti i sensi: la cucina rientra nello stile Dolce & Gabbana da sempre. Questo è un allestimento dell’evento alta sartoria di Firenze.
StefanoMasse

6) Stereotipi sull’Italia: di che cosa non se ne può più?

D.D. Di niente. Abbiamo bisogno di far vedere la pizza, la pasta, il Sud e il mandolino!

S.G. Va bene tutto, “pizza e mandolino” incluso, perché abbiamo anche quello.

7) Ai vostri clienti dell’Alta Moda fate vedere con le sfilate un’Italia a cinque stelle, memorabile. Di che cosa vi sono più grati?

D.D. Della relazione umana, il sorriso. Loro vivono le nostre esperienze come la cosa più
semplice del mondo.

S.G. Facciamo vedere la bellezza dell’Italia. Con l’Alta Moda li abbiamo portati in Sicilia, Capri, Napoli, Firenze, Portofino, Venezia, Milano…

8) Tre posti speciali in Italia?

D.D. Parti da Siracusa e arrivi a Trieste. Passando per Roma. L’Italia è tutta bellissima. Io amo il cibo, non c’è città che visiti senza coordinarla alla cucina. I sapori raccontano la luce, i monumenti, la sapienza di un popolo. Raccontano il sole, se ce n’è tanto o poco. Ti rendi conto?

S.G. Tre? Ne abbiamo troppi!

9) Sfilate dal vivo ed eventi hanno ancora senso?

D.D. Per me sì, incontri persone, scambi un parere... E come fai a stare sempre a casa dietro un computer? Zoom è una prigione.

S.G. Assolutamente sì, l’adrenalina che viviamo noi e l’emozione che trasmettono una sfilata o un evento dal vivo sono unici.

10) Da voi ci sono sempre meravigliose tavole imbandite. Quant'è importante la cucina?

D.D. Quando ti siedi a tavola, tutti i sensi entrano in azione. Per primo la vista, e dunque l’idea di imbandire la tavola bene, con quel che hai. Poi il tatto, toccare stimola un’emozione incredibile. E ancora l’odore del cibo, dei fiori. E infine il palato, i sensi fanno festa. Si mangia per gioia.

S.G. Nel nostro percorso, cominciato nell’84, abbiamo cercato di creare uno stile, all’interno del quale oltre all’abbigliamento ci sono le esperienze, il cibo, i gioielli, il viaggio, l’immagine, la fotografia, la poesia... E poi Domenico è un bravissimo cuoco, io no.

11) Il piatto che vi viene meglio?

D.D. Paste e carni. Non amo fare i dolci, perché devi essere scientifico, e non lo sono. So fare tutto quello che è siculo. Ora ho imparato a fare i risotti buoni. Sono bravino! Mi piace cucinare per tanti, per la famiglia. La domenica passo dalle otto e mezza all’una a spadellare.

S.G. Le uova al tegamino!

12) Dolce o salato?

D.D. Salato, salato! Una volta ero più goloso.

S.G. Dolce!

13) In che cosa noi italiani siamo imbattibili?

D.D. Nell’unicità.

S.G. In tutto!

14) Che cosa diresti allo Stefano degli inizi?

D.D. Che era un pazzo scatenato, ora finalmente si è calmato! Che è stata una bellissima storia, di abiti e d' amore.

15) E Stefano, che cosa diresti a Domenico?

S.G. Le stesse cose che gli dico ora. Che gli voglio un sacco di bene, che non ci sarebbe
Dolce&Gabbana senza di lui.

16) Siamo un popolo di artigiani. Voi come li sostenete?

D.D. Dandogli fiducia e credendo in loro. Fanno un lavoro fondamentale, una delle cose più belle al mondo.

S.G. Lavoriamo con gli artigiani e siamo degli artigiani. Nel nostro mondo, pieno di multinazionali, siamo rimasti in pochissimi a lavorare in questo modo. L’artigianalità si sta perdendo.

Una delle artigiane lavora alla realizzazione di una Devotion Bag di Dolce & Gabbana.
Courtesy Dolce & Gabbana

17) Un siciliano e un milanese. Che cosa vi siete scambiati?

