La vista su Assisi e i colletti romanzo: storia di Vivetta, designer che nelle fiabe cerca l'ordine

Maniche elisabettiane, e miniabiti drappeggiati in organza; cigni da portare sulle camicie e farfalle sui corpetti. Tra surrealismo e psichedelia dall'ovest, ragione e sentimento di Vivetta Ponti.

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Un caschetto biondo, i capelli spesso accompagnati con discrezione dietro le orecchie; una voce gentile, che scandisce con calma le parole, senza mai alzare troppo il volume, quasi a non voler disturbare; persino la gestualità è misurata. La blusa crema con il collo squadrato, ampio, tradisce però un'attitudine giocosa, la stessa che infonde nelle sue collezioni. Incontriamo Vivetta Ponti, mente dietro il marchio che porta il suo nome, in una piovosa mattina milanese di aprile. Dalle ampie vetrate degli uffici all'angolo con via Manzoni si scorge la vita che scorre un po' rallentata dalla pioggia fitta e sottile, come succede solo a Milano. In principio il nome è quello di una madrina greca poi storpiato da un'anagrafe troppo ligia al dovere, («si chiamava Vivi, diminutivo di venerdì, ma in Italia non era possibile utilizzare quel nome, quindi l'addetto ha scovato una santa che si chiamasse in maniera simile, Vivetta, anche se, per ironia della sorte, nessuno mi ha mai chiamato così prima che fondassi il marchio»). La decisione di disegnare abiti non è arrivata per un'epifania magica: «Volevo fare la pittrice, in quel momento dell'adolescenza tra i 18 e 20 anni, dove inizi a chiederti in che direzione vuoi portare la tua vita. Poi ho pensato che l'idea mi sembrava triste,

chi dipinge è spesso solo e a me non interessava

. La moda mi piaceva, l'ho conosciuta attraverso lo sguardo di mia madre, donna elegante e sempre molto attenta a un certo tipo di tendenze, che anche oggi mi scrive su Whatsapp mandandomi spunti, mi compra degli abiti. A 17 anni, con le mie amiche di classe, mi divertivo a indossare i suoi abiti, dei Moschino Couture, Jean-Paul Gaultier. Così mi sono trasferita da Assisi a Firenze per studiare».

Se Vivetta è diventato poi marchio sinonimo di una certa moda giocosa nella sua grammatica, omaggio al surrealismo degli Anni 20 di Dalí, Buñuel ed Elsa Schiaparelli – dai colli sui quali si ricamavano delle dita perfettamente laccate degli inizi, ai cigni sulle tuniche in macramé dipinto a intarsio, passando per le farfalle sui corpetti in tulle ricamato a mano di questa stagione estiva – le silhouette di riferimento sono vaporose, femminili, chiaramente ispirate agli Anni 50 e 60. «Ora apprezzo anche volumi più scivolati, che guardano ai Seventies, ma secondo me quell'eleganza è inarrivabile, anche perché era uno stile di massa, adottato da tutti, a differenza di quanto succede oggi» - afferma guardando fuori dalla finestra, in strada, a dare dimostrazione della sua teoria. «Nonostante quanto si potrebbe pensare guardando i miei vestiti, allegri, quasi fiabeschi, sono una persona estremamente ordinata, e in quello stile indossato all'epoca da tutti, ci vedo dell'ordine. Non è un caso che il mio modello di riferimento sia Catherine Deneuve in Bella di giorno, film degli Anni 60 diretto da Luis Buñuel, ispirato al romanzo del 1929 di Joseph Kessel».

Così, con la stessa ironia con la quale Elsa Schiaparelli disegnava aragoste sugli abiti da sera, Vivetta intarsia sui pantaloni a palazzo dei fiocchi che si rivelano in realtà profili di un viso, mentre i mini abiti drappeggiati in organza tecnica dall'effetto liquido vestono, letteralmente, jeunes filles en fleurs, sulle quali fioriscono bouquet di ortensie, volant e rosette. Una visione scenografica, vistosa, eppure innocente della femminilità che ha conquistato democraticamente Lady Gaga, Karlie Kloss e Zendaya.

Prima di trovare e usare la sua voce però, l'incubazione necessaria è stata a Firenze, da Roberto Cavalli. «Uno stile, quello di Cavalli ovviamente molto diverso dal mio. Si lavorava moltissimo, era la metà dei Duemila, il momento del boom per il marchio, si arrivava anche un'ora prima e non si usciva prima di mezzanotte. Però mi ha permesso di imparare, nella parte delle grafiche e dei ricami, ed essendo un'azienda a gestione familiare, per noi dell'ufficio stile era possibile sperimentare, si facevano prove, si aggiungevano piume, si stampava il denim con la trielina...era divertente e formativo».

