Come nasce una borsa di lusso, nata per durare tre generazioni (e più)

Produzione sostenibile, conce vegetali e collaborazioni con le scuole: come l'eccellenza italiana di Bianchi e Nardi 1946 guarda al futuro. Puntando al Giappone, con una borsa preziosa e stratificata come un kimono.

image
courtesy press office

Regna un silenzio pacifico, quando varchiamo le soglie di Bianchi e Nardi 1946, produttori di borse e accessori fondati nel primissimo dopoguerra italiano. Ed è straniante, dato che, spesso le visite in azienda necessitano quasi sempre di voci che devono alzarsi di diversi decibel, per farsi sentire al di sopra dei rumori assordanti dei macchinari, il cui primo obiettivo sembra essere quello di ricordarti, caso mai ti potesse sfuggire, che, in quel luogo, si tesse e si intreccia il tessuto sociale e umano di un'Italia che produce, lavora, crea valore, e te lo vuole far sapere. "Qui si lavora come in un'arnia" spiega orgoglioso Gabriele Bianchi, terza generazione alla guida del brand di borse di lusso, "ognuno ha il suo compito preciso, i più giovani sono seguiti dagli artigiani più esperti, in un percorso naturale di affiancamento e tutoring". In effetti, non si fa fatica a ritrovare, tra gli operai in camice rosso che, a quell'ora della mattina, si avviano verso la pausa pranzo, chiacchierando vivaci, ma sempre senza interrompere quell'atmosfera di calma pacificata, giovani donne, così come visi segnati dalle rughe e dall'esperienza. Trovandosi l'azienda tra le frazioni di Scandicci, zona dove i Bianchi e Nardi si sono insediati tra i primi, e che oggi è il vero polo produttivo delle eccellenze modaiole italiane, dalle piccole imprese locali ai grandi brand, probabilmente si dirigono verso una mensa comune, dove consumare il pranzo chiacchierando dell'atteso fine settimana. Nell'area della modellistica, il punto di partenza per la creazione di qualunque tote bag o clutch, Gabriele recluta Gianni, signore discreto dai capelli bianchi e camice azzurro, a testimonianza di una militanza e di una fedeltà al brand che non ha conosciuto competizioni: entrato in azienda giovanissimo, ne uscirà tra qualche mese, senza essersi mai preso neanche un giorno di malattia, si sottolinea con necessario orgoglio. Una storia che abbiamo di fronte agli occhi, in carne ed ossa, e che pure sembra già così lontana, parte di un'Italia che esiste nei ricordi nostalgici delle Partite iva e dei contratti a progetto. Gianni spiega con delicata timidezza, di chi non è abituato a mettersi in mostra, ma preferisce rifugiarsi dietro i macchinari, e, oggi, sullo schermo di un computer: in questo laboratorio, infatti, si realizza lo scheletro di qualunque borsa, anche quella dalle forme più improbabili – sul bancone accanto ce ne sono alcune zoomorfe – e se ne verifica la fattibilità.

Uno dei momenti della produzione delle borse Bianchi e Nardi 1946
courtesy press office

Oltre ad aver lanciato la collezione omonima, infatti Bianchi e Nardi 1946 da tempo sono diventati punto di riferimento fidato per le maggiori maison mondiali, che a loro affidano la realizzazione di borse da sempre ai primi posti nelle liste dei desideri femminili. "Se il reparto produzione non incontra problemi, è perché il prototipo realizzato qui è perfetto" spiega Gabriele, conducendoci al piano superiore, dove invece ci si dedica al taglio della pelle, che costituirà l'anima delle borse. I pellami, soprattutto quelli esotici – che arrivano obbligatoriamente da allevamenti certificati del sud Africa e del sud America – sono bagnati in un'acqua distillata, priva delle sostanze calcaree che potrebbero inquinarla, per far loro perdere la lucidità "artificiale" regalata loro dalle concerie, per poi essere messi ad asciugare su delle tavole in legno. In seguito, grazie a dei macchinari originali tedeschi degli Anni 40, silenziosi e perfettamente funzionanti, si passa all'agatatura, processo per il quale un cilindro di agata viene passato sopra il tessuto, rendendolo naturalmente lucido. Pressato o gonfiato ad hoc da macchine molto più moderne, a seconda delle necessità della singola borsa – o dalle tempistiche, visto che quando l'aria è umida, le pelli necessitano di più tempo per asciugare, e di conseguenza si usano dei forni da essiccazione – i tessuti risplendono nei loro colori, pronti per poi essere abbinati alle imbottiture delle borse, ai tessuti che ne costituiranno la parte interna, ed essere assemblati, concludendo il processo in circa una settimana. E di questo processo gli eredi dei fondatori conoscono tutte le fasi, essendo cresciuti in azienda. "Quando sono entrato qui, ho passato diversi mesi in ogni reparto. Non ho le tempistiche dei nostri operai specializzati, ma ad oggi sarei capace ancora di fare una borsa" spiega Alessandro Nardi, raggiungendoci, mentre un gruppo di ragazze torna chiacchierando, alle proprie postazioni dopo il pranzo.
E a oggi, tutti gli eredi di quella storia di successo, sono attivi, in diversi ruoli, in azienda: da chi si occupa della ricerca delle materie prime, a chi segue la parte dei clienti esterni, a chi predilige gestire la parte legale, le due famiglie hanno trovato il modo di articolare ed espandere un business nato negli Anni 40 da due ragazzi che iniziarono facendo i garzoni in una delle botteghe che riempiono i vicoli meno battuti di Firenze. "Tornati dal militare, il nonno di Alessandro, il vero imprenditore tra i due, propose al mio di lanciare il marchio" spiega Gabriele. "Litigavano spesso, perché uno era un artigiano esperto, mentre l'altro era già uno dei primi businessman con una visione precisa del futuro, e reinvestì i primi guadagni in macchinari e nell'azienda. Un'idea di investimento sul domani che abbiamo ereditato anche noi, con la boutique a Firenze, che a un anno dall'apertura registra già ottimi risultati. Qui a Scandicci, invece, cerchiamo di rendere sostenibile la produzione: un esempio è l'utilizzo di conce vegetali, prive quindi di sostanze inquinanti, così come la selezione accurata dei nostri fornitori".

Il processo di agatatura, che rende naturalmente più lucida la pelle
courtesy press office

"Si guarda al futuro anche nelle nostre collaborazioni con le scuole", rincara la dose Alessandro. "Dopo un periodo difficile, il mestiere di artigiano sta finalmente tornando di moda, quindi ci capita di collaborare con istituzioni come Polimoda e Luav, per scovare nuovi talenti, e farli crescere". E se il mercato del futuro è l'Asia, dove il marchio sta per sbarcare, non c'è nulla di meglio che una borsa, per festeggiarlo: la Kimono bag, con una costruzione che ricorda gli strati di un kimono, si declina in cinque versioni con disegni diversi, dai fiori di ciliegio alla gru passando per i colori della bandiera, e arricchendosi di pietre dure come ametiste, lapislazzuli e quarzi, usati normalmente per adornare i capelli delle geishe. E sentirsi a Kyoto, senza lasciare mai quel vicolo di Firenze dove tutto è iniziato.

Fa parte della collezione Kimono la borsa Tsuru con la gru, simbolo benaugurante nella cultura nipponica
courtesy press office

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Accessori