D.D. Io avevo un amore assoluto per il Nord, sono partito dalla Sicilia a 18 anni e sognavo Milano. Vedevo le primissime sfilate di Armani e Versace, per me era tutto nuovo. Mentre Stefano era attratto dal Sud. Io, che scappavo da là, non potevo vedere i piatti di Caltagirone, i portavasi, odiavo l’uncinetto. Lui ha fatto sì che apprezzassi la mia cultura. E ho fatto mia la sua.

S.G. Be’, ci siamo incrociati. Io sono milanese doc ma amavo il Sud. Ma a Domenico piace la modernità, a me le radici, la tradizione. Cosa meglio esprime l’italianità delle radici del Sud? Soprattutto quelle della Sicilia.

18) Innovazione e tradizione. Come coesistono?

D.D. La gente dice che la storia non serve a niente, ma come fai a costruire il nuovo se non hai conoscenza? È come un palazzo senza fondamenta. Non esiste innovazione senza tradizione.

S.G. Siamo influenzati da tutto quello che c’è fuori e che ci succede. L’innovazione va d’accordo con la creatività. Ma è fondamentale anche avere delle radici, è uno scambio continuo come accade tra me e Domenico. Lui è l’innovazione, io sono la tradizione. Ma a volte ci scambiamo di ruolo.

19) Oggi che importanza ha il “fatto a mano”?

D.D. Nella vita devi poter scegliere: mangiare hamburger confezionati, comprare magliette da 8/10 euro fatte non so con che filato, prodotte chissà dove, con la manodopera pagata chissà quanto. Oppure scegli il “fatto a mano”. Certo costa, ma la domanda da farsi è: come mai oggi una cosa costa poco? In questo poco c’è qualcosa di non etico? Anche sull’ecologia c’è molto da fare, abbiamo rovinato noi il pianeta. Ci siamo vantati di comprare low cost, e ora ne paghiamo il prezzo.

S.G. Ha tantissima importanza. Dopo l’entusiasmo per la globalizzazione abbiamo capito che la novità è il locale, l’unicità.

20) Attraverso la sartoria formate i giovani. Che cosa dite a quelli che sognano di lavorare nei vostri atelier?

D.D. Spero chei giovani sognino di lavorare per loro stessi, la loro libertà e creatività. Noi abbiamo un occhio di riguardo e la nostra sartoria è una buona opportunità per loro.

S.G. Di essere curiosi! Abbiamo un laboratorio dove insegniamo e “tiriamo su” giovani di tutte le nazionalità: facciamo sartoria, ricamo, lavorazioni, adesso ci siamo inventati anche dei tessuti particolari. Cerchiamo di fare tutto noi, il più possibile.

21) La sfilata a Firenze, dove avete presentato anche gli artigiani locali, è stata uno spettacolo fantastico. Intendete ripetere la formula?

D.D. A Firenze abbiamo messo in primo piano gli artigiani, però noi su questo ci siamo sempre stati. Non è una strategia di mercato, come quelli che oggi vanno dietro al fatto a mano. Abbiamo aperto la prima sartoria nell’86 a Milano, ed è l’unico posto dove nessuno dell’azienda può andare a fare i conti. Mi arrabbio quando mi chiedono quante ore ci vogliono per fare un abito. Quanto costa? Come faccio a dire a una sarta metti il
timer? Quando lo finisce è finito.

S.G. Sì. L’artigianato per noi è fondamentale. La nostra politica di collezione è vendere un
pezzo solo, non facciamo repliche, né in colori, né in altri tessuti.

22) L’ultima sfilata autunno-inverno era dedicata ai giovani che vogliono sperimentare i vostri abiti iconici. I modelli sono uguali agli originali?

D.D. Perché negare ai giovani la possibilità di scoprire questi capi? Rifacciamoli. Sono uguali e identici, magari il tessuto no perché l’azienda è cambiata. Ho un aneddoto simpatico, una volta Madonna ci dice di un corsetto: «Ah, ma l’elastico non è uguale». Si lamentava perché era diverso da quello degli anni 90!

