Come Karl, nessuno mai!

Il ricordo personale di chi ha conosciuto Karl Lagerfeld. Davvero.

Karl Lagerfeld
Getty Images

«Ho molta fiducia nella scienza. Sto già pensando alla sfilata per i 100 anni di Fendi» mi aveva detto Karl Lagerfeld a Roma prima della sfilata alla Fontana di Trevi per i 90 anni della maison romana. Peccato che nessuno sia riuscito a togliergli quel male fisico, olisticamente derivato anche da una certa stanchezza di lavoro e di abitudini, che oggi l'ha portato via. Una vita basata sul lavoro, con affetti percepiti ma mai veramente vissuti, come l’amore per Jacques de Bascher, le affinità elettive per Hedi Slimane, l'infatuazione per Baptiste Giabiconi o la sua gattina Choupette. Forse anche per questo era voluto diventare il più stacanovista e memorabile di tutti gli attuali stilisti. Era un uomo che usava tutte le tecnologie Apple possibili (a Seoul mi aveva mostrato l’Apple Watch quando nessuno lo aveva ancora al polso) ma ancora scriveva a mano l’indirizzo dell’hotel sui biglietti dei fiori che pochi fortunati trovavano in albergo. Per me sono stati ogni volta 11 anni di sorprese. Non solo perché le fioriste di Lachaume a Parigi cambiavano sempre i fiori, ma per le sue parole brevi ma affettuose.

Un ricordo floreale ricevuto da Karl in persona.
Alessandro Argentieri

A Parigi nella primavera del 2016, quando era ancora aperto lo store Colette, Karl attraversò la strada per salutarmi senza guardare il passaggio delle macchine. Testimone il pierre Fabio Chirulli e Sébastien Jondeau, suo segretario. E comunque, mentre era con me, salutava anche gli sconosciuti che gli sorridevano per cortesia. Proprio per questo ero sempre alla ricerca di un regalo speciale per lui. Più di una volta mi ha detto che non gli piaceva ricevere doni. Fra le tante inutilità che gli ho portato, menziono la carta di Fabriano vergata con il suo profilo, libri speciali e poi anche piccole sciocchezze come cartoline colorate in coccodrillo Hermès. Ma una delle qualità di Karl era la capacità di ridonare quello che pensava potesse essere più giusto per gli altri. Gli avevo trovato una penna con inchiostro 3D e lui qualche mese dopo mi disse di averla data al giovane figlioccio Hudson (il figlio del fotomodello Brad Kroenig), perché l’aveva provata, ma non stava al passo con i suoi tempi creativi. Aveva un altruismo unico e attento a ogni dettaglio. Dopo una sfilata Fendi una cliente che disegna gioielli gli aveva consegnato una spilla realizzata appositamente per lui. Ne era felicissimo ma: «E ora come posso ricambiare? Non la conosco...». L’essere premuroso con i suoi team creativi era una delle caratteristiche che lo rendevano ineguagliabile.

"Mio caro Alessandro, benvenuto a Parigi. Spero di vederla e spero tutto vada bene. La abbraccio. Karl" - un biglietto recapitato da Karl prima della sfilata.
Alessandro Argentieri

L’affezionata Maria Elena Cima, che da Fendi era l’ombra di Karl Lagerfeld per tanti progetti e che mi faceva entrare a salutarlo nella sua saletta riservata, mi diceva sempre «un minuto Ale, ti prego…». E lui poi non ti lasciava più andare, soprattutto se gli chiedevi un disegno o uno scarabocchio per spiegare la collezione. Lo intervistai la prima volta per la collezione speciale di H&M ma eravamo in mezzo alla folla. Da Fendi invece per il lancio del profumo Palazzo arrivai all’intervista con due quaderni Pigna che lui aveva disegnato negli anni 80 e che io usavo alle elementari. Odiava la nostalgia ma quel souvenir mi fece guadagnare punti. E poi fu sempre gioia. Anche quando andai a Los Angeles per Chanel a chiedergli se poteva essere il fotografo del nostro primo calendario (tramite email e cellulare non era ancora usanza) o quando rimasi ad aspettarlo fuori da un tir mentre lui stava facendo un’intervista di un’ora con la tv francese, non sentii né la pioggia, né la neve.

La dedica personale di Karl Lagerfeld sulla prima pagina del suo libro The World according to Karl.
Alessandro Argentieri

Ti ricompensava con le idee e le parole. Le sue citazioni erano come un fiume in piena in cui nominava persone, luoghi e artisti mai sentiti dalla media delle persone. Aveva una memoria fortissima anche su fatti più personali. Da Tokyo, un aprile di qualche anno fa gli avevo spedito una busta di petali di "cherry blossom" e lui, a luglio dopo tutte le interviste della sfilata Haute Couture, si era ricordato di ringraziarmi per i fiori. Io avevo rimosso. Lui no. A Cuba per il caldo ci aveva regalato un mini ventilatore da attaccare all'iPhone insieme a un mini iPad con la musica dello show. A Singapore alla sfilata crociera mi disse «Cosa ci fai qui? Non me lo avevano detto». A Shanghai arrivò quasi a prendermi in giro con la battuta «Ma sei venuto fino a qui per vedere una sfilata Chanel?». E a Seoul quando mi vide tutta la sera in un angolo a scrivere, e non in compagnia di Antonella Antonelli (precedente direttore di Marie Claire Italia), mi disse: «Non avrai cambiato giornale?» e quando gli risposi che dovevo scrivere un pezzo in diretta per marieclaire.it profetizzò: «Fai bene, la modernità ci rende più forti».

Un bozzetto disegnato in esclusiva da Karl per Marie Claire Italia in occasione del lancio del suo profumo Karleidoscope, dicembre 2011.
Marie Claire Italia

Karl ti correggeva ma non ti sgridava. Come quella volta in cui durante uno shooting per Marie Claire Italia, verso le due di notte, ha citato Marcello Dudovich. «Eh bien, sai chi è?». E io che sono mentalmente un diesel, ho tentennato sul disegnatore di locandine de La Rinascente. E in un secondo, senza giudicare: «Te lo ricorderai. Sono sicuro». Parole solidali, mai di superiorità intellettuale. Certo, non bisognava troppo scherzare con espressioni e fonemi a caso. Nel backstage della sfilata Chanel di Venezia, lui e Pascal Brault (suo aiuto dai tempi di Chloé) in un solo minuto fecero a gara sulla giusta definizione di uno speciale cappello che si usava per asciugare le folte chiome delle bagnanti del Lido. Sembrava di assistere a un quiz a tempo, tanto erano spigliati nel citare persone o luoghi che ricordavano quel copricapo.

Il giornalista Alessandro Argentieri insieme a Karl Lagerfeld dopo la sfilata Fendi a Milano, settembre 2018.
Alessandro Argentieri

Lui che avrebbe voluto sempre cambiare e spostare tutto, che preferiva l’effimero e il mutevole allo statico e idealmente duraturo, non voleva oggetti ma un elisir di lunga vita per vedere cosa sarebbe successo quando si andrà come turisti sulla luna. Me lo aveva detto dopo la sfilata al Grand Palais, quella che aveva un razzo spaziale griffato Chanel. Poi si era corretto: «Per ora preferisco restare con i piedi per terra». Ora le sue ceneri, come i suoi ricordi e le eredità stilistiche aleggeranno per sempre negli anni a venire.

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