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«Vi racconto cosa vuol dire lavorare da Harrod's durante i saldi»

Un ex dipendente dei grandi magazzini di Londra vuota il sacco sulla vita che ha fatto per 15 anni (saldi compresi).

Harrod's leaks
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I grandi magazzini di Harrod’s sono uno di quei luoghi così belli e portatori di allegria che non si può passare per Londra senza farci una capatina. Le sue vetrine sono così perfette che fanno venire voglia di leccare il vetro e al suo interno trovi cose così meravigliosamente assurde che rischi la sindrome di Stendhal. Non per niente, il suo slogan alla fondazione era «dallo spillo all'elefante».

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Chissà quanti di noi hanno pensato: «come vorrei lavorare qui!». Ovviamente, essere assunti da negozi iconici come questo ha i suoi pro e i suoi contro. E richiede il rispetto di rigide regole. Lo dice chi un’esperienza da Harrod’s l’ha fatta davvero, come il signor Danny Suarez che per 15 anni ha lavorato come portiere all’ingresso del famoso negozio e ha raccontato al Telegraph.co.uk come funzionano le cose. Una mansione, quella del doorman, in cui è compreso lo sforzo di tenere calma la gente quando scalpita per lanciarsi sui saldi, mentre ancora il negozio non è aperto.

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Le più famose svendite di Harrod’s sono quelle del 26 dicembre, le cosiddette Boxing Sales, chiamate così perché corrispondono col Boxing Day, il giorno in cui si fanno i pacchi dono per i poveri. In quel periodo la direzione dei magazzini non bada alle spese, arrivando a portare davanti all’ingresso delle renne vive (scatenando il putiferio). Anche nelle svendite estive, però c’è poco da scherzare. Ma cosa vuol dire, esattamente, lavorare da Harrod’s, soprattutto durante le sue leggendarie svendite? Ecco cosa ha raccontato Mr. Suarez.

Niente confidenza Molti clienti diventano davvero persone di famiglia e finiscono per considerare Harrod’s come la latteria all’angolo. Il personale che ci lavora li vede quasi tutti i giorni, ci si potrebbe dare del tu. Loro magari chiamano per nome i dipendenti, ma Danny Suarez e i suoi colleghi non l’hanno mai fatto. «Siamo pur sempre da Harrod’s», ricorda ancora orgoglioso.

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Le code Il signor Suarez racconta che era sua abitudine recarsi al lavoro alle 8, anche se il negozio apriva alle 10, per controllare che tutto fosse a posto. E nei giorni di saldi trovava regolarmente una fila interminabile di gente arrivata lì da ore, se non addirittura da una giornata. Persone letteralmente accampate (a volte nel rigidissimo clima inglese), per essere le prime ad assicurarsi un peluche o una home fragrance in edizione limitata ed esibirli come trofei.

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Strategie di guerra Molti dei clienti in coda sono ormai dei professionisti. Hanno fatto esperienza ai saldi di Harrod’s per anni. Li riconosci perché sanno esattamente quale porta è la migliore per raggiungerà più facilmente il reparto che gli interessa. Pare che la porta numero 7 sia la migliore per le borsette, ad esempio.

Tentativi di corruzione Quando le porte sono ancora sbarrate, ricorda ancora Suarez, capita regolarmente qualcuno che ci prova e chiede ammiccando: «mica mi farebbe entrare…?». La risposta, ovviamente, è no. Ma mai nessuno se la prende troppo. Si ritirano e aspettano pazienti.

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I regalini Al portiere di Harrod’s, i londinesi si affezionano come a quello del proprio condominio. Quindi non capita di rado che gli habitué si ricordino, nella ressa, di comprare qualcosa anche per loro. Suarez racconta di aver ricevuto sempre molta cioccolata, ma anche un quadro e due bottiglie di champagne. Da clienti che, no, non ha fatto entrare prima degli altri nemmeno l’anno dopo.

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I selfie I turisti che vogliono scattare un selfie con uno dei dipendenti alla porta, nella caratteristica divisa verde, sono almeno una ventina al giorno. Soprattutto se devono ammazzare il tempo in coda. Avreste la pazienza di sorridere in posa tutte quelle volte?

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Infine… No, i dipendenti non hanno l’accesso privilegiato agli acquisti prima di aprire le porte dei saldi. Ci avevamo sperato dall'inizio dell'articolo. Forse si può sopportare ogni singola voce elencata sopra, pur di lavorare da Harrod’s. Ma c’è un limite a tutto!

photo GettyImages e courtesy Instagram

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