A che punto è la moda cinese in Italia e come conquisterà l'high fashion

Si chiama Fashion Haining, ed è il futuro della moda in Cina. Un futuro che vuole (ancora) parlare italiano.

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Salvatore Dragone

La Cina è vicina. E mai come ora, la cosa sembra essere un bene. Il paese che ha già superato l'America in materia di consumi, e acquista sempre più smartphone e auto, nel 2019, secondo le analisi di McKinsey, batterà (ancora) il Nuovo Continente anche in materia di fashion, divenendo il più grande mercato mondiale della moda. E in effetti se Shanghai è ormai definita la Parigi dell'Est, anche a livello nazionale sale, e impazza, il desiderio per l'high-fashion. Una nuova generazione di consumatori dai gusti sempre più sofisticati si affaccia al mercato, ed è pronta a spendere: sempre secondo McKinsey, infatti, durante l'ultimo China's Singles' Day, contraltare asiatico del Black Friday, festeggiato l'11 novembre, le vendite hanno raggiunto i 30.8 miliardi di dollari. Un risultato superiore del 27% rispetto all'anno prima, che irride e supera di molto le vendite (sommate) del Black Friday e del Cyber Monday.

Lo sguardo cinese, però, si punta oggi sull'Italia, paese con un cultura impareggiabile in fatto di estro e creatività: così è nato Fashion Haining, nome che omaggia il distretto omonimo, uno dei più importanti in Cina in materia di trattamenti di pelle e lana pregiata, e 11 mila aziende coinvolte. Il progetto, nato dalla holding HCLC, è quello di creare un ponte commerciale tra la Cina e il Bel Paese, facilitando la nascita di aziende italiane anche sul territorio locale.

Arrivati in Italia in occasione della fashion week, per la seconda volta, hanno portato al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica uno dei nomi nuovi della moda cinese, Lei Zhang, creative director di ZLFZSS. Una collezione che trae ispirazione dal maestro Leonardo Da Vinci di cui colori, opere e pattern si stampano su t-shirt e cappotti, dalla Dama con l'ermellino a L'ultima cena e che il designer ha confessato di aver ricercato anche nei casting: “ cercavo delle ragazze che mi ricordassero quelle da lui ritratte, nei tratti, nei colori, e in quelle che immaginavo potessero essere le loro movenze”.

L'opera di Fashion Haining, però, non si ferma qui: durante la giornata hanno sfilato alcune tra le più famose scuole di moda italiane, e tra loro saranno selezionati due futuri creativi che potranno cominciare a muovere i primi passi con uno stage da Retailer Lab, una delle aziende di design più famose del distretto. Di questo e altro abbiamo parlato con Yueming Zhang, presidente di HCLC.

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Lo dicono i più grandi analisti del mercato e il vostro operato con Fashion Haining lo dimostra: il desiderio per la moda in Cina è ai massimi storici?
La Cina ha aperto le sue porte 40 anni fa, con le riforme economiche sostenute da Deng Xiaoping nel 1978, e che avevano come obiettivo quello di attrarre investimenti stranieri: in questo lasso di tempo tutto è cambiato, non solo a livello politico, ma anche l'identità stessa del cliente cinese, che, esposto agli stimoli esterni, ha cominciato a desiderare cose diverse. Una su tutte, la moda.

Fashion Haining si distingue anche per un approccio eco-friendly e consapevole dell'impatto ambientale. Cosa vuol dire nel pratico? Quali sono i processi utilizzati in fase di lavorazione e che puntano ad una maggiore eco-sostenibilità?
Lavoriamo molto la pelle, questo di solito ha un impatto importante sull'ambiente, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze che le lavorazioni hanno sull'acqua: abbiamo quindi pensato ad un processo di depurazione delle fonti idriche grazie al quale, dopo averla utilizzata, l'acqua è reimmessa nell'ambiente, pura come in origine. Inoltre utilizziamo prodotti che sono privi di sostanze chimiche dannose, e cerchiamo ovviamente di risparmiare sulla quantità di acqua utilizzata nei lavaggi.

Quest'anno ZLFZSS sfila per la seconda volta, a dimostrazione che credete molto in questo progetto. Cosa lo rende per voi così unico e meritevole di attenzione?
ZLFZSS ha un punto di vista internazionale, e si rivolge dichiaratamente a dei clienti fuori dai nostri confini nazionali: questo lo rendeva diverso rispetto a tutti i marchi del portfolio di Fashion Haining.

Quando in Italia si parla di Made in China, la percezione che ne abbiamo, non è mai legata alla qualità. In quale modo state cercando di cambiare questa situazione?
Purtroppo è una percezione comune, ma sbagliata. Nel distretto di Haining lavorano circa 10 mila operai qualificati, la nostra manodopera è stata commentata positivamente anche da Mario Boselli – presidente onorario della Camera Nazionale della moda italiana e dal 2017 anche presidente dell'istituto italo-cinese – che l'anno scorso, ad una nostra sfilata ha espresso apprezzamento per l'ottima qualità dei prodotti realizzati da noi. E proprio per sfidare questa percezione siamo qui, oggi, a Milano: per portare sotto gli occhi di tutti un'idea che è molto lontana da quel Made in China che gli italiani credono di conoscere.

Oggi saranno selezionati due studenti, che poi faranno uno stage da Designer Lab. Siete quindi convinti che anche la prossima generazione di creativi verrà dal nostro paese?
Il design del vostro paese si è molto modificato negli anni: i creativi delle ultime generazioni sono sostanzialmente diversi, per identità e DNA, da quelli di dieci anni fa, ma rimangono sempre al centro dei nostri radar. Lo stile, di ieri, oggi e domani, batterà sempre bandiera italiana.

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