A sei anni dal crollo del complesso del Rana Plaza cos'è cambiato nel mondo della moda?

Tra i nuovi obiettivi: costringere l'industria della moda a essere più trasparente circa i suoi processi produttivi.

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Domenica 19 maggio 2019 gli attivisti hanno ottenuto dalla Corte Suprema del Bangladesh il prolungamento di un anno dell'Accord on Fire and Building Safety, l'Accordo per la sicurezza delle fabbriche tessili. Vi spieghiamo l'importanza di questo fatto.

24 aprile 2013. I pericoli del pronto moda si sono palesati agli occhi di tutti con il crollo del complesso del Rana Plaza, una fabbrica tessile situata a Dacca, la capitale del Bangladesh, attraverso i media di tutto il mondo che hanno immortalato 1.138 corpi mischiati alle macerie e alle etichette dei più famosi fashion brand internazionali dei quali ognuno di noi ha almeno un capo nel proprio armadio. È necessario un esame di coscienza: permettersi le ultime tendenze moda a un prezzo basso ha un costo. E sono i più poveri a pagarlo. A sei anni dalla tragedia di Dacca le condizioni di produzione dei nostri vestiti provenienti dall'altra parte del mondo si sono evolute?

Domenica 29 maggio 2019 la Corte Suprema del Bangladesh ha emesso il suo verdetto: l'Accordo che richiede la sorveglianza della sicurezza delle fabbriche tessili e la loro protezione antincendio deve essere rinnovato per un altro anno. Dopo un appello per il suo ritiro da parte degli imprenditori locali, la Corte si è pronunciata sulla continuazione dell'accordo.

Questo lasso di tempo è stato concepito come una transizione durante la quale gli ispettori internazionali potranno guidare e aprire la strada alla formazione di un'organizzazione nazionale autonoma: il Consiglio per lo sviluppo sostenibile dell'industria prêt-à-porter. "L'istituzione di questa iniziativa nazionale nel settore privato contribuirà a sostenere i successi conseguiti dall'Accordo, a sensibilizzare circa la salute e la sicurezza a livello locale e a permettere ai brand e ai rivenditori di continuare a collaborare con i loro fornitori mantenendo e rafforzando la sicurezza dell'industria in Bangladesh", ha dichiarato il comitato direttivo dell'Accordo in un comunicato. Tuttavia, la situazione dei lavoratori fatica a migliorare.

"Quello che vi sto sto per dire non è il risultato di uno studio che ho fatto né di una storia che ho raccontato, sto parlando della mia esperienza personale. Avevo 12 anni quando ho iniziato a lavorare in questa fabbrica con mio fratello di 10 anni", dice Kalpona Akter, ex lavoratrice in Bangladesh, ora attivista militante dedita al miglioramento della vita degli operai tessili a Business of Fashion. A quel tempo, guadagnava 6 dollari per 400 ore di lavoro al mese. Se oggi lo stipendio è aumentato, la sua esperienza rimane una realtà per quattro milioni di lavoratori.

Nel 2019, il Bangladesh è, infatti, il ​​secondo produttore tessile più grande al mondo, appena dopo la Cina. Un'industria stimata intorno ai 25 bilioni di dollari. E se il Rana Plaza è il tragico e grave incidente che ha sollevato il velo sulle condizioni di lavoro e di sicurezza degli operai del settore, Kalpona Akter afferma: "Il primo incidente che ricordo risale al 1990. Un incendio uccise 99 persone, incluso il proprietario. Il motivo? Le porte erano bloccate durante l'orario di lavoro".

Secondo il New York Times, tra il 2006 e il 2012, 500 lavoratori tessili sarebbero morti sul posto di lavoro e nulla è stato fatto per cambiare la situazione. Cinque mesi prima del crollo del complesso del Rana Plaza, nel novembre 2012, 117 persone sono morte nell'incendio della fabbrica Tazreen Fashion.

"Chi fa i miei vestiti?". Questa è la domanda che si sono poste ad aprile a sei anni dal disastro, le fondatrici di Fashion Révolution. L'organizzazione, creata all'indomani della tragedia, ha un obiettivo: costringere l'industria della moda a essere più trasparente circa i suoi processi produttivi e a ottenere condizioni di lavoro umane per i suoi lavoratori. La settimana della sensibilizzazione di quest'anno - che si è conclusa il 28 aprile - si è concentrata sul benessere dei lavoratori del settore. La moda "deve rispettare le persone e il pianeta con un lavoro giusto e dignitoso, la protezione dell'ambiente e l'uguaglianza di genere". Ovunque nel mondo, si sono tenuti oltre 1000 eventi ufficiali per un totale di 275 milioni di partecipanti.

Isabelle Quéhé, membro dell'ufficio francese di Fashion Révolution dalla sua creazione nel 2014 e creatrice dell'Ethical Fashion Show, afferma: "Quando l'evento è accaduto, il salario medio era di 38 dollari. In seguito al lavoro degli attivisti tra i quali quelli dell'Éthique sur l'étiquette che hanno anche spinto i brand a risarcire tutte le famiglie, lo stipendio è salito a 93 dollari. Per darvi un'idea, il salario minimo dovrebbe aggirarsi intorno ai 200 o 300 dollari. Quindi c'è ancora molto da fare".

