Perché dobbiamo ancora riflettere su come vestirsi al lavoro?

C’era una volta la divisa formale da ufficio: oggi le regole sono flessibili (dai colori da indossare alle scarpe) e il look casual non è concesso solo di venerdì. Ma gli errori sono sempre dietro l'angolo...

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«Mi devo mettere elegante?», chiedo perplessa davanti all’armadio. Sto per fare qualcosa di molto adulto per la prima volta: firmare il rogito della casa. «Ma va’, io mi vesto già per andare al lavoro», risponde lui dall’altra anta. Ovvero giacca e cravatta. Risolvo con una via di mezzo. La notaia, sui 40 per dovere di cronaca, indossa un lungo abito leggero, con qualche volant e un filo di perle. Ma quando al tavolo accavalla le gambe le vedo: non solo Converse, ma sono quelle argentate e anche con la suola alta tipo plateau. Sorrido e penso che non mi sembra meno professionale per questo. Con un breve sondaggio tra amici scopro che ormai dalla vita d’ufficio il tailleur coordinato è sparito, così come i collant obbligatori, mentre hanno fatto il loro trionfale ingresso ibridi sartoriali, sandali, calzini colorati e jeans. Un mix che ha confuso non poco le carte sul tavolo.

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Sull’annosa questione dell’abito che (non) fa il monaco è appena uscita al cinema la bella commedia francese Quasi nemici - L’importante è avere ragione: la giovane studentessa di legge Neila, di umili origini, è contrapposta al burbero professor Mazard che deve aiutarla a vincere il concorso di retorica della prestigiosa Università dove si incontrano. Durante le lezioni le intima di togliersi «quell’uniforme da banlieue» per essere presa sul serio. La felpa col cappuccio di Neila sparisce, ma l’aspirante avvocata scoprirà che anche i suoi amici di periferia non esitano a metterla in discussione per quelle nuove «scarpe da snob».

Claudia Parzani, partner dello studio legale internazionale Linklaters, è nota tanto per la sua competenza quanto per il suo stile: «Rispetto il dress code, solo che lo rendo più personale. Non trovo sbagliato esibire un certo grado di femminilità, ma il punto è sentirsi sempre a proprio agio. I tacchi alti non sono banditi, ma bisogna portarli bene. Come ripeto alle più giovani: da una parte c’è la nostra libertà di vestirci come preferiamo, ma dall’altra ci sono le regole del gioco che dobbiamo capire per non sentirci fuori luogo. Devi rispettarle per essere ammessa nel circolo, che rimane ancora molto maschile, e poi puoi mostrare la personalità tramite il look. Considerate anche quante ore dovrete lavorare quella giornata, quanto dovrete camminare, prima di scegliere cosa mettervi», conclude con un sorriso.

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Baluardo del rigore sono le aziende di consulenza, con le Big Four sul podio (Ernst & Young, Deloitte & Touche, KPMG, PricewaterhouseCoopers). «Ho studiato sociologia, il mio guardaroba era a quadretti, verde scuro e marrone. È stato uno shock scoprire che i colori ammessi erano blu e grigio, e che esiste un divieto non scritto sul marrone», racconta Pietro. Una cultura misteriosa che forse (ma Pietro non conosce i motivi del diktat) affonda le origini nel detto anglosassone never brown in town, ancor oggi seguitissimo nella City, soprattutto per le scarpe, perché è il colore della vita in campagna. Nella consulenza sopravvive, però, una zona franca: quella degli esperti di IT, gli informatici e gli smanettoni per capirsi. Merce rara, soprattutto ad alto livello, che le aziende cercano di tenersi stretti senza rompere le scatole. «Ho l’ordine di non fare commenti sul loro abbigliamento», racconta Alice, che tiene corsi per i neoassunti. «Una volta, però, uno si è presentato con la maglia della squadra di calcio. Diciamo che, per il suo bene, gli ho fatto arrivare il messaggio che era eccessiva». «Non c’è speranza di inquadrarli, nemmeno sui colori», prosegue Tiziana, manager per un’azienda che crea software e app. «Per una riunione con degli importanti clienti cinesi eravamo stati avvertiti di vestirci in modo decoroso. I nostri sviluppatori sono entrati nel panico, con risultati al limite dell’accettabile. Uno è stato murato vivo nell’ufficio del capo: era arrivato con una t-shirt di una band metal. Era nera, quindi secondo lui formale. L’abbiamo “liberato” a fine meeting».

