L'Italia a Hollywood raccontata dalla mostra al museo Salvatore Ferragamo

Quando i migranti eravamo noi ed esportavamo cultura, bellezza e scarpe per le dive americane.

Salvatore Ferragamo e Joan Crawford, 1928
Courtesy Salvatore Ferragamo

La terra, fertile. Il cielo, blu. Il sole, caldo. Il clima, mite. Il mare, grande: così grande da essere un oceano. Agli emigranti italiani, come il calzolaio Salvatore Ferragamo, che ai primi del ’900 arrivano in California alla fine di un viaggio che è sembrato non avere fine, quel paesaggio - se non si va troppo per il sottile - è una buona simulazione di quello mediterraneo. E poi c’è l’eccitazione di vivere in una zona leggendaria ed epica già nel nome: il lontano Ovest, il Far West, con le sue promesse di ricchezza, le sue miniere d’oro, i suoi pozzi di petrolio, la sua natura sontuosa.

Però, a differenza dei connazionali che si fermano a New York - già cristallizzata in grattacieli, industrie, quartieri ben delimitati come le classi sociali che ci vivono -, gli italiani che attraversano mezzo mondo per arrivare alla costa ovest non sono solo dei disperati alla ricerca di fortuna. Attirati dalle mille opportunità che vengono loro offerte, rifuggono dalla povertà e dagli stereotipi. Né contadini, né analfabeti.

Arrivano dalla Toscana e dal Piemonte, dal Sud e dal Nordest e sono i portavoce di un fenomeno culturalmente rilevante. «Persone dotate di competenze pratiche e teoriche, artistiche e tecniche: artigiani, architetti, pittori, cantanti, musicisti, carpentieri, piastrellisti, sarti e, naturalmente, calzolai. Professionisti in ogni settore e in ogni mestiere, che hanno molto da insegnare».

Lo spiega Maddalena Tirabassi, docente di letteratura angloamericana e direttore del centro Altreitalie che svolge studi e ricerche sulle migrazioni italiane nel mondo. Oltre ad altri libri sull’argomento, è autrice del saggio Arti e mestieri italiani nella California dell’età del jazz, che fa parte del catalogo della mostra L’Italia a Hollywood, al Museo Ferragamo di Firenze, fino al 10 marzo 2019. Un evento che parte dall’esperienza americana di Salvatore Ferragamo, che a 17 anni parte alla volta dell’America, dove diventerà il più celebre creatore di scarpe in quella Hollywood che sarà presente nel nome della sua prima boutique, Hollywood Boot Shop. Dove, malgrado realizzi modelli per divi divini come Mary Pickford, Pola Negri, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino Joan Crawford (in alto, Ferragamo con l'attrice nel suo negozio di Beverly Hills, 1928) ha realizzato i modelli di scena per i film di Griffith, Raoul Walsh e Cecile B. DeMille. E continuerà per tutta la vita a farsi chiamare shoemaker.

Un “calzolaio”, appunto, senza concessioni al più vezzoso appellativo di shoedesigner con cui le cronache mondane dell’epoca pensano di lusingarlo: non sarà un caso se la sua autobiografia si intitolerà proprio Il calzolaio dei sogni, dove annota: «Mi sembra di intravedere un parallelo tra l’industria cinematografica e la mia attività, quando le major superavano la fase iniziale per ingrandirsi e crescere, il mio negozio seguiva la stessa traiettoria». Sogno è la parola chiave di quel periodo dorato.

1926: Salvatore Ferragamo con l’attrice Kathleen Key sul Southern Pacific Argonaut, il treno che collegava Los Angeles a New Orleans.
Courtesy Salvatore Ferragamo

Le “fabbriche dei sogni” sono gli Studios dove si realizzano i primi film a colori della cinematografia mondiale, che potevano essere girati solo in aree particolarmente luminose e assolate, condizioni atmosferiche impossibili sull’East Coast; la “città dei sogni”, dove tutto sembra possibile, è il soprannome che viene dato a Los Angeles.