Tuttavia, le azioni intraprese da allora non sono state vane. Dal 2017, la legge sui doveri della vigilanza è passata e rende le aziende responsabili di oltre 5mila dipendenti in caso di nuove tragedie nelle fabbriche. Se rimane ancora scarsamente applicata secondo un rapporto pubblicato nel febbraio 2019, va di pari passo con una "consapevolezza cittadina", osserva Isabelle Quéhé. "Siamo entrati in una fase in cui il consumo eccessivo non è più di moda".

Un altro fatto evidenziato quest'anno da Fashion Révolution: la vulnerabilità delle lavoratrici tessili. Se, in seguito al #MeToo, la moda sta cercando di ripensare il modo in cui le donne, in particolare le modelle, vengono trattate, le lavoratrici tessili che rappresentano l'85% dei lavoratori in questo settore in Bangladesh sono ancora le grandi dimenticate. Isabelle Quéhé sottolinea: "Va ricordato che sono spesso abusate e sfruttate, molte tra loro sono ex donne delle pulizia o lavoratrici agricole venute a lavorare in questo settore sperando in una vita migliore". Appena arrivate, i loro sogni sono infranti. "Stiamo parlando di un lavoro senza un contratto né sicurezza, un posto in cui molte lavoratrici sono vittime di violenza, in particolare di violenza sessuale e non se ne parla per un tabù culturale e per la paura di perdere il lavoro", dice Kalpona Akter a Business of Fashion.

Di fronte a questa constatazione sorge spontanea una domanda: l'emergenza ambientale, attualmente sulla bocca di tutti nel mondo della moda, nasconde quella del costo umano? "Tutto è legato. In questi Paesi in cui andiamo a produrre, cavalcando la mancanza di regolamentazione del lavoro che sfrutta le persone, non esiste neanche una regolamentazione ambientale. Si dice che in Cina possiamo conoscere le ultime tendenze di colore guardando i fiumi. Se non c'è rispetto per l'ambiente, non c'è rispetto per l'uomo. Non ci preoccupiamo dei materiali pericolosi e tossici con cui lavorano questi lavoratori", analizza Isabelle Quehé.

Tuttavia, non dovremmo credere che nulla sia stato fatto sul posto. Tre mesi dopo il crollo del complesso del Rana Plaza, l'Accordo sulla sicurezza antincendio e la sicurezza degli edifici in Bangladesh era passato. "Il problema è che stato proposto per mesi, dopo l'incendio di Tazreen, nel 2012, ma nessuna azienda lo firmò", spiega Nayla Ajaltouni, coordinatrice del collettivo Éthique sur l'étiquette, una ong che difende i diritti umani al lavoro nelle catene di subfornitura globale dell'industria tessile. Le aziende non sono obbligate a firmarlo, ma all'epoca era seguito in gran parte da loro. Una volta ratificato, costringe le società a finanziare un sistema di ispezione di fabbrica indipendente. E Kalpona Akter mette a confronto: "Prima degli accordi, in cinque anni, morivano un centinaio di dipendenti ogni anno, dopo gli accordi, nel 2016, ce n'erano zero".

Il problema è che l'Accordo è in pericolo. In programma per cinque anni, è scaduto nel 2018. Gli attivisti sono riusciti a spingere alcuni brand ad accettare una proroga di tre anni, essendo stati processati nel Paese. Contro di loro, alcuni proprietari di fabbriche che desiderano riconquistare la propria autonomia in materia. Dopo un primo rifiuto del mantenimento dell'Accordo nel novembre 2018, la Corte Suprema del Bangladesh ha deciso di presentare ricorso in appello il 19 maggio 2019 chiedendo di rinnovarlo per un periodo di un anno. Questo periodo di transizione apre la strada alla formazione di un Consiglio per lo sviluppo sostenibile dell'industria prêt-à-porter. Mentre l'Associazione dell'industria tessile ha accolto favorevolmente il risultato, che apre secondo lei la strada all'autocontrollo degli industriali del Bangladesh, la notizia solleva timori di possibili corruzioni. "Questa nuova organizzazione deve lavorare secondo gli stessi standard dell'Accordo in termini di trasparenza, di difesa dei dipendenti e soprattutto di indipendenza dalle aziende. Ma i datori di lavoro hanno già detto che vorrebbero che l'Accordo scomparisse e che il Paese non ne avesse più bisogno", ha commentato Christie Miedema della Clean Clothes Campaign a RFI.

"Non spetta ai brand definire le regole e definire la loro agenda e il loro calendario", per quanto riguarda il monitoraggio e il controllo delle catene di produzione, crede Nayla Ajaltouni. "Dobbiamo incoraggiarli a migliorare i diritti dei lavoratori, ma allo stesso tempo dobbiamo mettere in atto regolamenti nazionali e internazionali. Finché le aziende godono dell'impunità, la ricerca del minor costo sarà sempre preferita e i danni collaterali saranno sempre dietro l'angolo".

Per Isabelle Quéhé, nessuna salvezza senza informazioni. "Dobbiamo continuare a educare tutti. Andare nelle scuole, nelle strade per informare. Più cosa sanno le persone, meglio è per tutti. Inoltre bisogna continuare a controllare i brand".

Se la strada verso un drastico e duraturo miglioramento delle pratiche sembra ancora lunga, le Nazioni Unite stanno lavorando alla stesura di un trattato volto a imporre una migliore regolamentazione del settore. Data l'urgenza della situazione, e nonostante non ci sia ancora un calendario ufficiale, ci auguriamo che il testo sia all'altezza del compito.

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