S.G. Abbiamo scoperto questo desiderio di vintage Dolce&Gabbana attraverso dei siti, dove era molto richiesto. Io non ero molto convinto, a me piace sempre andare avanti. Ma Domenico ha voluto farlo.

Domenico Dolce e Stefano Gabbana con le top degli anni 90, tra cui Naomi Campbell e Gisele Bündchen.
Courtesy Dolce & Gabbana

23) E del mercato del vintage cosa ne pensate?

D.D. È come leggere un libro, rileggi un’epoca. Io ho speso tantissimo in vintage perché di fronte a un capo vecchio, un capo d’autore, di fronte ai cappotti di Balenciaga o ai corsetti di Dior mi emoziono. È più forte di me, ci casco. Se fossi una donna mi piacerebbe indossarli, per capire anche com’era la femminilità di quell’epoca, le proporzioni del periodo.

S.G. È un’esperienza che ho già vissuto, quando avevo trent’anni. Ero pazzo del vintage, andavamo a Londra e a New York in tutti i mercatini e negozi a comprare, facevamo ricerca per capire com’erano cucite le cose, com’erano costruite, i tessuti. Ci affascinava molto. Negli ultimi 15 anni, io non ho più avuto questa attrazione. Mentre Domenico sì.

24) Che cosa avete da insegnare ai giovani?

D.D. Niente. Più che insegnare, è l’esempio che conta. E poi io le maestre, le prime della classe le ho sempre odiate. Nella vita vale quello che fai.

S.G. Forse possiamo raccontare la nostra esperienza, il nostro desiderio di fare, di realizzare un sogno.

25) E che cosa potete imparare da loro?

D.D. L’incoscienza, la semplicità anche nell’approcciare le cose, poi si diventa complicati. Quando penso a me e Stefano, a 20-25 anni eravamo due pazzi, andavamo, facevamo... Eravamo pieni d’amore e di gioia per questo lavoro. Da giovane fai errori, caschi, piangi e dopo due ore riparti. Oggi piangere è diverso, fa più male.

S.G. Di un giovane voglio sapere tutto: cosa ascolta, come si veste, cosa mangia, che programmi vede. Ci insegna tantissimo.

Una "riedizione" per l’autunno-inverno 2021 degli storici corsetti disegnati da Dolce & Gabbana negli anni 90.
Monica Feudi

26) In che direzione va la vostra ricerca?

D.D. Siamo attenti. Una delle mie angosce è di non essere più in sintonia col nuovo mondo. Se e quando succederà farò un altro mestiere.

S.G. Dappertutto, siamo come un fiore aperto. Come il girasole, dove gira il sole andiamo noi.

27) Come si riconosce un capo di qualità?

D.D. Guardandolo, toccandolo. Poi io lo vedo lontano un miglio, la cucitura del collo, il giromanica, come arriccia la stoffa.

S.G. Dalla fattura e dal tessuto.

30) La qualità che dura nel tempo è una forma di sostenibilità. Comprare meno, comprare meglio?

D.D. Non bisogna neanche dirlo, fa parte di un’etica personale. Io arrivo da Polizzi, un
paesino della Sicilia sulle montagne. Avevamo tre paia di scarpe, uno per tutti i giorni, uno se te le rovinavi e quelle della domenica. Finita la festa. Oggi non ci manca niente, ma siamo pieni di fuffa. Quando arrivai a Milano, risparmiavo per comprare le prime cose degli stilisti. Erano care, mettevo da parte i soldi per comprare un sogno. Questo ora non c’è più. Siamo arrivati ai siti di sneakers dove compri le scarpe virtuali, fai la foto per 12 euro per postarla su Instagram, ma non hai le scarpe. Che senso ha?

S.G. Sì, comprare meno e meglio.

31) Che cosa vi manca degli anni 80?

D.D. Io nel 1980 facevo l’assistente, stava nascendo tutto. Si provava, si capiva, si usciva a ballare la sera, ci si scambiavano opinioni. Sono stati anni di fermento incredibile. Si è creata la moda.

