Wanda Ferragamo, la signora che diede una storia all’artigianato

Ci ha lasciato a quasi 97 anni la regina laica della moda italiana, la fedele custode della memoria e dello stile di chi amò. E da cui fu riamata.

Wanda e James Ferragamo
Getty Images

Un giorno, quando qualcuno scriverà una storia della moda dalla parte delle donne, le mogli di, le figlie di, le sorelle di, le nipoti di, lei ne sarà la protagonista indiscussa, la sovrana incontrastata. Quando più di trent’anni fa, di moda sapevo poco o niente, conobbi a un evento privato la “signora Wanda”, come la chiamavano tutti. Venni introdotto, ragazzino, a questa raffinatissima matriarca dotata di quella educatissima cortesia, di quella aggraziata accondiscendenza, di quella distaccata gentilezza che i più, come me all’epoca, attribuivano ad aristocratici di alto lignaggio con almeno otto palle nello stemma e tre capi di stato, due papi e svariati condottieri nell’albero genealogico. Wanda Ferragamo incarnava quella fiorentinità araldica che ai miei occhi era la conseguenza di una progenie dall’altisonante passato che aveva di fronte un futuro ancor più elegante, nobile, fiero.

I suoi figli bellissimi, Fiamma, Giovanna, Ferruccio, Fulvia, Leonardo e Massimo e i suoi settanta nipoti erano l’indicatore che Wanda Ferragamo fosse l’esponente di un’antica stirpe devota alla bellezza in riti oscuri e rarefatti, compiuti nel culto del mai troppo compianto marito Salvatore: un nome di battesimo che, se non rimandava ai Windsor e a Buckingham Palace, lei rifiutò comunque di eliminare dall’etichetta, perfino quando le proposero di mettere sulle creazioni della maison soltanto il cognome della famiglia.

Non sapevo ancora che era nata nel 1921 a Bonito in provincia di Avellino, lo stesso paese del marito, ideatore del marchio che ha sede a Firenze a Palazzo Spini Feroni e di cui aveva preso le redini rimasta vedova nel 1960. Rimanere da sola, con sei figli e con un’azienda da mandare avanti, richiede molto coraggio adesso. Figuriamoci allora.

Ma fu un’impresa in cui la ragazza di buona famiglia, la figlia del dottore del paese, coniugata con il «calzolaio dei sogni» che aveva già fatto fortuna all’estero ed era andato a vivere nel capoluogo fiorentino dopo aver già conquistato Hollywood, si gettò con tutta se stessa. Riuscendoci pienamente e dando prova di essere un’accortissima manager, totalmente degna di essere accostata a una regina senza corona e senza stemma. Ma con lo scettro del buongusto fermamente in mano.

«Viene in ditta tutti i giorni, controlla tutto, vede tutto, dai prototipi delle calzature alle stampe dei foulard, dai cartamodelli dei vestiti a quelli delle nuove borse», mi confidò anni più tardi un suo stretto collaboratore, che mi raccontò di quanto fosse inflessibile e austera, tenace e appassionata nel difendere il cognome (e il nome) di quel marito scomparso troppo presto e che mai volle sostituire. Ciò che Wanda Ferragamo, ha fatto per lui, oltre ad aver dominato con salda saggezza l’azienda, è stato averle costruito intorno una mitologia di fascino antico e rifulgente da tempi lontani e dorati. Divenuta presidente onorario della Salvatore Ferragamo SpA, estendeva il suo ventaglio di proposte anche all'abbigliamento e ai profumi, studiava nuove formule con gli artigiani per rinnovare la tecnologia delle calzature; chiamava un amministratore delegato, Michele Norsa, nel 2006, per la quotazione in borsa; decideva che l’accesso nel marchio non fosse scontato né automatico per le generazioni dei Ferragamo a venire: avrebbero dovuto dimostrare, come lei, dedizione e sentimento, devozione e profondo rispetto a ciò che il marito aveva costruito in una vita troppo breve, ma che lei ha reso immortale, eterna, perfetta. Essere ricevuti da lei diventò un onore e un encomio, proprio come si addice a una Castellana di arcaica casata, a una Signora di ancestrale e superiore lignaggio.

Per la sua attività, Wanda Ferragamo ha ottenuto molti prestigiosi riconoscimenti in Italia e nel mondo: nel 1982 è stata eletta Donna Internazionale dell’Anno dal Committee of 200 associazione formata dalle donne manager di rilievo con sede negli Stati Uniti; nel 1986 le è stata conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dalla City University di New York; dal 1987 è Cavaliere del Lavoro della Repubblica Italiana; nel 2003 a New York ha ricevuto il titolo di 2003 Entrepreneurial Champion durante il 6th Annual Luminary Awards del Committee of 2000; nel 2004 è stata insignita dal Presidente della Repubblica Italiana dell’Onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, con il titolo di Cavaliere di Gran Croce; nell’ottobre 2006 è stata nominata Presidente d’Onore; nel maggio 2007 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa in Belle Arti dal Fashion Institute of Technology (FIT) di New York.

Con lei è nato il museo Ferragamo, epicentro di cultura che ogni anno regala a Firenze una mostra importante, un evento memorabile, un avvenimento di cui parlare non solo nei salotti, ma anche nei circoli letterari e intellettuali. La città le deve molto. Anzi: la moda italiana le deve molto, soprattutto di questi tempi, dove l’immagine del nostro Paese sta perdendo smalto e capacità di attrazione per la cultura che è prodotta dal sapere, a sua volta prodotto dal saper fare.

A me piace pensare alla signora Wanda come l’altera vestale del culto Ferragamo, un culto costruito per amore e alimentato dalla volontà di non spegnere il ricordo di chi amò e da cui fu riamata, però senza vivere nella sua ombra. Sfido chiunque a trovare un marito che farebbe la stessa cosa per una moglie che ha lasciato questa terra, ma non il suo cuore.

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