L’esposizione è suddivisa in stanze tematiche: dall’architettura di Marcello Piacentini per l’Expo di San Francisco nel 1915 al fascino di un made in Italy che non si chiama ancora così, ma esercita già una potente capacità di attrazione attraverso quei nomi che si fanno strada nel cinema, nel teatro, nella scenografia, nel commercio, nel jazz… Si racconta del preciso momento in cui l’italianità prende forma, colore e soprattutto consistenza. «Nel 1910 ci sono 2.500 aziende agricole italiane; inoltre, nel 1908, in California si registra la presenza di ben cinque banche italiane - un risultato davvero notevole se si considera che nello stesso periodo le banche a New York sono inesistenti - tra le quali la più famosa è la Bank of America, fondata da Amadeo Giannini. «Non c’era ancora la Silicon Valley e, prima di lui, le banche erano aperte solo ai ricchi. Ha inventato il microcredito: è il primo a prestare soldi a operai e poveri: unica garanzia, una stretta di mano», continua Tirabassi. Sarà lui a finanziare i primi film di Walt Disney, Charlie Chaplin e Frank Capra. Del resto, quella che oggi chiamiamo “cultura pop” ha matrici nostrane.

“Bel canto e opera italiana si fecero strada nelle rappresentazioni jazz degli afroamericani, come Louis Armstrong che suonava arie tratte da Rigoletto e La Cavalleria Rusticana nelle performance di New Orleans Stomp”, scrive lo storico Joshua Berrett. La grande tournée di Enrico Caruso celebra quello che oggi chiameremmo stile neomelodico, ascoltato con la stessa attenzione e lo stesso successo delle canzoni napoletane e delle romanze liriche della soprano Adelina Patti.

Lina Cavalieri, “la donna più bella del mondo" recitò negli Studios di Hollywood ai primi del ’900 .
Courtesy Salvatore Ferragamo

Lina Cavalieri, ribattezzata “la donna più bella del mondo”, recita in due film causando smottamenti emotivi e ispirazioni, visto che il suo volto darà il via a un’intera produzione di piatti decorati da Piero Fornasetti. Tina Modotti, friulana, dopo aver raggiunto il padre fotografo a San Francisco nel 1913, s’inserisce presto negli ambienti di una generazione perduta tra influenze orientali, atteggiamenti antiborghesi, dichiarazioni di libero amore. Girerà solo un film da protagonista, Pelle di tigre, ma in uno slancio da #MeToo ante litteram resterà talmente disgustata dal trattamento riservato alle donne da registi e produttori da andare in Messico e imbracciare anche lei la macchina fotografica. E infine Rodolfo Valentino, meridionale come Salvatore Ferragamo, diventa il prototipo del divo languido e ambiguo.

Il volto di Lina Cavalieri ispirò Piero Fornasetti per gli oltre 500 ritratti della serie di piatti Temi e variazioni.
Il volto di Lina Cavalieri ha ispirato Piero Fornasetti per gli oltre 500 ritratti della serie di piatti Temi e Variazioni. Courtesy Salvatore Ferragamo

Insomma, c’è un capovolgimento culturale. Siamo noi a dominare la scena e gli americani a esserne felicemente schiavi: si organizzano viaggi a Firenze per andare a prendere le misure a Palazzo Davanzati, che diventerà il modello delle ville dei ricchi - compresa quella del magnate dell’editoria Randolph Hearst, colui che ispirerà Quarto potere di Orson Welles - i jazzisti più famosi rispondono al nome di Nick La Rocca, Joe Venuti, Adrian Rollini. Sono i “padrini” di quel Rat Pack di italoamericani capeggiato da Frank Sinatra e Dean Martin, nome d’arte di Dino Paul Crocetti. David W. Griffith gira Intolerance che ha molti debiti estetici con l’italianissimo Cabiria di Giovanni Pastrone.

E il Rinascimento diventa una moda, dagli arredi ai vestiti, grazie al film dal titolo inconsapevolmente comico, Romola, primo film girato in location straniere - ops, sempre a Firenze! - dove i costumi di Lillian Gish danno il la a intere produzioni di sandali piatti e abiti a tunica con cintura di metallo. È solo sul finire dei ruggenti anni Venti e con l’avvento del fascismo che si affievolirà l’entusiasmo per l’Italianate Style. Ma l’immigrazione italiana ha definitivamente lasciato un’eredità di bellezza e del saper tradurre in cose bellissime delle bellissime idee.

Qual è la lezione che possiamo trarre? «Non esiste, non è mai esistita una cultura “pura”. Tutte le forme dell’espressività attingono contemporaneamente a fonti diverse», conclude Tirabassi.

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