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Sulla deregulation dei completi Antonia, responsabile della comunicazione di un gruppo bancario, ha una sua teoria: «In banca è caduto il formalismo estremo grazie a una lenta evoluzione. Negli anni Zero il metrosexual, che si cura e ama i dettagli, ha influenzato gli uomini di banca, che hanno scoperto la gioia di vestirsi in modo non omologato. Da lì anche le donne hanno smesso di aspirare al modello maschile e hanno trovato la propria strada. Quest’estate abbiamo anche mandato una mail interna per invitare tutti a indossare abiti leggeri e sprecare così meno energia in aria condizionata». Un invito alla casual summer, e non solo al classico venerdì, il casual Friday che permette di andare al lavoro abbigliati come nel weekend.

Big companies e millennial: su YouTube in un video un esperto spiega come assumere quelli svegli e preparati, che però «preferiscono lavorare da Google perché non si devono vestire bene». In effetti il guardaroba da lavoro e da tempo libero sono sempre più mixati per le nuove generazioni, e questo eccesso di regolamentazione in alcuni uffici è dovuto allo spaesamento davanti a definizioni come business casual. «Quando arrivano gli americani si impone abito e cravatta blu, camicia bianca per gli uomini, stessi colori per le colleghe: non ho mai capito perché ci vogliano come soldatini nordcoreani», scherza Giorgio, addetto commerciale nel farmaceutico.

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«Io preferisco i dettami precisi», racconta Marta, revisore dei conti dall’insospettabile trascorso nei centri sociali, «è stato drammatico il passaggio dall’università a una società così seria». Quando capisci che sbagli? «Nessuno lo dirà in modo esplicito, lo senti nei corridoi oppure arrivano mail generiche che invitano alla compostezza. In quei casi il destinatario è qualcuno di preciso che però non recepisce mai il messaggio. Vado nel panico, chiedendomi se sono io la sciatta in questione. Sono a favore di norme chiare, anche perché quando viene concesso qualcosa poi si creano dei casini. L’estate scorsa hanno sdoganato i sandali, ma quest’anno un paio troppo “nudi” ha scatenato un dramma. Io per sicurezza non li ho mai indossati: le scarpe aperte sono un terreno scivoloso per una poco esperta».

Tacco alto o basso in ufficio?
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Ogni ambiente ha le sue consuetudini. Elena lavora nel terzo settore, «zero tacchi, ma ovviamente tante zeppe e zoccoli. Non c’è un limite verso il basso alla sciatteria perché è identitaria. Tendenza eterna è il “vetero”: come se fossimo sempre alla manifestazione del 25 aprile. Il mio cappotto di Zara da 80 euro è stato additato come “borghese”. Ma noi trentenni stiamo mollando quest’immagine stereotipata, anche se ci godiamo il privilegio di non avere obblighi di eleganza». La gallerista Maria Chiara Valacchi sintetizza: «Sono la Milly Carlucci dell’arte contemporanea. Non mi piace lo stile minimal tipico del mio ambiente, scarpe con la para alta, toni neutri, marchi intellettuali come Balenciaga o Yamamoto. Prada è una botta di vita. Amo i tacchi e i colori. Non devo dimostrare di essere più colta, infatti mi tengo cari i boccoli biondi. Però se venite parati a festa a un vernissage siate consapevoli che vi additeranno subito come outsider», conclude ridendo.

La prima impressione rimane cruciale, leggi colloquio. «È fondamentale indagare la cultura del dress code nell’azienda dove si vuole andare», spiega Paolo Lanciani, psicologo del lavoro, «ho fatto selezione per un colosso dello streetwear, dove i manager sono veri skater. Davanti a un ragazzo in completo sartoriale si sono chiesti se volesse davvero lavorare lì. Tipicamente le figure junior sono spesso overdressed e la tragedia standard al colloquio è qualcuno che suda per lo stress ma non si può togliere la giacca. Non mettetevi qualcosa che non è nelle vostre corde e nemmeno troppo di moda. Non potete immaginare l’impatto devastante nei contesti lavorativi dei pantaloni col risvolto senza calzini». Conferma anche che le ragazze se la cavano meglio. «Paradossalmente, anche se il completo da uomo è standard, si commettono molti più errori: cravatta enorme, taglie sbagliate, maniche lunghe, calzini di spugna, pantaloni senza orlo. Non parlo per sentito dire: ho visto cose...».

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