A Venezia sono arrivate Mille Bolle Blu…

Non è una canzone ma sono opere d'arte scelte da Piaget per la Biennale d'Arte di Venezia

Piaget Biennale d'Arte Venezia
Courtesy Piaget

È iniziata la Biennale d’Arte a Venezia, ma non siamo qui per consigliarvi un padiglione ai Giardini o all’Arsenale, piuttosto per farvi scoprire una meta che rende felici le fashioniste dell’arte e i connaisseur che credono nella trasversalità della creazione. Nello storico palazzo sul Canal Grande, la Ca’ d’Oro, che è oggi la Galleria Giorgio Franchetti, sono in bella vista sui tre piani del palazzo le opere della galleria (di origine londinese) Carpenters Workshop.

L’entrata della Ca d’Oro dal Canal Grande di Venezia
Alessandro Argentieri

Dysfunctional è il titolo di questa collettiva che, fino al 24 novembre 2019, racchiude opere che rivedono il senso pratico degli oggetti. Le sedie e pachine "Alaska" di Virgil Abloh sono storte, oblique e in apparente disequilibrio. L’architetto Vincenzo de Cotiis ha disegnato “Ode” un maxi-separé che sono autentici muri in fibra di vetro e ottone argentato le cui ondulazioni ricordano il senso liquido (eppure pesantissimo) e imprevedibile della vita. E ancora Michèle Lamy, musa e moglie di Rick Owens, con i suoi tirapugni a forma di mondo si chiede come “Per che cosa lottiamo?”.

L’opera d’arte "What are We Fighting for" di Michèle Lamy, musa e moglie dello stilista Rick Owens
Alessandro Argentieri

Da non dimenticare neppure le opere di Marteen Baas (con il suo maxi orologio in cui lui stesso disegna per 24 ore il tempo che passa) o il lampadario “Tide Colour” ottenuto con pezzi di plastica raccolti nel mondo da Stuart Haygarth. Quasi all’aperto, al secondo livello, ci sono anche le più sognanti bolle della serie “Moments of Happiness” dei due simpatici artisti olandesi Jeroen e Joep Verhoeven. La coppia è stata chiamata da Piaget visto che la manifattura svizzera di orologi e gioielli ha sempre avuto collaborazioni con artisti: Andy Warhol, Salvador Dalì, Richard Avedon eArman giusto per citarne alcuni. I due gemelli, così biondi, energetici e attenti a ogni spettatore, non hanno esitato a rispondere a qualche domanda su questo momento d’arte veneziano.

Joep (a sinistra) e Jeroen Verhoeven con Chabi Nouri, ceo di Piaget
Alessandro Argentieri

Il motto della Biennale d’Arte di quest’anno è “possa tu vivere in tempi interessanti”. Lo condividete?

Interessante è molto di più di un giudizio: è provare a esplorarsi e buttarsi in quello che non si conosce.

Non credete quindi al significato cinese di interessante, più legato alla tristezza dei momenti?

Viviamo nel migliore dei mondi possibili perché oggi riusciamo a trasformare qualcosa in altro di completamente diverso. Anche se crediamo che molti mondi non siano poi così eccezionali, perché ne stiamo perdendo i valori. E la colpa è tutta della velocità. Tutto è troppo supersonico, sempre legato a mezzi, come i telefonini, che non ci mettono mai di fronte alla realtà. La creatività, l’invenzione è così vicina ma non la vediamo perché abbiamo sempre qualcosa che ci distrae. Noi vorremmo dire: “Siediti e guarda l’ispirazione. È accanto a te, davanti o dietro, non essere cieco”.

Alessandro Argentieri

È per questo che avete deciso di dedicare la vostra ultima opera alle bolle di sapone?

Pensiamo alla felicità come momento. Prima o dopo c’è sicuramente rabbia, fragilità o malinconia. Il nostro è un concetto totale. Le bolle nei loro colori evanescenti rispecchiano tutto questo anche se abbiamo voluto rendere eterno questa sensazione.

Essendo voi due gemelli chi fa cosa?

Non saprei perché siamo veramente simili anche quando diciamo cose diverse. La corrente è la stessa seppure talvolta il corso sia diverso. Mio fratello Joep (lo so riconosce da una piccola cicatrice sul viso, ndr) aveva esplorato sé stesso in India e New Zealand ma poi ha capito che le sue radici erano a casa. Ecco perché viviamo insieme seppure lui abbia una figlia e un amore di donna da curare.

Il primo successo?

Di certo il tavolo Cinderella. Ricordo ancora i complimenti di Paola Antonelli (MoMA's Senior Curator of Architecture & Design + R&D Director a New York, ndr) quando ci chiamò. Abbiamo iniziato nel 2007 grazie a una persona che credeva in noi. Siamo stati come miracolati, ci ha dato un’opportunità.

Che virtù associate alle bolle di sapone di “Moments of Happiness”?

Lei cosa pensa?

Che, seppure siano in vetro, sono solo un’illusione.

Infatti e noi non abbiamo soluzioni ma continueremo a cercarle. In questa opera non crediamo nel Nirvana, in un momento di estasi, anche se quando le vedi vorresti toccarle e guardarle per sempre. In ogni collaborazione c’è qualcosa da indovinare, da cercare. Qui non ci sono lancette o pietre preziose come da Piaget, bisogna esplorare il procedimento ultra artigianale e avere il tempo per guardarlo.

Joep Verhoeven mentre controlla l’opera in vetro borosilicato "Moments of Happiness"
Courtesy PIaget

Le avete create a Murano?

No, le prime grandi bolle sono state fatte a Faenza poi l’artigiano è andato in pensione. Per fortuna il figlio aveva imparato a crearle e l’abbiamo fatto venire in Olanda da noi. Lavorare il vetro borosilicato è difficile perché quando lo si gonfia è delicato poi se non si crepa, rimane stabile e resiste nel tempo.

Perché avete scelto di collaborare con Piaget?

Ci piacciono i loro orologi (e infatti li hanno al polso) e combattono come noi per l’artigianalità, il fatto a mano ma con una leggerezza di intenti in nome dell’eccellenza senza tempo.

Chi dovete ringraziare?

Lee Edelkort che aveva chiamato Paola Antonelli e la stilista Donna Karan e altri per farci conoscere. Noi all’inizio non ci siamo neanche accorti di questa fortuna perché continuamente ci spingeva oltre i limiti e non capivano. Anche oggi ci sembra di non averla ancora ringraziata abbastanza.

Cosa veramente si possiede in questo mondo?

Possediamo sentimenti, paure, pensieri, basta non avere un atteggiamento passivo. Possedere non è un valore che ci appartiene. La ricerca senza fine che abbiamo fatto e che faremo pensiamo sia più importante. Perché vogliamo lasciare qualcosa all’umanità che verrà.

Joep e Jeroen Verhoeven mentre abbracciano il Busto del Cardinale Pietro Valier, scultura di Gian Lorenzo Bernini alla Ca d’Oro di Venezia
Alessandro Argentieri
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