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A notarla davvero però, e a concederle il suo adeguato e molto teatrale palcoscenico, è stato Giorgio Armani. Ed infatti è stato proprio all'interno del suo quartier generale, l'Armani/Teatro in zona Tortona, che Vivetta ha ricevuto il battesimo del fuoco, sfilando nel 2015. «Non sapevo inizialmente di essere nella rosa di candidati tra i quali Giorgio Armani seleziona, per ogni stagione, un creativo a cui concede di sfilare sulla sua stessa passerella. E anche se l'avessi saputo, non avrei mai pensato di potercela fare» – racconta Vivetta senza nascondere lo stupore per quel risultato – «

Sono una persona riservata, non mi metto particolarmente in luce

, e non è una caratteristica che ti aiuta particolarmente, quando hai un tuo brand, ancora relativamente poco conosciuto. Quando ho ricevuto la notizia, infatti, ero impreparata, mancavano poche settimane alla sfilata e non avevo la quantità di pezzi necessari per affrontare uno show completo. Ne è seguita la frenesia, abbiamo aggiunto solo qualche altro capo, e appena finito lo show, i telefoni hanno cominciato a squillare all'impazzata...».

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Gatti, cigni e stampe da tappezzeria sono stati così richiesti a ogni angolo del globo, portando quell'universo botanico e faunistico made in Assisi a tutte le latitudini. «

Ad Assisi ho vissuto da bambina, per tornarci solo qualche anno fa.

Lontano dalla periodicità del turismo religioso, nella realtà è una città cupa, alle quattro di pomeriggio non vedi più nessuno, sembra una città fantasma, gli edifici in pietra, la nebbia. Fortunatamente, io vivevo in un angolo centrale, ma circondata dalla natura. E oggi la nostra casa, dove vivo con mio marito Claudio, mio figlio, e ovviamente tre gatti, è in mezzo al bosco, sulle pendici del Monte Subasio, vicino all'Eremo delle Carceri (lo stesso posto dove il santo che ha dato fama alla città si ritrovava con i suoi seguaci per pregare, ndr).»

L'abitudine a una certa bellezza placida, viva tanto nella natura quanto negli oggetti e ammennicoli di cui Vivetta si circonda, e riveste la sua donna, arriva però forse dai genitori, entrambi antiquari. «Mio marito me lo fa notare spesso» – confessa Vivetta ridendo – «ma io non me ne sono mai accorta. Mio padre aveva una casa ultra moderna, con ambienti grandi, ma essenziali, con pochi pezzi antichi ma importanti. Mia madre invece è molto più barocca. Sono influenze che, anche inconsapevolmente ti rimangono dentro, e mi forniscono costante ispirazione nella creazione delle collezioni». E la collezione per la stagione estiva 2019 si diverte infatti a mischiare la fantasia surrealista ormai firma di Vivetta con le stampe psichedeliche firmate da Peter Max negli Anni 70, intarsiando i completi giacca e minigonna in nappa con motivi da vecchio West. Il tutto, non abdicando mai alla femminilità. «

Non sono affascinata dallo streetwear che negli ultimi anni ha preso piede

. Il compito della moda, secondo me, è quello di farti sognare. Non nego di avere una formazione musicale che per certi versi si avvicina molto a quella corrente underground: quando creo, a seconda dei momenti ascolto le colonne sonore di Morricone ma anche i Suicide, i Ramones. Nonostante tutto mi viene sempre in mente Karl Lagerfeld quando diceva che “I pantaloni della tuta sono un segno di sconfitta: hai perso il controllo della tua vita, e quindi compri una tuta”

Eliminati quindi, i paramenti atletici, nel guardaroba ideale secondo Vivetta, ci sono pochi pezzi, ma essenziali: «una camicia bianca maschile, un abito midi in macramé o poplin, una texture capace di adattarsi a volumi e drappeggi e che amo molto lavorare, e infine un cappotto over con le forme ovviamente Anni 50».

Nel futuro di Vivetta, oltre alla prossima stagione invernale, già presentata alla Milano Fashion Week, c'è anche l'arrivo della neonata collezione di calzature, sotto testo coerente con il resto del suo brand, che oggi Vivetta si diverte ad incrociare per strada, indosso a degli sconosciuti. «Una sensazione straniante eppure bellissima, rivedere quei pezzi indosso a qualcuno, nella vita vera. A volte ho addirittura provato a fare delle foto, ovviamente mi hanno guardato di traverso, forse mi prendevano per pazza, chissà. Trovo molto divertente vedere come altri hanno immaginato e tradotto quella camicia, quella giacca, quella blusa». Speriamo solo che non sia con i pantaloni della tuta.

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