Fenomenologia di Jacquemus e del suo fondatore Simon Porte, l'orgoglioso provinciale

L'estate e i colori pastello bruciati dal sole di Marsiglia, vestiti in maglia avvolgenti, gonne a maxi pois e camicie da allacciare sotto il seno:.

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Matteo ValleImaxtree

Tra la sacralità del palazzo dei Papi di Avignone, e la guasconeria sboccata dei marinai al porto di Marsiglia – e se ci si imbarca, poco distante dalla costa c'è l'isola d'If, dalla cui prigione sfugge Edmond Dantes, dando inizio all'epopea de Il Conte di Montecristo di dumasiana memoria. Nel mezzo, quindi, tra Avignone e Marsiglia, si trova Mallemort, piccolo comune del sud francese di poco più di 6.000 abitanti. Sta forse in questa triangolazione geografica l'universo estetico di Simon Porte, in arte Jacquemus.

Un universo colorato di nuance pastello, bruciate dal sole – lo stesso sotto il quale ci si immagina Simon Porte correre scalzo tra i campi poco distanti dalla casa di famiglia – che parlano un linguaggio fatto di nostalgia, e di una sensualità naïf. Il nuovo wunderkind della moda francese ha poco più di 28 anni, e della provincia, e di quel suo fascino sonnacchioso, già perfettamente incapsulato nella grammatica cinematografica di Luca Guadagnino, ha fatto un vanto.

Laddove in passato, i creativi di ogni latitudine hanno cercato di liberarsi di quell'odioso aggettivo, “provinciale”, carico chissà perché di sotto testi esclusivamente negativi – basti pensare al nostrano esempio di Domenico Modugno, pugliese di Polignano che per anni ha sostenuto di essere nativo della capitale, inimicandosi ovviamente i concittadini sdegnati – Simone esibisce la sua infanzia modesta, tra gioie rusticane e una madre molto amata, Valérie, il cui cognome da nubile è divenuto poi il nome del suo marchio. “Sono francese, non parigino”, ci tiene a sottolineare spesso, rimarcando una distanza da usi e costumi cittadini, che non è solo chilometrica (due ore e quaranta di treno, a voler essere precisi).

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Un universo di valori che si trasfonde nell'armadio, dove l'imponente ragazzo di campagna, che non lesina nelle sue foto sorrisi aperti –altro forte punto di rottura rispetto al perfetto vademecum del designer, sempre accigliato e intento a riflettere, si immagina, su questioni di grande spessore – disegna abiti dagli scolli romanticamente arrotondati, dai tagli di sbieco e dagli spacchi laterali profondissimi.

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Come facciano questi dettagli a tradursi in un guardaroba dalla nostalgica raffinatezza, è la forza di Simon e del suo marchio Jacquemus che, in tempi difficili per i nuovi nomi, è riuscito a guadagnarsi una sua nicchia di affezionati – e alle sue sfilate in prima fila si sono visti il novantacinquenne Pierre Cardin, Giancarlo Giammetti e il compianto Kaiser Karl Lagerfeld – vendere ( il 90% dei ricavi arrivano dall'abbigliamento, e solo il 10% dagli accessori, altro miracolo), mantenendo il pieno possesso del suo marchio, non (ancora) arruolato nei portfolio dei grandi gruppi della moda, da LVMH a Kering. Per capirne appieno la traiettoria, quindi, bisogna andare alle origini.

E le sue origini, almeno come designer, si situano nella casa a Mallemort, dove, a 8 anni, confeziona con delle tende la prima gonna per sua madre. Valérie la indossa per andarlo a prendere da scuola, riempiendolo d'orgoglio e di quella gioiosa fiducia in sé che gli permetterà, molti anni dopo, di fermare per strada Emmanuelle Alt, direttrice di Vogue Paris, per mostrarle il suo lavoro, o di contattare via Facebook Caroline de Maigret, creativa imprenditrice di se stessa molto fotografata, per chiederle di indossare i suoi abiti. Si arruola nella prestigiosa ESMOD, accademia della moda che però, quando la madre muore qualche mese dopo in un incidente automobilistico, abbandona senza rimpianti. “Non so se la moda si possa imparare. Per me, è qualcosa di naturale”, commenterà anni dopo.

