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Perché Zara ha bisogno di rubare le idee agli altri per vendere?

Il colosso low cost è a corto di ispirazione? La prima vera accusa di plagio arriva da una illustratrice californiana.

Zara copia. Sai che novità. Il colosso del low cost è stato accusato da una illustratrice californiana di scipparle le idee. Se ne sono accorti molti dei suoi fan (il suo profilo Instagram conta oltre 88mila followers) che trovavano da Zara accessori identici ai suoi, che disegna, produce e vende sull’e-commerce Tuesday Bassen. Ed è stata proprio la loro curiosità nel chiederle se avesse iniziato una collaborazione con IL brand del fast fashion a sollevarle qualche dubbio. Dopo un’attenta ricerca iniziata quasi un anno fa, la scoperta: in vendita da Zara c’erano spille e toppe (punto forte della sua proposta di accessori) identici ai suoi. Non simili, proprio tale e quali. Insomma, tarocchi fatti e finiti.

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Zara copia e non è una novità, ma questa volta più di altre, proprio perché lo spunto è preso dalle idee di una piccola ma non poi così minuscola realtà underground, la notizia fa più clamore e scatena più perplessità del solito. Zara copia le tendenze che le grandi firme propongono diverse ogni stagione e le trasforma in merce vendibile al mass market, riciclando una quantità di spunti e idee impressionante. Zara copia per attirare a sé il più grande numero di acquirenti possibile a discapito della coolness. Zara non è (così tanto) cool, è fast (fashion, appunto). Così veloce da travolgere tutto, senza avere il tempo (per policy) di proporre collaborazioni con marchi di alta moda (vedi invece H&M e le capsule con i vari: Givenchy, Lanvin, Versace, Jimmy Choo). Per Zara lavorano 300 designer, tutti anonimi, operai creativi che progettano senza sosta circa 30mila modelli ogni anno. Una macchina low cost che fa i soldi veri, a capo della quale c’è l’uomo (Amancio Ortega Gaona) al terzo posto tra i più ricchi del pianeta.

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Verrebbe da chiedersi qundi, che cosa spinga una illustratrice californiana che si guadagna da vivere disegnando bellissime spille a mettersi contro un gigante simile? La fatica forse. Investita in un progetto seppur piccolo, ma nemmeno poi così microscopico, e la buona volontà che spinge a crederci fino in fondo e a far valere le proprie idee. Anche in formato spilla. Per questo, crediamo, la piccola illustratrice di Los Angeles non ha voluto lasciar correre ma bensì sfruttare (a questo servono, no?) i canali social sui quali è molto seguita, per denunciare il plagio e dirne quattro a Zara, che così sbadata non è.

Dopo la denuncia-sfogo su Instagram, Zara ha risposto alle accusepubblicando un comunicato stampa divulgato dalla compagnia Inditex di cui fa parte, nel quale chiarisce prima di tutto il totale rispetto dell’azienda nei confronti della creatività individuale di designer &co.: «L’azienda si impegna a sospendere con decorrenza immediata la vendita dei prodotti denunciati e di aprire una pratica investigativa che possa fare luce sulla questione. I legali che assistono Inditex hanno già contattato iì legale di Tuesday Bassen per chiare e risolvere la situazione il più presto possibile».

Tanto supporto per l’artista da altri artisti, designer e illustratori che hanno condiviso e reso virale il post pubblicato sul profilo Instagram di Tuesday Bassen, ripreso anche dai magazine internazionali (da Buzzfeed all’Huffington Post passando per il Daily Mail e Refinery29), per dovere di cronaca e per dare voce (pensiamo), una volta per tutte, a tutti gli stilisti frustrati dalle dinamiche (scorrette?) del fast fashion. Una sana tirata d’orecchie non ha mai fatto male a nessuno.

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