Intervista a Marco Campomaggi, fondatore di Campomaggi brand di borse che riporta il Made in Italy alle sue origini

"L’intreccio è il mezzo che dà espressione e vita al lavoro delle mani"

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Avere non significa possedere ma sentire. Circondarsi di quante più cose possibili non è sintomo di ricchezza, appagare un bisogno reale lo è. Perché un’intervista che parla di artigianato Made in Italy ha le premesse di una corrente filosofica? Perché un’intervista che parla di borse a-generazionali ha la prefazione di un compendio di sociologia? Perché un’intervista che parla del sapore del cuoio, lusso silenzioso fra le dita, ha il proemio di una scuola di pensiero? Perché a cucire una dopo l’altra le risposte di questa conversazione è Marco Campomaggi, fondatore e amministratore delegato del brand Campomaggi. Designer di riflessioni prima ancora che di collezioni, narratore di storie di vita prima ancora che di borse in cuoio per la vita. Lui si definisce conciso “eventualmente uno stilista”, noi crediamo invece che l’eventualità, il caso, sappiano benissimo davanti alla porta di quale uomo aka mani bussare.

A proposito di sentire, nel 1983 come hai sentito di voler creare questo brand?
A proposito di bisogni, ho iniziato a fare borse proprio per bisogno. Dovevo mantenermi gli studi ed un’amica mi aveva incuriosito parlandomi di pelletteria. Io non sapevo nemmeno cosa fosse il cuoio o il mondo della moda, ma poi ho scoperto di essere creativo, curioso e abile a lavorare con le mani. Pensavo di durare due mesi e invece…

Perché hai scelto di chiamarlo come te?
Per esserne in qualche modo “garante”. Pensa che su molte borse Campomaggi ho stampato anche la mia data di nascita.

Un garante dell’arte italianissima della lavorazione del pellame cosa ne pensa della tendenza all’usa e getta del fast fashion?
Le cose che si consumano o passano di moda velocemente non contano meno, semplicemente bisognerebbe distinguerle da quelle che hanno una vita e un valore senza scadenze. Un valore che non è solo economico o affettivo, ma che riguarda l’idea con cui è stato immaginato, la dedizione con cui è stato costruito, le emozioni che vi sono state trasferite. È per questo che non definisco le borse Campomaggi “di moda” o “di tendenza”, perché non vengono consumate dal e nel tempo.

E come le definiresti allora?
Oggetti che acquisti perché ti accorgi che ti piacciono. Non che piacciono in generale, ma che piacciono a te. Come se facessi un percorso personale che porta a riconoscere i tuoi gusti, un percorso che per me è straordinario perché si avvicina molto al concetto di libertà.

Delle tue borse hai detto che sono prodotti pensati da una creatività non omologata. Cosa non è omologato oggi?
Per me creatività è sinonimo di discontinuità. Ed è proprio nei momenti di discontinuità, che abbiamo tutti di tanto in tanto, che la creatività può manifestarsi ed essere l’origine di qualcosa di importante. Per questo penso che la creatività per sua natura non possa essere codificata da delle regole: se la tendenza ti porta a tendere da qualche parte, la creatività dovrebbe fare il contrario, perché ognuno la recepisce in modo diverso, senza omologarsi a degli stereotipi.

Hai pensato di inserire in ogni borsa anche un kit con una crema protettiva da te brevettata…
Amo immaginare i miei clienti chini con spazzolina e crema mentre coccolano la propria borsa. Non a caso uno dei motti di Campomaggi è quello di rammendare il prodotto, anche offrendo un servizio di customer care dedicato. Essendo borse in cuoio, basta spazzolarle delicatamente ogni 4-5 mesi per rigenerarne la lucentezza e morbidezza.

A chi sono dedicate le borse di Campomaggi?
Alle donne attive, indipendenti, grandi lavoratrici, alle donne che non si preoccupano troppo di dover cambiare mille borse al giorno o all’anno.

Campomaggi è anche il brand degli intrecci, che valore hanno per te?
L’intreccio è quel dettaglio unico di ogni borsa perché unica è la mano che lo crea di volta in volta. L’intreccio è il mezzo che dà vita ed espressione al lavoro delle mani.

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