Perché il cashmere costa tantissimo (o pochissimo)?

Ce ne siamo accorti tutti: il filato più pregiato (e amato) al mondo ha un prezzo variabile che nasconde una scoperta shock (ouch).

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È una questione di lana caprina. Ma preziosa e sofficissima, di capre nobilissime. La regina delle lane: il cashmere. È uno dei temi più caldi tra gli addetti ai lavori e gli estimatori, quello riguardo la recente (eccessiva?) accessibilità a un maglione di cashmere o cachemire: come è possibile che un golfino di alta gamma realizzato al 100% in questo filato pregiato possa costare fino a 2.000 euro, mentre in un ottimo mass market come Uniqlo lo si può trovare anche a 30? Una domanda la cui risposta è a dir poco complessa. E ahinoi, shock. Il cashmere, di cui la resa al tatto è la qualità che più intriga gli estimatori, è sempre stato un filo proibitivo per due motivi principali: la difficoltà nell’allevamento delle capre che lo producono, la rarità di questi animali. Le capre da cashmere sono originarie degli altipiani tibetani del Kashmir (da cui si è preso il nome), e la parte più morbida del loro vello è nel sottopelo. Per cui, per produrre un maglione di cashmere 100% occorre la tosatura di due capre, ad esempio di razza Zalaa Ginst o Tibetan Plateau. Il sottopelo viene poi separato a mano dal vello principale, meno morbido, ed è uno dei motivi per cui non si tratta esattamente di una “produzione intensiva”.

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Quasi 5 milioni di chili di indumenti in cashmere vengono prodotti ogni anno. Non sembrano pochissimi. Ma allora cosa ne fa variare così tanto il prezzo? Per cominciare ci sono molte fonti geografiche di questa lana - una è l’Italia, ottima - ma quantitativamente, quelle principali sono la Cina e la Mongolia. Quella prodotta nella seconda, dove fa più freddo, è la più pregiata (e costa di più) perché ha una fibra più lunga, per cui una volta filata e tessuta ha una maggiore morbidezza e impiega più tempo a infeltrire. Ma in entrambi i casi, comunque, si tratta di autentico, onesto cashmere. Quello che invece può essere preoccupante è che, come riferisce a The Business Of Fashion Frances Kozen, direttrice de Cornell Institute of Fashion and Fiber Innovation, alcuni produttori non si fanno scrupoli di far circolare del finto cashmere (marcato 100%) composto in realtà di lana, rayon, acrilico e persino sottopelo di ratto (siete svenuti?). Un altro procedimento che può rendere meno pregiato il cachemire è la colorazione. Più è chiaro, meno lo rovina. Più è tinto, meno diventa di qualità.

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Tutto questo comporta che le aziende disposte a produrre solo con cashmere vero, trattato bene e coccolato, stiano cercando di educare i consumatori a capire il perché di tanta differenza fra il loro prezzo e quello di un capo trovato al mercatino e di dubbia provenienza, ad esempio cucendo etichette che riportino la filiera della lana. Interpellato da BoF, Shilpa Shah, fondatore del marchio Cuyana, si è dimostrato ottimista riguardo un recupero pieno del cachemire di qualità come vero simbolo di morbidezza, ed è certo che presto gli appassionati saranno in grado di riconoscere con mano la differenza tra un cashmere finto, uno di qualità più pop (comunque gradevole) e quello extralusso. Nel frattempo, occhio ai brand tradizionali, che già si garantiscono da sé.

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