Ai Millennials è piaciuta la capsule di Supreme con Jean Paul Gaultier?

Corsetti, punk e trasgressione: Supreme lancia la sua nuova co-lab con il couturier più ironico e rock dell'alta moda, Jean-Paul Gaultier.

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Courtesy Photo Instagram JPG

Se di Supreme, marchio sinonimo delle aspirazioni street e modaiole degli anni 10, i Millennials sanno tutto – o almeno tutto quello che si può sapere, perché nell'epoca della iper-condivisione, ciò che si cela alle brame della newsfeed di Instagram è ancora più irraggiungibile, e quindi, desiderabile – di Jean-Paul Gaultier, nel migliore dei casi, gli stessi Millennials potrebbero conservare solo vaghe nozioni. Eppure è proprio al 67enne stilista francese che Supreme ha voluto legarsi, per la nuova collezione in co-lab presentata di recente: nuova limited edition di felpe Supreme in arrivo? Come è successo che il marchio fondato da James Jebbia nel 1994 abbia potuto trovare un interlocutore coerente in uno degli ultimi couturier?

La realtà è che i due protagonisti hanno molto più in comune di ciò che potrebbe apparire a un primo, e distratto, sguardo. Quel logo in bianco e rosso ispirato all'arte di propaganda dell'artista statunitense Barbara Kruger, Jebbia l'ha trasformato con il tempo in un vessillo identitario di una nuova generazione alla ricerca di feticci alternativi, credibili, e lontani dalle passerelle: una lontananza che, in tempi di cortocircuiti e contaminazioni, non ha però disdegnato l'abbinata con altre istituzioni, con un background opposto. In quest'ottica sono nate le ultime collezioni in collaborazione, come quelle con il Dover street market, mecca dello shopping londinese aperta dalla stilista Rei Kawakubo, o con Louis Vuitton. Un approccio intelligente che non ha fatto urlare al tradimento, ma ha ammantato di un velo hi-end il profilo di un marchio nato, letteralmente, per vestire chi vive sulle strade, cavalcandole con lo skateboard (ed infatti di skateboard Supreme ne ha prodotti negli anni molti, in collaborazione con nomi impegnativi come Takashi Murakami, David Lynch, Peter Saville, Jeff Koons e Harmony Korine). A mettere la ciliegina sulla torta, una distribuzione davvero limited, che, di fronte a una domanda di contro molto alta, rende ogni sua uscita, o drop, come si dice in gergo, un evento meritevole di lunghe code fuori dagli store. Attese che spesso si rivelano inutili, visto che i numeri esigui della produzione mandano subito le collezioni sold out.

La credibilità guadagnata sulle strade, però, non difetta neanche a Jean-Paul Gaultier, passato alla storia come l'Enfant Terrible della moda transalpina. A differenza dei suoi coetanei, le origini non sono nobili, né borghesi: cresciuto nei sobborghi di Parigi, non ha mai frequentato accademie rinomate dove imparare a tradurre, sui bozzetti prima, e sugli abiti poi, i sogni delle donne, ma il suo talento allo stato grezzo colpì molto Pierre Cardin, che nel 1970 lo volle come suo assistente.

Sguardo verso l'alto, la couture, e radici saldamente piantate nello streetwear, il suo approccio irriverente e ironico è divenuto marchio di fabbrica della maison eponima, ma non solo alla moda si è dedicato Gaultier. Creativo, più che semplice stilista, ha spesso immaginato costumi teatrali, per concerti o per i musical (The fashion Freak Show, musical che ha debuttato alle Folies Bergère quest'anno per arrivare al Festival dei 2 Mondi a Spoleto a Luglio, è ad esempio firmato da lui, come i costumi indossati da Marilyn Manson nel suo album del 2003, The Golden Age of Grotesque). Il suo cv include, inoltre, i costumi per titoli iconici anche nella cinematografia da Il quinto elemento di Luc Besson a Kika – Un corpo in prestito, di Pedro Almodóvar. Deus ex machina, aveva previsto già negli Anni 90, molto prima che divenisse mainstream o semplicemente frutto di una nuova sensibilità estetica, più educata all'inclusione, l'avvento in passerella di modelli non convenzionali, avanti con l'età, adornati di piercing e tatuaggi. «Mi piacevano le ragazze che si divertivano, che andavano alle feste del Palace, non i manichini», ha recentemente dichiarato. Eppure lui, non è mai cambiato: sempre quella t-shirt marinière, con le righe in bianco e nero, più vicina al rock dei Ramones che alle spiagge della Costa Azzurra dei sixties, sempre lo stesso sorriso sardonico sul viso. «Sognavo di fare questo mestiere, ci sono riuscito, come potrei non essere di buon umore?». Come dargli torto, in effetti.

A rendere leggendario Gaultier, però, è stato su tutti un pezzo d'abbigliamento, entrato di diritto nella Storia del costume: il reggiseno a cono indossato da Madonna nel video di Vogue, sinonimo di un'attitudine trasgressiva, in pieno stile Madonna, anche verso il sesso, tabù supremo di una decade edonista eppure bacchettona, che Louise Veronica Ciccone ha messo di fronte allo specchio delle sue contraddizioni.

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Bastian contrario senza rabbia, Jean-Paul Gaultier è così, in realtà, perfettamente in linea con la filosofia di Supreme: ad annunciare la collaborazione, su Instagram, è bastata un'immagine della sua boccetta di profumo Le Mâle (la più venduta fragranza di sempre, sul territorio europeo) brandizzata con il logo rosso e bianco sul packaging altrettanto noto, quello del busto di un marinaio, con la stessa t-shirt a righe sinonimo di Gaultier. In un cerchio perfetto che abbraccia l'ieri e l'oggi, a indossare la linea a quattro mani è la figlia di Madonna, Lourdes Leon, anello di congiunzione generazionale. I leitmotiv della grammatica gaultieriana non sono però riproposti in un afflato nostalgico, ma si aggiornano a nuove, e inquietanti problematiche: i pantaloni e gonne con stampe pixelate e la scritta Fight Racism degli Anni 90, ritornano oggi in maniera molto più esplicita, cambiando il claim: oggi è Fuck Racism, che non lascia molto spazio ad ulteriori traduzioni.

A tornare di prepotenza, sono anche i corsetti, a cui Jean-Paul è legato da un rapporto di affezione personale: non sinonimo di un certo stile sul confine con il trash, come si indossava nelle discoteche della riviera (ma in generale di tutto lo Stivale) all'inizio dei 2000, ma misterioso strumento di seduzione, dalle radici pagane ed esoteriche. «Sono nato in un ambiente popolare, di provincia. Si viveva tutti nella stessa stanza, ed io spesso andavo da mia nonna, che in casa aveva una televisione e mi cucinava dei piatti buonissimi. Quei corsetti li vedevo indosso alle sue clienti: faceva l'infermiera e riceveva le clienti in casa, e, tra una confidenza e l'altra, faceva loro anche i tarocchi».

I prezzi? Tutto sommato, democratici: dagli 80 dollari del profumo ai 54 della t-shirt, passando per i cappotti in pelliccia (eco) e i blazer gessati a 488 dollari, già avvisati qualche giorno fa addosso alla cantante Dua Lipa, durante una visita al Whitney Museum di New York. Da avere, a patto di riuscire a trovarli...

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