Burberry, l’esordio di Riccardo Tisci a Londra: un’eleganza conservatrice, non reazionaria

Al suo debutto come direttore creativo del brand inglese per eccellenza, il designer italiano colpisce tutti con una collezione serena, tradizionale. E non per tutti.

Burberry - Runway - LFW September 2018
Samir HusseinGetty Images

Esiste un partito politico del lusso. Sì, esiste davvero ed è quello dei conservatori. È questa la teoria avanzata da uno studio pubblicato sullo statunitense Journal of Marketing dal titolo How Consumers' Political Ideology and Status-Maintenance Goals Interact to Shape Their Desire for Luxury Goods. Ovvero: l’orientamento politico dà - letteralmente - forma ai desideri delle persone, in relazione anche alla loro posizione sociale. Siccome politicamente non stiamo vivendo nel migliore dei modi e dei mondi possibili e a essere state private di qualsiasi diritto di cittadinanza sono la leggerezza, l’allegria, la novità, ecco che i ricchi veri non hanno più voglia di scherzare e di spendere un sacco di soldi per travestirsi da poveri deluxe in tuta-felpe-sneakers-piumini. Ripristinano l’antico “spendo quindi pretendo” con abiti e accessori che quelli della mia generazione avrebbero definito come altamente borghesi in modalità denigratoria e oggi sono borghesi in modalità esultante.

La sfilata Burberry a Londra firmata da Riccardo Tisci
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Si dirà: sono i capricci della moda, che prima esalta una tendenza, poi la esaurisce e la distrugge. Si dirà: sono le oscillazioni del gusto che, di anno in anno, conoscono sempre più estreme polarizzazioni. Sì, no, forse. Pensavo a tutto questo dopo la prima giornata di sfilate milanesi, una sciurizzazione dello stile che in confronto il fotografo di @sciuraglam sembra ritrarre soluzioni vestimentarie d’avanguardia, ma soprattutto dopo aver visto - anzi no, ammirato - il primo, attesissimo show di Riccardo Tisci da Burberry.

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L’attesa era enorme, il portato simbolico ancora di più: dopo la decisione presa dall’amministratore delegato, Marco Gobbetti, di mandare a casa il direttore creativo - e per un periodo anche ceo - Christopher Bailey (egli stesso epitome dell’inglesità che più inglese non si può, per 17 anni alle redini dell'azienda) per chiamare l’italiano Riccardo Tisci, c’erano state molte alzate di sopracciglia. E non solo per l’inquietante presenza di uno “straniero” in un Regno Unito ormai prossimo alla Brexit, ma per lo stridore tra la levità, l’ironia molto british del primo e lo spirito cupo, dark, così cattolico da evocare il fascino dell’Inquisizione, del secondo.

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Tisci, per capirsi, è quello che ha trasformato Givenchy dalla maison di tubini neri molto chic alla Audrey Hepburn al regno estetico popolato da stampe religiose, cani ringhiosi, pentacoli massonici e collaborazioni con artisti per nulla spiritosi (vedi Marina Abramovic) uniti al culto di un intellettualizzato abbigliamento da strada o da misteriosa vita notturna. Ma Riccardo è un giovane uomo (44 anni) assai intelligente e dopo un’accorta politica su Instagram dove rieditava alcuni capisaldi del marchio inglese, ne ha fatto ridisegnare il logo all’art director inglese più bravo che c’è, Peter Saville, trasformato in cattedrale minimalista ed essenziale la mitica boutique di Regent Street, a Londra, e annunciato il suo arrivo lanciando un hashtag, #NewEra. A sottolineare che, da questa collezione in poi, Burberry non sarebbe più stato uguale a prima. E infatti non lo è stato.