S.G. Mi manca la leggerezza.

32) È la vostra decade preferita?

D.D.Io vado dove mi porta il cuore. Un’epoca che non amo sono gli anni 70, il flower power, l’hippie... Non mi piace quell’estetica.

S.G. No. Preferisco gli anni 90. Abbiamo vissuto un periodo di moda bellissima, avuto a che fare con i migliori fotografi del mondo, con le più belle donne, le popstar, rockstar, da Madonna agli U2, George Michael, Michael Jackson. È stata un’esperienza unica, siamo stati fortunati.

Stefano Gabbana, Madonna e Domenico Dolce nel 2007, a un after party al Gramercy Park Hotel, nel 2007.
Patrick McMullan

33) Le vite di quasi tutti sono sui social: approvate?

D.D. Io non sono su niente. Guardo, m’informo ma non mi interessa entrare, non mi piace far sapere i fatti miei agli altri, sono riservatissimo. E me ne frego di sapere dove tu vada. Per mia cultura, non sono interessato a questo tipo di curiosità. Il giorno è fatto di 24 ore, e in quel tempo devi fare quello che ti conviene. Per le ricerche e le notizie sono utili, ma non capisco perché la gente debba aggredirsi.

S.G. Sono stato su Twitter e Instagram, ma da due anni non ho più niente perché era diventato insopportabile. Tutto viene preso troppo sul serio, nessuno ride, nessuno è ironico, nessuno gioca. È una realtà fasulla.

34) Voi siete diretti nelle vostre esternazioni. Meglio sfidare le bufere e dire sempre quello che si pensa?

D.D. Quando capita la bufera ti bagni, poi ti asciughi e domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’Hara. Tutto serve a imparare, a crescere. Noi di bastonate ne abbiamo prese, però ogni volta incassiamo, metabolizziamo e andiamo avanti. Sono ottimista di natura. E poi detesto la parola errore, c’è un senso religioso di colpa. Io lo chiamo insegnamento, è esperienza.

S.G. È meglio essere se stessi.

35) Quando avete capito che la moda è cultura?

D.D. Forse non l’abbiamo mai capito, siamo sempre stati così come siamo. Ci sono quegli artisti-filosofi che si chiedono il perché, il per come, per me è istintivo. È come quando t’innamori di una persona, non c’è spiegazione, è feeling.

S.G. Dalla seconda-terza stagione, chiedevo a Domenico di raccontarmi il Sud, la sua cultura. Lui non voleva più saperne, io ero curioso.

36) Sostenete la Scala, i musei e molte attività benefiche. Da dove nasce questo impegno?

D.D. Da quando abbiamo iniziato ad avere più possibilità economiche. Io la Scala non l’avevo mai vista, poi il maestro Pavarotti, che vestivamo, ci ha portato a New York al Metropolitan e ci ha fatto amare l’opera. La Scala è un patrimonio.

S.G. Viene naturale a un certo punto, dipende dal tuo percorso. Nel nostro è sfociata in modo spontaneo nel partecipare, seguire, aiutare la medicina, la cultura, l’arte.

37) La vostra donna è sempre stata molto femminile e sexy. Nel 2021 è ancora la stessa?

D.D.Siamo partiti con la Magnani, Sophia Loren, Madonna, Scarlett Johansson. Oggi c’è una femminilità diversa. E poi ora i giovani hanno una libertà maggiore, vivono una sessualità, una femminilità o una mascolinità più rilassate.

S.G. A noi piacciono sempre le donne con le forme, mediterranee. Però molto è cambiato. Nella nuova generazione, per esempio, le modelle non sanno camminare sui tacchi. Per cui è diventata un’esigenza sfilare con le sneakers o i tacchi bassi, e c’è un cambio di postura.

Abito degli anni 90 con applicazioni di monete o cristalli, riproposto da Dolce & Gabbana.
Courtesy Dolce & Gabbana

38) Le donne dicono anche che con i vostri abiti ci si sente subito sexy. Qual è la magia?

