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Giorgio Armani: un nuovo libro in sei parole. Più un acrostico

Il sesso radicale è il saggio di Giusi Ferré che percorre la storia di uno stilista che ha ridisegnato il mondo.

courtesy photo

Dedicato al percorso di lavoro di Giorgio Armani, Il sesso radicale, saggio di Giusi Ferré edito per la collana Mode (ideata e diretta da Maria Luisa Frisa) mette in rilievo la gigantesca opera di evangelizzazione estetica operata dallo stilista. Che per primo, in Italia, ha costruito un universo segnico che si dirama in mille declinazioni merceologiche, ma anche filosofiche. Storicizzandone la sua figura, la Ferré ne esalta la messa a punto di uno stile che è è diventato stile di vita, dagli abiti ai profumi, dai fiori ai grattacieli, dalle discoteche ai cioccolatini. Con l’ambizione di trasformare il pianeta in un’ArmaniLand. E lo fa attraverso concetti chiave per cui il libro può essere letto con un’andatura regolare, ma anche randomica. A noi è piaciuto perché si della parla della sua:

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A come appartenenza. «In fondo, la sua maniera di concepire la moda ha come terreno di coltura un amore spassionato per Milano», afferma l’autrice, che ha presentato il libro là dove GA ha iniziato i suoi primi passi come GD, il Gran Demiurgo: a la Rinascente meneghina, proprio sotto il Duomo. La milanesità del piacentino Armani si è evoluta in un esperanto universale, come un viaggio che parte da una lombarda, pragmatica raffinatezza e arriva ai ricami sontuosi della couture, sempre innestati su silhouette svelte, su creazioni indossabili che permettono anche a una lady in gran spolvero di potersi sedere a un banchetto di plutocrati, a un consiglio di amministrazione, a un meeting prestigiosissimo. Sentendosi comoda.
R come rivoluzione. Ha fornito, nei tardi anni ’70, alle donne che iniziavano a diventare protagoniste del mondo del lavoro e di certo non potevano più andare in ufficio in gonfalone indiane e pullover peruviano, una «divisa», come la chiama lui. È il suo blazer, il tailleur pantalone che santifica la donna manager senza costringerla a rinunciare a un’oncia di femminilità. Dall’altro lato, regala agli uomini una morbidezza vestimentaria fino ad allora sconosciuta: in una scena topica e tipica di Made in Milan, docufilm di Martin Scorsese del 1990, lui prende un paio di forbici e da un doppiopetto imbustato sartoriale divelle senza pietà interni, fodera, spalline. A noi, oggi, dire “giacca sfoderata” sembrata cosa banale. All’epoca gli valse vari premi e vari insulti dai sarti maschili istituzionali.

M come metasessualità. Cosa? Sì, avete capito bene. Lo tsunami sociologico di Giorgio Armani anticipa quello che oggi (a 40 anni dal suo esordio) si classifica come “cultura metagender”. Come scrive il pensatore Phillip Andrew Bernhardt, è un apposizione riferita a «tutte quelle caratteristiche di genere che, in un altro tempo e in un altro spazio, potrebbe essere stato assegnato all’altro genere». Più che a un orientamento sessuale, il suo stile va a indicare la capacità delle persone di andare oltre la loro classificazione fisica. Alle donne ha regalato vibranti radiazioni di potere. Ai maschi, teneri riverberi si sensibilità. E, con tutto questo genderless che ci gira intorno, scusate davvero se è poco.
A come atteggiamento. La curiosità e la volontà ferrea di portare avanti una sua personale visione fa parte del suo dna, «benché abbia un carattere non facile, o forse proprio per questo». Talmente forte è il suo modo di osservare e dare forma al mondo, da dar vita a un aggettivo: «armaniano». Così come diciamo «michelangiolesco» o «felliniano». Puoi adorarlo o detestarlo, ma un suo abito/mobile/ristorante/bouquet/museo ha una cifra riconoscibilissima anche senza aquilotti ad ali spiegate o logo in bella vista: è austerità senza rinuncia, è semplicità senza dimnuzione, è razionalità senza noia, è stravaganza senza esuberanza.

N come naturalezza. La sua, che attiene a una personalità forte, di chi non le manda a dire, è la riproduzione perfetta di quella che immette nella sua cosmogonia creativa. Essere naturali, secondo The King, è scegliere un abito che non sia più deciso di te, ma esalti il tuo spontaneo modo di essere. Che quest’ultimo, poi, possa essere educato, allenato, istruito, evoluto, migliorato, è cosa da lasciar fare a lui. Non è un caso, infatti, che Armani nelle sue sfilate abbia sempre utilizzato mannequin sconosciute, ragazze e ragazzi che agli inizi carriera venivano arruolati dalla sorella Rosanna mentre passeggiava per le strade del mondo. Seguire ciò che si è significa, per lui, costruire ciò che si fa. E l’abito diventa strumento del corpo, mai il contrario. Vestimenti, non travestimenti.

I come idiosincrasie. Le forme rigide. I giornalisti criticoni, ma criticoni a prescindere. I colori troppo vivaci (almeno su di sé). Chi non rispetta la puntualità. Chi scantona il lavoro che gli è stato assegnato. Chi crede che basti un vestito costoso per farsi definire “elegante”. Chi pensa che l’eleganza risieda nel far vedere una coscia, una tetta, un didietro da ballerina brasiliana. Le persone sciatte. Le persone troppo azzimate. E, molto probabilmente, anche chi fa giochini di parole come questo in cui - sigh! - ci siamo divertiti: leggete i capoversi di questi punti. E adesso, signor Armani, può anche insultarmi.

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