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Prima cosa: la location spoglia, a sud del Tamigi, sullo sfondo l’ambasciata americana. Seconda: aver voluto fortissimamente che nessuna celebrity (proprio lui, che ha realizzato i costumi per Beyoncé) venisse invitata. Il cast stellare era tutto solo per le modelle: da Mariacarla Boscono, fedele al designer dalle prime collezioni per Givenchy, a Natalia Vodianova, Jourdan Dunn, Stella Tennant, Lily Donaldson, Kendall Jenner, Irina Shayk, Freja Beha Erichsen…
Terza cosa: aver chiamato la sfilata Kingdom, attraverso una massiva narrazione in tre sezioni - Refined, Relaxed e Evening - con 135 uscite per donna, uomo e donne che vogliono sembrare più giovani e maschi che vogliono apparire più sbarazzini, sotto la chiosa «voglio vestire la madre e la figlia, il padre e il figlio».

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Il risultato? Un ventaglio di proposte forse eccessivo ma il cui messaggio è assolutamente chiaro: niente indugi nella cupezza, niente indulgenze al vestirsi da strada. Questa moda è per ricchi che sanno apprezzare la sartorialità, hanno voglia di sentirsi belli e a posto, smaltati da un’estetica sempre più dominata dal simbolico e dall’emozionale, in cui non è detto che sensibilità e gusto siano incompatibili con la managerialità e il saper vendere (detto tra parentesi: mentre si svolgeva la sfilata, già su Instagram si potevano comprare alcuni capi basici della passerella. La t-shirt con il logo “TB” rivisitato da Saville era già esaurita dopo un’ora. Chiusa parentesi).

Se la società contemporanea si va rifugiando in un rigurgito di già visto-già fatto-già sentito, non si vede perché Tisci dovrebbe controbattere in maniera opposta. Soprattutto quando è in ballo un impero che si regge su un fatturato costituito da trench (capo che non casualmente ha aperto la sfilata), da profumi, da accessori. E dal tartan Novacheck, così diffuso da aver stremato prima Bailey e poi Tisci per tirarlo fuori dal buzzurrame imitativo, visto che l'ottima Silvia Schirinzi di Rivista Studio ricorda che un cappellino con il check Burberry era sulla copertina del saggio Chavs, cioè Grezzi -La demonizzazione della classe operaia, di Owen Jones. È un disegno così trasversale e pericolosamente popolare da essere riprodotto, contraffatto, falsificato anche dalle classi sociali più povere: quelli che da “Sale della Terra” sono diventati “Stalle della Terra”.

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Per questo il levigato, talvolta anodino chic di Tisci – salva qualche eccezione, le scritte Cow e Who Killed Bambi e alcuni capi realizzati insieme con Vivienne Westwood, la “gonna trench” e le scarpe con la suola rinforzata, così brutte da essere amatissime dalle teenager plutocrati – è profondamente strutturale ai temi e ai tempi che stiamo vivendo. Tisci ha preso Burberry, lo ha “hermesizzato” e con gonne a matita, camicie a pieghe, blazer da collegiale, pantaloni a vita alta con un foulard al posto della cintura, lo ha riposizionato nell’Olimpo di quell’eleganza tradizionale e tradizionalista che ha il fascino delle belle cose che già conosciamo. Ma di cui nell’armadio non c'è più traccia.

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È fin troppo facile parlare di “stile reazionario” come hanno scritto alcuni colleghi italiani o di abiti che “non ci hanno fatto saltare sulle sedie”, come invece hanno riportato alcuni giornalisti stranieri. «È un inno alla diversità del Regno Unito», ripete lo stilista, ma della varietà di tipologie umane, sceglie di rivestire quella che, ragionevolmente, avrà la disponibilità per acquistare i suoi costosissimi e classicissimi modelli. A prescindere da etnie e religioni, certamente: sennò che diversità sarebbe? Sinceramente, non capiamo perché avrebbe dovuto fare il contrario, ora che la moda firmata sta tornando a essere aspirazionale, invidiabile, appetibile da chi non se la può comprare. Non è sempre stato così, del resto? E poi, adesso, reazionario: il conservatore non è un reazionario. Già di per sé il suo realismo gli vieta di voler riproporre condizioni oramai superate. Il reazionario non vuole conservare nulla, è un idealista o, meglio ancora, un utopista disinvoltamente retrogado che vede nel passato tutto ciò che è buono e giusto e nella modernità solo perdite e sacrifici senza senso. Il conservatore e il conservatorismo - purtroppo o per fortuna, vedete voi - parte sempre dalla realtà del presente.

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