Gli oggetti da collezione di Supreme vanno all'asta a Parigi (j'arrive?)

Una delle più grandi collezioni di brand streetwear va all'asta nella capitale francese: tutto quello che dobbiamo sapere.

Supreme, C.R.E.A.M
Courtesy Press Office

Cartoline dal futuro prossimo: Parigi – Mercoledì 16 maggio 2018. Sta per andare in scena un evento 100% PURA arte, di quella mixata alla strada (di un tempo, mica di ora) a quella totalmente couture, di oggi. Nel meraviglioso spazio parigino di Artcurial si tiene C.R.E.A.M. (grazie Wu Tang Clan, cit ), un'asta unica nel suo genere, forse addirittura la prima che raccoglierà feticci e ricordi della cultura urbana degli Stati Uniti D'America: oggetti Supreme da collezione inclusi.

Passo indietro: prima di andare in vendita, prima che scoppino casi su chi debba accaparrarsi cosa, possiamo svelarvi che a partire da venerdì 11 e fino al 15 maggio tutti gli oggetti verranno svelati in una mostra unica e, ovviamente, spettacolare. Lo sanno tutti, ormai, le sottoculture urbane (e non) sono state, sono e saranno tra gli episodi socio-culturali di maggiore rilievo nella cornice della civiltà occidentale e lo spazio Artcurial è sicuramente tra i primi, a livello internazionale, a supportare queste scene. A tal proposito, Fabien Naudan, vice presidente dello spazio, «Attualmente si tratta di un fenomeno diffuso a livello mondiale, ma la cultura urbana si è sviluppata negli Stati Uniti in ambito artistico (con artisti del calibro di Kaws e Barry McGee), musicale, fashion e nella cultura skateboard come fenomeno di scarso rilievo, ma che produce attualmente veri e propri oggetti di culto. Nel corso degli ultimi 30 anni, icone di questo nuovo universo creativo hanno invaso la società, tramutandosi in oggetti da collezione. »

Come dargli torto. Negli ultimi 30 anni la famosa "protesta dal basso" è diventata mainstream, bruciando ogni dubbio sull'essere indie o di nicchia e ora la troviamo spalmata o nascosta per bene in ogni ambito e sotto-cartella della cultura contemporanea. All'inizio si parlava di sperimentazione pura, di provocazione, di gioco anche, sì, perché no, i regaz, i kids, si stampavano le magliette in autonomia, usavano attaccare stickers ovunque, come per marcare il territorio, come per ridisegnare i contorni della propria identità. E forse era più facile, perché i mezzi di comunicazione erano quelli che erano. O forse era più difficile, per lo stesso motivo. Di certo c'è che pian piano quel piccolo movimento, quel sentimento iniziava a venire fuori, a imporsi, a farsi sentire, ma i volumi si alzavano: concept store come (buon anima) di Colette iniziano ad accorgersi del movimento. Boom, cambia tutto, in sordina, ma cambia: il modo di vendere, il modo di vendersi, cambiano i canoni di marketing, cambia l'approccio al mercato, si cambia aria, si rinnova, era ora. E quindi lo streetwear conquista il potere, ebbene sì, arriva a spodestare tutto ciò contro il quale aveva lottato, ed eccolo lì, sul trono. E via, Barbara Kruger, Futura, Kaws, Barry Mc Gee, tra i tanti, si mettono inconsapevolmente a capo di una rivoluzione pazzesca e bellissima, che nel giro di pochissimo arriva a sovvertire i canoni di bellezza, di arte contemporanea, e, ribadiamolo, di protesta.

E poi in un attimo diventa così assurdo pensare e fermarsi a riflettere su come banalissimi oggetti di uso quotidiano, t-shirt, caschi da moto, tappetini da bagno, nel giro di tre decadi siano ora pezzi da collezione. Un giro di soldi incredibile, oggetti bramati da generazioni e generazioni così diverse tra loro... quindicenni wannabe che pur di avere la box logo acquistano dei falsi (ehm...) e quasi cinquantenni che hanno vissuto lo sviluppo della scena, sentono di esserne parte e quindi, cosa sana e giusta, devono avere quei pezzi. Aveva visto bene il Wu Tang Clan, la meravigliosa e UNICA crew rap newyorkese che, nel 1994, cantava Cash, Rules, Everything, Around, Me, inno / emblema di intere generazioni, ancora oggi tatuato nella memoria anche dei più giovani. Proprio in quegli anni NY si affermava come la città più viva dal fronte della cultura contemporanea, tra artisti, band, fotografi, skater. Fu allora che al civico 274 di Lafayette Street, nasceva Supreme, un piccolissimo negozio dedicato interamente agli skater: vai a sapere che nel giro di poco sarebbe diventato il colosso che è oggi. E non solo il colosso: vai a immaginarti cosa sarebbe stato in grado di muovere nel giro di trent'anni-. Da lì il fondatore di Supreme James Jebbia, pian piano, con delle ricette così segrete che neanche Coca-Cola... ha dato il via al tutto, affidandosi a strategie di marketing, a piani di vendita completamente nuovi, affiancandosi a personaggi/artisti del calibro della Kruger (I Shop Therefore I Am), alle scene dei graffiti come Futura, Kaws e altri: in due parole ha dato carta bianca ad artisti emergenti e non, affidando loro una tela bianca, sulla quale disegnare i loro messaggi.

Il resto è, più o meno, storia.

Le tavole da skate diventano opere d'arte, i toys diventano da collezione, le t-shirt si appendono accanto ai quadri, in casa, le sneakers si comprano e si mettono in teca, da guardare, GUAI a indossarle o sporcarle. Dagli Stati Uniti si arriva a Parigi, che in poco tempo si afferma come la succursale più viva di NY e, sorpresa: lo streetwear sale sulle passerelle più importanti. Louis Vuitton e Marc Jacobs, per citarne due, abbracciano pienamente la ca(u)sa Supreme, collaborando con il brad statunitense su due capsule molto, molto costose (addirittura Stephen Sprouse è stato ingaggiato perché rivoluzionasse il famoso monogramma del brand. Blasfemia? No, un traguardo. GIGANTE.

Ed ecco svelati tanti retroscena sul perché lo streetwear ha "comprato" la haute couture, ecco spiegata la "new economy" della cultura di strada. Delusione? Affatto. Evoluzione. È la natura, non possiamo farci nulla.



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