Per mantenersi lavora nel negozio di Comme des Garçons, a Parigi, e nel frattempo lancia a 19 anni il marchio che mette la madre al centro. “Jacquemus è un racconto, più che una collezione di abiti: volevo parlare di lei, e delle donne che mi ispirano”. Una dichiarazione d'amore in piena regola al genere femminile, che trova il perfetto bilanciamento nell'armadio tra pezzi facili – vestiti in maglia body-conscious e camicie che si allacciano sotto il seno che guardano alla sensualità inconsapevole eppure peccaminosissima di attrici come Isabelle Adjani e Sophie Marceau – e una ricerca sui volumi dai contorni giocosi. Tra gli esempi si possono annoverare i pantaloni in bianco assoluto della Fall/Winter 2015 – anno di grazia nel quale era già nella rosa dei finalisti del LVMH Prize dedicato ai nuovi talenti – la cui vita era talmente larga da sembrare si tenessero in piedi per magia, senza appoggiarsi neanche sui fianchi della modella. Gli oblò sui vestiti, ravvivati da giochi cromatici, ricordano invece il vocabolario grafico di Jacques Tati, cineasta francese capace negli anni 60 di raccontare la modernità, e la tecnologia, attraverso commedie allegre e scarne di dialoghi.

I colori della sua personale tavolozza sono pastelli bruciati al sole, sfiniti e stemperati dalla gioia di lunghissime giornate al mare, non importa se sulla costa italiana – come nella Primavera Estate 2019, dedicata a una certa idea, malinconica e sixties, dell'Italia in spiaggia – o quella del Marocco, come nell'acclamata Primavera Estate 2018. Confrontarsi con il Marocco, territorio stilistico da sempre di pertinenza di Yves Saint Laurent, era pericoloso, e solo l'ottimismo costante di Simon Porte – che nella sua bio Instagram spiega di amare “il blu e il bianco, il sole, la frutta, la vita, la poesia, Marsiglia e gli Anni 80” – poteva spingersi a tanto. Il risultato è in gonne a maxi pois drappeggiate – in effetti molto Eighties – vestiti da sera che, complici i volumi studiati ad arte, sembrano indossati in tutta fretta, dopo essere uscite da una doccia per lavare via la salsedine, e il corredo obbligato di gambe abbronzate, capelli morbidi o raccolti da fasce, e monumentali cappelli in paglia, andati sold out come le borse, nello stesso tessuto e delle stesse dimensioni, prodotte per l'estate successiva.

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I detrattori – e ce ne sono – lo accusano di una certa presunzione, con questa balzana idea che ribadisce a ogni piè sospinto, di non vendere soltanto gonne e magliette, ma anche un'idea, una storia. E certo, forse è una storia che il passato ha più volte raccontato, ma non si era mai visto prima un marchio che manda alle stampe una campagna pubblicitaria senza vestiti. La campagna Autunno Inverno 2018/2019 di Jacquemus si è infatti distinta per cartelloni pubblicitari nei quali, completamente nudi, coperti l'uno dal corpo dell'altra, un uomo e una donna si abbracciavano in riva a una spiaggia sul finire dell'estate, gli ombrelloni già chiusi mossi dal vento, con la didascalia “No clothes, no shoes, just love”.

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Tra salsedine, nostalgia, gote arrossate dal sole e maglie mariniére stropicciate, la pastorale di Jacquemus è tutta qui, e promette di rimanere. Così come quel sogno, romanticamente provinciale e quindi universale, di indossare vestiti per poi sfilarseli via, sotto il sole (non solo) di Marsiglia.

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