(T)essere la lana, ovvero come è nata la collezione Cruise 2020 di Dior

In esclusiva a Marieclaire.it i video savoir-faire di tessuti e ceramiche della sfilata resort 2020 a Marrakech.

Queste donne abitano tra i sentieri rocciosi color terracotta dell’Anti Atlante. Queste donne vivono a cinque ore di macchina dalla città, Agadir, lì dove fino a una manciata di anni fa riuscivi ad arrivare solo a cavallo di un mulo. Queste donne ricamano veli da sposa mentre si accorgono del passare del tempo carezzando i vestiti stesi ad asciugare al sole. Queste donne tessono la lana, vivono la lana, sono la lana. Perché, per questa tribù marocchina che si fonde con il deserto berbero, “se non c’è lana, non c’è lavoro”. Dritte come un fuso (per la lana) sono le parole di Rabia, la presidentessa della cooperativa a supporto delle donne marocchine Sumano, scelta da Maria Grazia Chiuri per il set design della sfilata Dior Cruise 2020. Nell’obiettivo di recuperare la tradizione artigiana femminile locale, in particolare quella della ceramica dipinta e l’arte della tessitura e delle tinture vegetali, la Maison ha coinvolto il gruppo fondato da SUzanne, MAnuela e NOuky per promuovere il prezioso savoir-faire che attraversa e abita questa regione (un’istantanea intensa la regalano le clip by Dior in esclusiva a Marieclaire.it). “Queste donne non hanno mai collaborato con nessuno prima d’ora. O, meglio, nessuno prima di adesso si è mai interessato veramente a loro”, spiega la Direttrice Creativa della Maison, mentre i frame dalle nuances pastello dei soprabiti delle donne di Sumano si rincorrono al suono di liuti, violini, oboe.

Sono 250 i pezzi handmade realizzati da quattro tribù marocchine per guarnire la cartolina africana della sfilata Dior Cruise 2020, “alcune servono a conservare l’acqua o l’olio, altre per marinare le olive, e ancora ciotole e anfore… Insomma, tutto quello che bisognerebbe tenere in casa”, continua la voce fuori campo della donna di cui scorgiamo le mani che sono un tutt’uno con l’argilla bianca. “Mi alzo presto, faccio colazione, porto da mangiare all’asino e poi vengo qui a lavorare la ceramica, con la stessa dedizione con cui impasterei il pane”. Pennelli che sono peli di capra intrecciati, inchiostri che sono pietre di manganese di Fes polverizzate, gli utensili da vasaio che noi chiameremmo a chilometro zero si combinano con i le noci, i melograni, le foglie dell’albero di pistacchio utilizzati dalle donne di Sumano per tingere i tessuti delle tende, manteau e cuscini sparsi per tutto il Palais El Badi a Marrakech. La tradizione entra in contatto con le tecniche contemporanee, l’argilla si eleva a (o ritorna ad essere?) mezzo espressivo e creativo, un perimetro in mezzo al continente africano diventa un laboratorio di scambio e di conoscenza. Dove una pratica ancestrale diventa un’affaire virale, dove un filo di lana può avere tanti nomi quanti sono i granelli di sabbia del deserto, e dove le stagioni non sono scandite da equinozi e solstizi, ma da lavatura, cardatura, filatura, tintura e tessitura.

©Nadine Ijewere
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