D.D. Sono le linee e i tagli. Un abito deve aiutarti, l’ho imparato da mio padre. Il sarto sa scolpire al meglio il corpo di una persona. Allunga le proporzioni e crea armonia.

S.G. La magia è merito di Domenico. Lui fa a mano, taglia, cuce e scolpisce. Vi fa sentire
belle. Sicure, femminili, forti. Le donne hanno un potere fantastico.

39) Il vostro profumo Dolce&Gabbana preferito?

D.D. Amo tutti i profumi che sceglie Gabbana. Ora mi piace K, che è un po’ aspro, ma uso
anche i profumi da donna, freschi.

S.G. Light Blue.

40) Dopo anni, siete rientrati nella Camera della moda. La pandemia ha riavvicinato gli stilisti?

D.D. Nei momenti di difficoltà ci si abbraccia. L’unione è spontanea, logica e bella da fare.

S.G. Non abbiamo grandi rapporti, sono schietto, siamo rientrati per dare sostegno al nostro Paese. L’unione fa la forza.

41) Oggi quali donne vi ispirano?

S.G. Le mamme, le imprenditrici, le casalinghe. Tutte. Non ci sono più le star di una volta, è spontaneo ispirarsi alle donne normali.


42
) Stilista italiano preferito?

D.D. Quando ero giovanissimo ero un fanatico di Armani, e avevo molto rispetto per Gianni Versace. Ho rispetto per il talento e chi sa creare uno stile forte è ammirevole. Da ventenne amavo e compravo Montana e Thierry Mugler. Sono una fashion victim, amo ancora la moda.

S.G. Forse Roberto Capucci. In realtà, a me piaceva Alaïa.

43) Il mercato del lusso cambierà?

D.D. Basta con questa parola, è abusata. Tutto è lusso e il lusso non esiste più. Esiste la qualità e la non qualità.

S.G. Richiederà più esclusività e artigianalità. Vedo i nostri clienti dell’Alta moda: più sono speciali, unici, particolari, e più i capi sono richiesti.

44) Avete detto di no a un grande gruppo. Qual è il bello di essere un marchio indipendente?

D.D. Abbiamo visto persone che hanno venduto ai gruppi, e poi se ne sono pentite amaramente. La nostra non è un’azienda di finanza, noi facciamo gli abiti, e ci crediamo.

S.G. La libertà.

45) Avete comunicato con le top model, le celebrity, le influencer, le modelle meno note, le donne normali... Di che cosa ha bisogno la moda oggi?

D.D. Deve tornare a essere aspirazionale.

S.G. Di tutto!

46) Vi ispira di più il cinema o la musica?

D.D. e S.G. La musica.

47) Che cosa chiedereste a Mario Draghi per sostenere l’Italia in questo momento?

D.D. Cosa vuoi che chieda, io faccio lo stilista. Ognuno deve fare il suo lavoro e avere fiducia negli altri.

S.G. Di aiutarci a ritornare a essere uno dei Paesi più importanti del mondo.

Una collana preziosissima, un pezzo unico di Dolce & Gabbana Alta Gioielleria.
CHIARA PREDEBON

48) Siete una famiglia allargata. Quanto conta il legame affettivo nel successo professionale?

D.D. Tantissimo. I sentimenti non si buttano né si comprano. Non sono a giornata.

S.G. Conta il rispetto. Noi ci vogliamo molto bene, siamo cresciuti insieme, anche con la sorella di Domenico. Ora ci sono i nipoti e due lavorano con noi. Siamo tutti molto uniti.

49) In che cosa potete ancora espandervi?

D.D. Uhhh, in tante cose. Non sentiamo mai di essere arrivati, è sempre come la prima stagione.

S.G. Uhhh, la creatività è infinita...

50) Ultima domanda: vacanze italiane?

D.D. e S.G. Sì! Estate mediterranea, sempre.

This content is created and maintained by a third party, and imported onto this page to help users provide their email addresses. You may be able to find more information about this and similar content at piano.io
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Italianità