Il museo dentro il museo, la sfilata di Louis Vuitton

Rigenerazione è la parola chiave di Nicolas Ghesquière che da Louis Vuitton ripensa alla Parisienne anni 80 ma con un spirito futurista.

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Courtesy Photo Louis Vuitton

Siamo nella corte interna del Louvre di Parigi eppure il dubbio che siamo finiti al Centre Beaubourg è forte. Ci sono gli stessi impianti di climatizzazione, quei tubi che avevano fatto gridare allo scandalo nel 1977, simboli di quel funzionalismo tanto amato da Richard Rogers e Renzo Piano. Nicolas Ghesquière ama i clash culturali e le sfide estetiche e anche questa volta non è stato da meno. Dentro la mega scatola bianca (come la pochette del suo invito) il pubblico si ritrova accatastato fra spalti in legno rosso che arrivano fino a sei file, come in un concerto.

Courtesy Photo Louis Vuitton / Gregoire VIEILLE

In effetti non sono poche le persone che canticchiavano i motivi remixati come Pump of the Volume dei Marrs o a Batdance di Prince, cari a chi ha vissuto la Parigi degli ultimi 30 anni. La sua non è moda che porta con sé la nostalgia anzi a ogni stagione diventa sempre più elitaria per forme e intrecci stilistici. Il cuore batte per la Parigi degli anni 80 quella che al Palace, al 7 e al Regina facevano follie. Sono i look da giorno dell’architetta Andrée Putman dell’arredatrice Elisabeth Garouste o ancora della stilista Anne-Marie Beretta.

La loro voglia di design, moda e musica che era all’ennesimo potenza oggi si mitiga ed è contaminata tanto da avere echi underground o all’opposto country. Non mancano infatti i tessuti fiorati con rose impreziosite da Swarovski e finiture in pelle che richiamano il country che tanto spopolava a Parigi negli anni 80.

Fra gli accessori arriva anche il nuovo Damier, che non è più la solita scacchiera bicolore ma sembra ologrammata tante sono le sfumature che la creano. Le pochette sembrano uscite da un atelier di design tanto sono studiate e rifinite per non farle sembrare borse. Altro dettaglio grafico importante, le cinture che hanno una chiusura a placca, sottile e quadrata ma che si notano lontano un miglio. E su tutto il cappello alla Jeanne d’Arc realizzato in ogni pelle e tessuto.

Ci sono anche i colori primari come verde acqua, il blu aria o il giallo mai così elettrico come il rosso più energetico perché al Centre Beaubourg, come nella moda, è tutta una questione di flusso. Come ha detto Nicolas Ghesquière: “Il Centre Pompidou è un prototipo. È un’opera artigianale. Può sembrare divertente, ma è tutta fatto a mano! È un altro punto strategico per far circolare la cultura. I mix la alimentano e da qui rinasce lo spirito umano del lavoro creativo”. E infatti anche chi non apprezza subito la modernità di questa collezione, non può non ammettere le connessioni e il riuscito melting pot sartoriale dello stilista francese. Una visione da capire solo negli anni a venire.

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