Schegge di ceramica (e di follia), nasce così la collezione di gioielli pezzi unici devota all'imperfezione

Storia di un legame prezioso, lo stilista fiorentino Federico Curradi racconta la capsule di gioielli e accessori realizzata insieme al “cappellaio matto di Los Angeles” Nick Fouquet.

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Un filo di lana che scorre tra le trame di un abito, una scheggia di ceramica che diventa un gioiello, un capello simbolo di un'unione creativa che dura da più di un anno. È il presente di Federico Curradi, stilista fiorentino classe 1975, già direttore creativo di Rochas uomo. Ed è proprio grazie alla maison francese che conosce il Mad Hatter franco statunitense Nick Fouquet, il quale ha realizzato per lui i cappelli dell'ultima collezione maschile. Oggi, a distanza di un anno continuano ad alimentare a vicenda il fuoco creativo e danno vita a una capsule collection dedicata alla donna, in vendita esclusivamente presso il concept store Modes, in Piazza Risorgimento 8 a Milano. Ma è dalla città di Dante che Curradi, raggiunto al telefono, ce ne racconta la storia che termina in campagna con i suoi cavalli.

Lo sai che il tuo atelier è in una delle zone di Firenze che più amo, via Santo Spirito 9? Come l’hai scovato?
Conosco bene la città, i suoi segreti. Il mio vecchio studio era lì in zona e un giorno, passando per caso, ho scoperto quello che sarebbe stato il mio futuro spazio. Lo occupava un vecchio artigiano che faceva lampadari, ha cessato l’attività e l’ho ereditato. L’atelier, dentro Palazzo Frescobaldi è molto bello, specialmente il giardino. In quei cento metri quadri faccio tutto, dal disegno ai primi prototipi. Penso e lavoro.

Da Firenze, dove realizzi le collezioni uomo e gioielli per il tuo brand, alle spiagge di Venice, in California. Ci racconti come hai conosciuto il Cappellaio Matto Nick Fouquet?
Ci siamo conosciuti a Parigi, perché ha realizzato i cappelli da Rochas uomo, di cui all'epoca ero direttore creativo. Poi c’è stata la quarantena e, beh, non ne potevo più di rimanere chiuso in casa. Dovevo fare qualcosa. Ho iniziato a pensare a dei gioielli, a un’idea nuova per quel mondo. Quindi ho recuperato vecchie tazze di ceramica che potessero diventare dei preziosi.

Nick Fouquet e Federico Curradi
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Come hai scovato questi tesori del passato?
Stavo realizzando un moodboard, che mi serve per avere le idee chiare sulla strada da seguire. Le ceramiche si sposavano perfettamente. E così sono andato alla loro ricerca. Inoltre sono una mia passione, in particolare quelle dipinte su cui faccio un lavoro di sottrazione di alcuni segmenti di colore per adattarli al mio gusto creativo, e poi trasformarle in gioielli. È stato un progetto lungo, fatto assieme alla mia assistente. Ogni pezzo è unico.

E poi?
Non so come mai ma mi è venuta la voglia di spedire a Nick tre o quattro collane che, fortunatamente, gli sono piaciute molto. Così, dopo molte riunioni su Zoom, è nata la prima vera collezione insieme. Quando poi abbiamo fatto il fitting lui è riuscito a venire qui a Firenze e a gennaio di quest’anno l’abbiamo presentata a Milano durante la moda uomo. È andata molto bene, grazie anche a tutto il team che ci ha lavorato.

Così bene che non vi siete più lasciati e avete continuato a collaborare. Da febbraio 2021 è in vendita presso il concept store milanese Modes una capsule dedicata alla donna. Ci racconti la storia dietro i capi?
Anche per Nick è così. I suoi cappelli, così come le mie camicie e gli altri pezzi, sono da sempre genderless. E certe donne lo apprezzano. Infatti la capsule ora da Modes è piaciuta particolarmente, anche se le silhouette provengono comunque dal mondo maschile. Le ho solo adattate a un corpo più femminile.

Che tipi sono le tue clienti?
Sono donne che hanno un loro punto di vista indipendente. Conoscono la moda ma apprezzano la nicchia.

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Che cosa hanno in comune Alda Merini, Meryl Streep e Michelle Obama?
La personalità. In contesti e tempi di vita ovviamente diversi. Ed è quello che mi interessava esprimere quando ho realizzato l'installazione e delle box in cartone in edizione limitata visibili sempre da Modes, con i loro volti, facendo una sorta di collage fotografico con parti di animali e i volti di sedici muse, tra cui loro tre.

Perché gli animali?
Credo che in qualche modo vadano a sdrammatizzare la parte estetica. Perché prendere in considerazione solo quella non ha senso. Ed è anche un modo per enfatizzare il nostro appartenere alla terra come esseri viventi tutti uguali, al di là della specie a cui apparteniamo.

A cosa si ispira la collezione di gioielli di Modes, invece?
La collezione stessa: pantaloni-pigiama di cotone, la maglieria. Ovviamente i cappelli. È il riassunto di tutti gli esperimenti che ho fatto sul concetto di gioielleria. Guardandoli non sono perfetti. E l’imperfezione mi diverte molto come concetto.

Con Nick collaborate da prima del lockdown dello scorso anno. Avete cambiato il vostro modus operandi o in linea di massima è rimasto lo stesso?
No, perché sia prima che ora i contatti erano sempre via remoto. Anzi, l’ho conosciuto più così che prima della quarantena (ride, ndr).

Dal punto di vista creativo, cosa credi di dare tu a lui e viceversa?
Lui dà a me il tipico vibe di Los Angeles: sai quella sorta di coolness, di nonchalance che caratterizza la città e i suoi abitanti. Io, invece, penso di trasmettere un certo rigore, una vena artistica più metodica.

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La tua storia nell’abbigliamento maschile e ora, piano piano, verso quello femminile è segnata dai concetti di unicità, made in Italy e, appunto, sostenibilità, ben prima che diventassero un business loro stessi. Cosa ti ha portato a farli tuoi?
È da quando ho iniziato, quindi dal 2016 che li ho fatti miei. In realtà non credo che ci voglia molto a capire perché li ho scelti. Basta vedere com’è messo il nostro pianeta. Non serve ci uno scienziato per capire come siamo messi. È questione di avere un minimo di coscienza, caratteristica che dovrebbe essere l’ABC del settore moda, ma non solo, oggigiorno.

Se dovessi scegliere di vestire dei personaggi del passato chi sarebbero?
Pier Paolo Pasolini sarebbe molto interessante da vestire e poi Maria Callas, di conseguenza.

E Nick, visto che lo conosci bene?
Beh facile: Elvis (ride, ndr).

Due domande rubate a Proust: la tua occupazione preferita? Il tuo motto?
Attualmente il mio motto è "non darsi mai per vinto". Per quanto riguarda la mia occupazione preferita: io allevo cavalli, specialmente nel fine settimana quando chiudo l’atelier. Pulisco le stalle, do loro da mangiare. Ed è la mia più grande soddisfazione.

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