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Umor vero

Sfilate addolorate: quando la moda prende coscienza di un mondo romanticamente afflitto.

Imaxtree

Le sfilate di Milano spostano l’estetica più in là, dove il fashion system realizza che forse non c’è più quella consolazione da oggetto transizionale (psicoanaliticamente parlando, l’orsacchiotto della bambina per proteggerla degli incubi notturni) che lo shopping sfrenato poteva offrire. Tempi duri, estremi, importanti. Eppur si muove, il fashion system e lo fa a una velocità sempre più vertiginosa che sedimenta oscuri fantasmi, fosche inquietudini da riporre nei cuori e negli armadi. Proprio nel giorno in cui si annuncia che nel 2012 il Pil calerà dell'1,3%, la donna Prada è imperiosa e corrucciata nella falcata sul grande tappeto che aveva già fatto da fondale per la collezione uomo (ma in colori diversi).

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Un défilé che esalta la serialità di una silhouette strana ma ottenuta combinando insieme forme semplici: sfilano cloni su cloni di creature dai lunghi capelli con extension bicolori – la consueta incursione in quelle agghiaccianti quotidianità che Miuccia fa diventare statement – intubate dentro pantaloni che si fermano alla caviglia, sotto una gonna che sembra un sarong e sormontati da abiti a vita alta, cappotti senza maniche, giacche da frac che si arrestano alla vita davanti e fluiscono in lunghe code dietro.

Che storia mai è questa? Un richiamo all’ordine? Un restauro della divisa? Un desiderio di far dialogare capi di derivazione geografica diversa ma il cui risultato ha un sapore bizzarramente (medi)orientale, vista la profluvie di ricami, jais, strass, catene d’argento e oro, macrospille che illuminano il tutto nero, flirtano con stampe neo-psichedeliche, orlano bordi di lane pesanti, sete corpose, jersey robusti? È un’immagine ricca che non trasmette opulenza, quanto il disequilibrio di periodi dove lo humour si annida in un caos calcolato, a rasentare volutamente un eccesso lì lì per esplodere nel cattivo gusto se non venisse trattenuto dalla consapevolezza di vivere in un Occidente dove la Storia, quella sì, è in preda a sussulti di divertimento perché vuole passare alla storia.

Ipercontemporanea ma anche tormentata, stralunata, disordinata nella sua semplicità e lineare nella sua complessità, Prada illustra un tour per un pic-nic sull’abisso, per un ultimo giro di valzer da piroettare con scarpe che faranno clamore ma non clangore (sandali altissimi ricoperti da una ghetta-condom in plastica colorata) su un Titanic dove solo le donne si salveranno perché nessuna di loro somiglia a Schettino.

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Crucciata eppure sentimentalmente vitale è la dama-cavaliere di Gucci, con una Frida Giannini forse mai così brava nel bilanciare sartorialità e funzione, maschile e femminile, red carpet e grigia malinconia. C’è lo Sturm und Drang dei pittori tedeschi alla Caspar David Friedrich mixato all’eleganza borghese di una signora benestante degli anni Settanta: lunghe gonne plissé fanno da contrappunto a pantaloni jodphur, cappe da brigantessa celano corpini di velo spolverati di ricami accecanti. Florinda Bolkan di Anonimo Veneziano corre con la Catherine di Cime tempestose di Emily Brontë sui precipizi del futuro per urlare al vento il nome dell’amato (che poi, a pensarci bene, il titolo originale del romanzo è Wuthering Heights, lo stesso della canzone che portò al successo Kate Bush, vestita proprio un po’ così; e allora tutto torna). Si privilegiano toni temporaleschi, bellissimi, tetramente burrascosi: l’immancabile nero, il borgogna, il verde palude, declinati in velluti tessuti a mano, sete lievi, rasi lucidissimi dall’appeal medievale.

Da Fendi c’è un armamentario di autodifesa femminile travestito da guardaroba sensualissimo ma non sexy. Corazze, armature, carapaci: la gonna al ginocchio, il gilet falsamente primitivo, i cappotti di pelle color notte. Tutto cospira a un sabba di eleganza estrema dove il cerchio magico è delimitato dal diametro esiguo dei cinturoni-corsetto, da uno spirito selvaggio che si autocorregge nelle lavorazioni certosine delle pellicce variopinte dove gli intarsi riproducono quella che potrebbe sembrare la macroscopica immagine di un’ala di farfalla ma anche una macchia di Rorschach, per stimolare gli uomini a fare un test di compatibilità facendo loro interpretare il disegno che si ha indosso. Se nei défilé visti finora non c’è nulla da scherzare, c’è sicuramente molto da pensare. E non è detto che, di questi tempi tenebrosi, forse non sia meglio così. Dopo (o prima di) tutto.

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